“Commenti&Analisi” Buon segno di flessibilità (M.Tiraboschi)

15/02/2005

    martedì 15 febbraio 2005

    sezione: NORME E TRIBUTI – pagina 29

    ANALISI
    Buon segno di flessibilità
    DI MICHELE TIRABOSCHI

    In tutta Europa — e in Italia in particolare — rimane acceso il dibattito sulla flessibilità. Per molti è una vera e propria panacea per tutti i mali del nostro mercato del lavoro. Per altri è l’anticamera della mercificazione del lavoro. E meglio sarebbe allora utilizzare, senza ipocrisie, il termine precarietà. L’esperienza degli ultimi anni conferma tuttavia che solo una lettura ideologica della realtà consente giudizi così drastici e perentori. La flessibilità non è infatti di per sé buona o cattiva. Molto dipende invece da come viene utilizzata. E, soprattutto, da quello che è il contesto di regole in cui si inserisce.
    Lo dimostra la contrapposizione tra le collaborazioni coordinate e continuative e il vecchio interinale. Il primo è un clamoroso esempio di flessibilità cattiva, perché nato e sviluppato al di fuori di un quadro di regole certe e che, a fatica, si cerca ora di governare attraverso il lavoro a progetto. Il secondo, per contro, si è presto tradotto in un modello virtuoso di flessibilità " normata": un modo di lavorare certamente atipico, ma che ha permesso a moltissime persone di accedere rapidamente a una occupazione stabile e di qualità.


    Decisivo, per il decollo del lavoro interinale, è stato il sostegno di un fondo bilaterale — finanziato con un contributo del 4% della retribuzione corrisposta al lavoratore — che ha consentito di attivare importanti misure di orientamento, formazione e riqualificazione professionale a vantaggio non solo dei lavoratori, ma anche delle aziende. Che infatti si sono potute avvalere di personale temporaneo mediamente più competente e qualificato di quello accessibile direttamente sul mercato del lavoro. Tanto è vero che, al termine di ogni missione, circa un terzo di questi lavoratori flessibili viene poi assunto dall’impresa utilizzatrice.


    È pertanto positivo che le parti sociali, con l’accordo firmato lo scorso 2 febbraio, abbiamo inteso confermarne l’operatività. Tanto più che, nella riforma Biagi, il vecchio interinale diviene ora uno dei canali privilegiati attraverso cui assecondare la specializzazione produttiva e l’organizzazione del lavoro in outsourcing propria della nuova economia. La somministrazione non è infatti un mero equivalente del contratto a termine. E nemmeno una sorta di prova lunga. Si tratta piuttosto di un’ipotesi di specializzazione organizzativa e gestionale, che opera sì sul versante della flessibilità occupazionale ma anche, se non soprattutto, su quello della modernizzazione dell’apparato produttivo mediante modelli di integrazione contrattuale tra imprese coordinati da operatori polifunzionali e altamente qualificati, quali sono appunto le nuove Agenzie del lavoro.


    Operatori esperti in risorse umane e per i quali è decisivo, nella tanto auspicata prospettiva di innalzamento della dotazione di capitale umano del nostro Paese, avvalersi di un apposito fondo per la formazione. Un fondo che, per raggiungere pienamente i suoi obiettivi, deve però poter garantire anche la continuità delle occasioni di impiego, nonché concorrere alla emersione del lavoro non regolare anche attraverso iniziative di contrasto agli appalti illeciti e a tutte le forme improprie di esternalizzazione.


    Stupisce semmai che le parti sociali abbiano atteso oltre un anno e mezzo per mettere a regime uno strumento che così bene ha operato negli anni passati come antidoto alla precarietà del lavoro. E stupisce ancor di più la circostanza che il nodo del contendere— che ha lungo a paralizzato il raggiungimento dell’intesa e che ora ha condotto a un nuovo accordo separato — sia rappresentato dalla opportunità o meno di attivare, come richiede la legge, un fondo analogo anche per i lavoratori assunti a tempo indeterminato dalle agenzie di somministrazione. Quando è chiaro che il fondo è destinato a dare tutele aggiunte ai lavoratori e non certo a governare il tanto temuto staff leasing e cioè la somministrazione continuativa di lavoro, che infatti ben può essere realizzata anche mediante assunzioni a termine.
    Ma anche se così fosse, e cioè che non avviare questo nuovo fondo significhi di fatto paralizzare lo staff leasing, è evidente il grave equivoco in cui incorrono quanti hanno già etichettato la somministrazione a tempo indeterminato come un nemico da combattere senza esclusione di colpi.


    Nel ritenere infatti lo staff leasing una forma di lavoro molto più pericolosa del lavoro interinale, delle co. co.
    co. o degli appalti di servizi una parte significativa del movimento sindacale pare infatti trascurare di prendere in considerazione le tutela del lavoratore in carne e ossa offerte dalle Agenzie per obbligo di legge.


    A conferma del fatto che il lavoro interinale era alla fine stato accettato — e tollerato — perché consente pur sempre di relegare il lavoratore temporaneo in una condizione di precarietà. Quando invece il modello di un lavoratore assunto a tempo indeterminato da una Agenzia — con garanzia della parità di trattamento retributivo e una dote economia per la formazione e il sostegno al reddito— non può essere culturalmente accettato perché finirebbe per sconfessare l’assunto, tutto ideologico e su cui si sono combattute tante battaglie sindacali, che la somministrazione è necessariamente sinonimo di precarietà.