“Commenti&Analisi” Cara socia,io ti licenzio (B.Ugolini)

21/11/2005
    lunedì 21 novembre 2005

    Pagina 26 – Commenti

      ATIPICIACHI

        Cara socia,
        io ti licenzio

          Bruno Ugolini

            Succede anche questo. C’è una forma contrattuale, uno dei tanti fiori cresciuti nella serra della legge 30, che considera i dipendenti come dei veri e propri «partner». Soci, insomma. Sono donne e uomini ingaggiati sotto la formula «associazione in partecipazione». Cinquecento mila persone, secondo Emilio Viafora, il segretario generale del Nidil-Cgil. Sono raddoppiati negli ultimi tre anni. Qualche volta sono lavoratori professionalmente molto preparati, spesso sono normali impiegati o addirittura operai. Sono soci ma non portano, nella impresa in cui prestano il lavoro, un proprio gruzzolo, un proprio capitale. Non siedono in suntuosi consigli di amministrazione, non hanno una segretaria a propria disposizione e nemmeno un’automobile come beneficio personale. Rimangono lavoratori dipendenti, camuffati da soci.

              Ma dove lavorano? Uno degli esempi che si fa a questo proposito è Calzedonia, l’azienda che, come dice la pubblicità «fa parlare le tue gambe». È diffusa in tutta Italia attraverso una catena di negozi. È successo che una delle «socie» un giorno è stata licenziata. Era stata distaccata presso un negozio «Intimissimi», a Trento, prima come dipendente, poi, appunto, come «associata in partecipazione». E dopo un po’ di tempo è stata buttata fuori. La donna ha contestato il licenziamento. Le indagini del servizio lavoro della Provincia e poi una sentenza del tribunale le hanno dato ragione. Era stato riscontrato, come leggiamo nel sito della Cgil trentina (www.cgil.tn.it) «un utilizzo illegittimo del contratto di associazione in partecipazione». Il ruolo, le funzioni, nonché le concrete modalità di svolgimento del lavoro, delineavano, di fatto «un impiego di tipo subordinato». Nessuna «associazione in partecipazione», dunque.

                Esistono determinati settori molto votati all’adozione di queste formule contrattuali. Una dirigente della Cgil, Morena Piccinini, racconta di una città del Nord dove i titolari dei negozi di erboristeria si assicurano l’ingaggio di neolaureati portati nei negozi come «soci». Sono giovani che escono dall’apposita facoltà universitaria per tre anni, conquistano la laurea breve. Dopo ogni sessione di laurea sono contattati dalle aziende con l’offerta del contratto di associazione a partecipazione. E sono collocati, per un certo periodo, dietro i banchi del negozio a ricevere i clienti e a vendere i prodotti. Con orari prestabiliti, senza alcuna autonomia nell’organizzare il proprio operato. Commessi mascherati da soci.

                  Ma perché i datori di lavoro ricorrono a queste nuovissime forme contrattuali? Essi ritengono, come ha scritto Marinella Meschieri della Filcams nazionale, che la partecipazione degli utili all’impresa sia fattore incentivante delle vendite. Trattasi in realtà, solo di risparmi contributivi e fiscali. Per impedire questi abusi bisognerebbe cambiare l’art. 2549 del codice civile riferito proprio al contratto di associazione in partecipazione. C’è da dire a questo proposito che un nuovo testo, anche su questo aspetto come su altri, è stato immesso nella proposta di legge presentata proprio nei giorni scorsi, da Fabio Mussi e Gloria Buffo, a nome della sinistra Ds.

                    Insomma dietro la parola flessibilità si nascondono tante magagne, tante ingiustizie da estirpare. Abbiamo letto su Conquiste del lavoro una definizione di Roberto De Santis, dirigente dell’Associazione progetto quadri (affiliata alla Cisl). Ha usato, per parlare di flessibilità, la metafora del salice. Una pianta «in grado di allungarsi, di stendersi, rimanendo però con solide radici, ancorate a terra». Ecco appare chiaro che sono proprio queste radici (magari intese come presenza contrattuale del sindacato) a mancare e il povero salice cresce spesso nel vuoto… Con ragazzi che (citiamo ancora da Conquiste) «percorrono una strada per fare un mestiere, per poi ritrovarsi a fare tutt’altro…». E allora perché indignarsi se qualcuno vuole mettere le mani sulla legge 30, per cambiarla, modificarla, sostituirla?

                  brunougolini@mclink.it