“Commenti&Analisi” Cambiare solo a queste condizioni (G.Epifani)

18/07/2005
    sabato 16 luglio 2005

    CONTRATTI

    Cambiare solo a queste condizioni

      di Guglielmo Epifani
      Segretario generale della Cgil

        Poco più di due anni fa, la Cgil da sola scioperò contro il rischio del declino industriale del Paese. Al tempo, pochissimi condivisero e capirono quel segnale d’allarme e quello che c’era dietro. In molti dissero che la Cgil era mossa da una valutazione errata della situazione e delle sue prospettive.

          Altri, ancora, parlarono di un pregiudizio politico nei confronti dell’azione del governo.

            I fatti, purtroppo, sono andati addirittura oltre la previsione della Cgil e non a caso la parola declino è oggi la più usata da commentatori, analisti e uomini d’impresa. Il 2005 è un anno particolarmente pesante per il nostro Paese, perché come confermato dalle linee del Dpef, l’Italia avrà insieme crescita zero e un aumento del debito pubblico, con un sostanziale azzeramento dell’avanzo primario.

              Di tutto questo abbiamo conferma quotidianamente: l’aumento delle crisi aziendali, le ripercussioni sull’indotto, sui distretti e l’accentuata precarietà negli avviamenti al lavoro. Nell’analisi della Cgil tutto questo è il frutto di processi storici, di responsabilità diffuse e – per ultimo – in misura molto determinante degli errori compiuti dal governo in questi anni, ai quali occorre reagire per opporsi a quel clima di dilagante sfiducia che investe imprese e famiglie, come giustamente il presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, non smette mai di sottolineare.
              Perciò, intervenendo al Congresso della Cisl, ho parlato di questa come la vera priorità che il movimento sindacale ha di fronte a sé, oggi, rappresentando in questo le ansie, i problemi e le aspettative di tanta parte del mondo del lavoro, del Mezzogiorno e dei giovani. Sarà questo il cuore della proposta politica del nostro prossimo congresso nazionale: come riprogettare il futuro dell’Italia.

                In questa prospettiva che ruolo può avere la politica contrattuale e una rivisitazione degli assetti della contrattazione? Per alcuni osservatori, l’attuale modello contrattuale non sarebbe idoneo a sollecitare un incremento della produttività e a rendere più efficiente la distribuzione del reddito prodotto, intendendo implicitamente in questo una critica al modello del 23 luglio, fondato come è noto sull’esistenza di due livelli contrattuali distinti, quello nazionale e quello decentrato, e su una esplicita relazione fra coerenti politiche dei redditi e politiche salariali.

                  L’opinione che la Cgil ha, invece, è un’altra. Quel modello, che può essere parzialmente rivisto e riaggiornato nelle parti che più strettamente lo legano al tempo dell’inflazione a due cifre e all’esistenza della lira, non ha però perduto la sua importanza sotto due aspetti fondamentali. Il primo: quello di offrire un modello generale per tutto il mondo del lavoro che fu la vera innovazione di quell’accordo e che oggi mantiene intatto il suo valore di solidarietà e di coesione e di regole certe per le imprese, in una fase in cui il Paese è attraversato da processi di disgregazione crescenti. Il secondo: di avere nei suoi meccanismi una giusta flessibilità fra l’utilizzazione della produttività fra il livello nazionale e quello decentrato; con la quale operare per rafforzare ulteriormente il livello decentrato della contrattazione, su cui anche la Cgil ovviamente conviene, memore anche del ritardo con cui negli anni cinquanta capì il valore della contrattazione aziendale. Convinta di questo, la Cgil ricercherà presto e bene un punto d’intesa con Cisl e Uil.

                    Ciò che non si può fare è pensare, invece, di distruggere quello che c’è, aprendosi al vuoto delle regole che porterebbe insieme maggiore conflittualità e dumping sociale, che nel settore industriale significherebbe un abbassamento medio delle tutele sulla condizione di lavoro e di livello dei redditi. E nei servizi a rete e nei settori pubblici una specie di terra di nessuno, con una crescita della frantumazione corporativa e con il paradosso di avere stipendi più alti dove la produttività è più bassa.

                      Infine: l’accordo del 23 luglio fu votato da tutti i lavoratori italiani; ogni sua riforma non può che avere lo stesso principio di validazione. E ancora: con chi mai – oggi – si potrebbe discutere della parte «alta» dell’accordo del 23 luglio, quella che la legava agli obiettivi di politica dei redditi e di politica macroeconomica? Con chi, quando questo governo ha cancellato la concertazione, reso vuoto il dialogo sociale, tentato di dividere il sindacato, e non sarebbe comunque in grado di assumere impegni per il futuro, di fronte ad una legislatura che sta per finire? E questo, non vuol dire per la Cgil trattare ovviamente solo con un governo considerato «amico».

                        Se poi tutto questo dovesse servire a congelare, prender tempo, o non fare il contratto dei metalmeccanici, meglio sarebbe lavorare tutti per dargli uno sbocco positivo e misurarsi poi con i problemi di ordine generale.

                          La proposta di Ichino ha il pregio di essere organica e coerente, ma francamente, con la stima che gli porto, è esattamente all’opposto a quello che pensa la Cgil. Anche nel punto sulla democrazia: non la si può usare per rompere il principio della solidarietà e della coesione.