“Commenti&Analisi” Bruno Trentin e la libertà degli atipici (B.Ugolini)

05/09/2005
    lunedì 5 settembre 2005

      ATIPICIACHI

        Bruno Trentin
        e la libertà degli atipici

          Bruno Ugolini

            Troviamo spesso due posizioni nelle esternazioni di dirigenti della sinistra e del centrosinistra, ma anche del sindacato, rispetto al popolo così diversificato dei lavoratori flessibili.

              Eppure bisognerebbe poter distinguere tra collaboratori, lavoratori affittati, lavoratori a tempo, tra diverse condizioni e diverse aspettative. Fatto sta che una parte della sinistra, sedotta dal pensiero liberale, li considera tutti, senza eccezioni, un elemento ineluttabile della modernità. Quasi un segno del progresso. Un’altra parte, invece, ipotizza per loro solo un ritorno al passato, al fordismo, al posto fisso per tutta la vita.

                Le conseguenze di queste due convinzioni portano a diversi orientamenti, anche se in fase di superamento, rispetto alla famosa legge 30, quella che ha moltiplicato a dismisura le possibili flessibilità nell’uso della forza lavoro, costruendo, in sostanza, un mare di precariato. C’è, dunque, chi ipotizza una cancellazione e basta della legge e chi, invece, immagina semplici correzioni migliorative. Certo, è una sintesi forzata di tali posizioni ma che si avvicina molto alla verità.

                  Ora come uscire da tale impasse? C’è chi ha lavorato – pensiamo alle elaborazioni di Tiziano Treu e Cesare Damiano – attorno a nuove ipotesi legislative che possono condurre ad uno sbocco unitario. Una risposta più generale la troviamo rileggendo l’ultimo libro di Bruno Trentin La libertà viene prima, la libertà come posta in gioco nel conflitto sociale.

                  Trentin propone, in sostanza, una soluzione capace di coinvolgere l’intero mondo del lavoro costruendo «la certezza di un contratto per tutte le forme di lavoro». Un nuovo contratto sociale per tutti, capace di unificare i diritti. Sono diritti che l’Autore (per molti anni dirigente dei metalmeccanici e poi segretario generale della Cgil) propone di porre al primo posto nell’agenda politica e nell’impostazione rivendicativa sindacale.

                    È il diritto alla conoscenza, alla formazione permanente come veicolo dell’«impiegabilità», connessa alla possibilità di spostarsi senza traumi da un luogo di lavoro all’altro. Trattasi anche di diritti che sottostavano alle recenti rivolte dei giovani tranvieri di Milano e dei giovani operai di Melfi: quello all’eguaglianza di trattamento salariale e normativo, per il quale se fai lo stesso lavoro di un anziano non puoi avere una compensazione economica a scartamento ridotto. E c’è il diritto – esploso nella lunga battaglia sull’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori – a non essere licenziato senza motivo, «qualunque sia il tuo rapporto di lavoro».

                      Una norma che dovrebbe valere anche per molti lettori di questa rubrica, quelli con contratti ballerini che possono essere interrotti a piacimento dal committente.

                        Trentin non suggerisce, in tale contesto, un’impossibile fuga negli anni Settanta. Non a caso polemizza, nel libro, con quanti – è stato il caso della Fiom – hanno rilanciato l’antica proposta degli aumenti salariali eguali per tutti. E polemizza con chi per i lavoratori atipici, per i figli del post fordismo, indica solo la prospettiva di una battaglia per diventare salariati, col cartellino da firmare tutti i giorni.

                          Molti giovani, sostiene l’Autore, non la capiscono. Pretendono, invece, di rafforzare le nuove occasioni intraviste nel rapporto tra libertà e lavoro, aperte proprio da questa fase detta del «post-fordismo».

                            Il riferimento è agli spazi – sapendo che non è certo così per tutti – per auto-organizzare il proprio lavoro, il proprio tempo. Spazi accompagnati, però, da un’impalcatura pressoché inesistente di tutele, solo compensata, in certi casi, dall’azione contrattuale promossa dal Nidil e dagli altri sindacati atipici.

                              È sempre stato l’assillo di Bruno Trentin. La libertà innanzitutto, anche nei rapporti di lavoro. Condizione indispensabile anche per poter migliorare poi la propria condizione economica. Questo libro è un po’ l’approdo del pensiero di un dirigente che osa ripronunciare la parola «socialismo» inteso come «ricerca ininterrotta sulla liberazione della persona e sulla sua capacità d’autorealizzazione». Con la coscienza che il mondo del lavoro (ragion d’essere di qualsiasi sinistra) non è dissolto con il dissolversi dei paesi del cosiddetto socialismo reale. Tesi su cui riflettere.

                                E approfittiamo di questa rubrica per segnalare che del libro di Trentin si discuterà alla Festa nazionale dell’Unità lunedì 5 settembre con Riccardo Terzi (dirigente Cgil), Matteo Rollier (oggi a capo degli Editori Riuniti), Marco Cipriano (dirigente dei Diesse lombardi).