“Commenti&Analisi” Capitale umano e povertà di idee (G.Berta)

02/11/2005
    lunedì 31 ottobre 2005

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      RICETTE PER L’ECONOMIA

        Capitale umano
        e poverta’ di idee

          Giuseppe Berta

            NELLE sue ultime dichiarazioni il presidente Ciampi ha voluto avallare l’opinione che i giorni peggiori dell’economia italiana siano ormai trascorsi e che vadano presi sul serio gli indicatori e i sintomi di miglioramento. Ma il fatto che i segni di progresso esistano e abbiano assunto qualche consistenza non basta certo a dissipare i timori per la fragilità dell’assetto dell’economia italiana e per la difficoltà con cui ancora si stenta a intravedere un assestamento e una stabilizzazione, che restano da conseguire.

            Dire che forse abbiamo superato il momento di crisi più acuto e che il quadro economico, pur all’insegna dell’incertezza, non presenta soltanto ombre non equivale a sostenere che l’Italia economica sia in procinto di uscire dalla lunga fase di stagnazione che l’ha contraddistinta. Perché questo avvenga occorrerebbe, appunto, che una nuova configurazione della nostra economia si fosse disegnata e che avessero ripreso a girare appieno i motori dello sviluppo. Che così non sia, è evidente a tutti, come dovrebbe esserlo la necessità di concentrare gli sforzi perché prenda corpo un nuovo, più solido e aggiornato modello dell’economia italiana, capace di sostituire quello che è tramontato col cambio del secolo.

            La crescita economica dal dopoguerra agli Anni Novanta si è retta sulla compresenza e sull’interazione di una pluralità di soggetti: alle grandi banche «di interesse nazionale», sorte dalla crisi degli Anni Trenta, e alle grandi imprese, in un intreccio di pubblico e privato, faceva riscontro una vastissima area di economia diffusa, basata su imprese di piccola e piccolissima dimensione, sorrette dal sostegno capillare del credito locale.

            Le trasformazioni dell’ultimo decennio hanno dissolto quest’ordinamento, che aveva peculiarità e vantaggi, ma anche il difetto di appartenere a un’epoca in cui predominavano sistemi chiusi entro i limiti nazionali. La dilatazione estrema dei confini dell’economia internazionale, da un lato, e lo sfaldarsi della cornice politica e istituzionale creata nel dopoguerra, dall’altro, hanno prodotto congiuntamente l’effetto di cancellare quel modello e le sue specificità.

            A paragone col passato, i lineamenti dell’economia italiana d’oggi appaiono ancora sfuggenti. Il nucleo delle grandi imprese si è ridotto a una nervatura essenziale, quasi scheletrica, mentre se si guarda all’universo magmatico delle imprese minori si stenta a ricavarne un’immagine distinta. L’organizzazione delle nostre banche è alquanto diseguale e, come testimoniano le vicende dell’estate scorsa, distante dall’aver raggiunto un punto d’equilibrio dinamico, in grado di rilanciare e consolidare lo sviluppo dell’economia reale. In positivo, c’è da registrare il rafforzamento di un grappolo importante di medie imprese, alcune delle quali significativamente proiettate sui mercati del mondo.

            Troppo poco per ricavarne un profilo d’insieme convincente e rassicurante.

            Soprattutto, c’è un manifesto deficit di coerenza e di funzionalità da recuperare. L’economia italiana non opera, cioè, come un organismo le cui parti siano ben integrate e coordinate tra di loro. Essa manca di una leva e di un traguardo per il futuro. Come rimediarvi?

            Se è vero che non si possono prescrivere ricette che prescindano dalla storia e dalla cultura del Paese, allora queste puntano dritto alla via della valorizzazione del capitale umano. Ciampi ha ricordato l’accumulo di risorse e di conoscenze custodito nell’esperienza dei distretti industriali.

            In un libro appena uscito (Il capitalismo personale, Einaudi), Aldo Bonomi e Enzo Rullani scrivono che la priorità politica dovrebbe essere rappresentata dall’investimento nello sviluppo delle reti di conoscenza e di relazione che formano la dotazione fondamentale dei milioni di «produttori personali» al lavoro nell’Italia odierna. Questi soggetti, che vivono la loro professione e la loro funzione economica come un «progetto di vita», costituirebbero una fonte effettiva e potenziale di ricchezza ben superiore a quella rappresentata da organizzazioni economiche ben più strutturate. La fluidità è insita infatti nella natura del capitalismo italiano, sedimentata in un’articolazione territoriale che da sempre viene utilizzata come uno dei più sicuri trampolini per lo sviluppo.

              Si condividano o no queste prospettive, esse hanno comunque il merito di riaccendere l’attenzione per i caratteri reali e virtuali dello sviluppo italiano, che affondano in una densa trama di rapporti fra economia e società. Peccato che non solo la politica economica, ma soprattutto le iniziative istituzionali (dal modo in cui si affrontano i problemi della rappresentanza alla questione del federalismo) sembrino non badarvi, con un’impressionante povertà di idee.