“Commenti&Analisi” Basi Usa: Il conto piange (G.A.Stella)

02/05/2005
    domenica 1 maggio 2005

    BASI USA

    Il conto piange

      Gian Antonio Stella

        Ci vorrebbe Renato Carosone, il mitico autore di «Tu vuo’ fa’ l’Americano». Solo lui potrebbe raccontare la storia del conto in banca del governo Usa in Italia presso Bnl: «Tu vuo’ fa’ ’o napulitano / ’pulitano, ’pulitano…». Con un colpo di genio estraneo ai cari vecchi valori di James Stewart ma emulo piuttosto di «Totò truffa», il conto viene tenuto infatti sempre in rosso, per sbertucciare i pignoramenti per le cause di lavoro perdute.

        Un trucchetto che non fa molto onore allo Zio Sam. E che la dice lunga, in questi giorni di tensione sull’inchiesta per la morte di Nicola Calipari, sul rispetto che certe volte gli amici americani hanno per le nostre leggi.

        Punto di partenza per capire l’inghippo è Vicenza. Che ospita, nella famosa «caserma Ederle», una base militare statunitense che fa capo al Comando Setaf (Southern european task force ) ed è tra le più importanti non solo d’Italia ma d’Europa. Al punto che, nei momenti di massimo allarme sul fronte del terrorismo islamico, la città berica fu tra quelle considerate ad alto rischio.

          E’ così grande, la base americana, che oltre alle migliaia di militari e a circa 500 civili statunitensi, dà lavoro a oltre 700 persone con passaporto tricolore, dipendenti formalmente del governo Usa ma regolate, nel loro rapporto, dalla legge italiana e dal contratto collettivo valido su tutto il territorio nazionale.

          Territorio del quale la base, comandata (sulla carta, almeno) dall’italiano Salvatore Bordonaro, fa parte a tutti gli effetti. Tanto che le controversie di lavoro dei nostri connazionali sono sotto la giurisdizione del Tribunale del lavoro di Vicenza. Tutte cose in teoria pacifiche: la Convenzione di Londra del 1951 firmata anche da Washington e resa esecutiva in Italia con legge del 30 novembre ’55 (e confermata da un accordo fatto a Parigi nel ’61) dice infatti all’articolo 2 che «le condizioni di impiego e di lavoro e, in particolare, i salari e gli accessori, nonché le condizioni per la protezione dei lavoratori, saranno regolate conformemente alla legislazione in vigore nello Stato di soggiorno».

          Tutto chiaro? Almeno in queste materie, a casa nostra e con i concittadini nostri (precisazione indispensabile, dato ciò che si è visto dopo la bravata omicida del Cermis o lo stupro di una ragazzina violentata da un soldato Usa ad Aviano), valgono le regole nostre. E la cosa è stata riaffermata un paio di volte anche dalla Cassazione a Sezioni unite nel ’96 e nel 2001. Gli americani, però, non sono d’accordo. E, anche se non hanno mai denunciato la Convenzione di Londra, si regolano a modo loro.

          Punto primo: nonostante la legge dica che ogni causa di lavoro dev’essere gratuita e non deve pesare manco per un euro sul dipendente che si rivolge al giudice dato che tutti i passaggi sono «esenti, senza limite di valore o di competenza, dall’imposta di bollo, di registro e da ogni spesa, tassa o diritto di qualsiasi specie e natura», loro esigono un pedaggio iniziale di 91 dollari. Da versare con bonifico a una società privata alla quale il governo Usa ha dato l’incarico di procedere alle notificazioni previste dalla Convenzione dell’Aja sul territorio statunitense, la Process Forwarding International di Seattle. La quale, oltre al balzello, esige una traduzione di tutti gli atti. Traduzione che spesso contesta, dicono gli italiani, con motivazioni non sempre limpidissime.

            Punto secondo: durissimi su alcune cose, per le quali mettono la gente in galera senza tante storie dopo la prima sentenza o condannano gli avvocati difensori che la tirano in lungo a estrarre seduta stante gli assegni per pagare una multa, come ha mostrato giorni fa Milena Gabanelli a «Reporter», gli americani sono assai meno rigidi con se stessi in materia di lavoro. La legge italiana dice all’articolo 431 che «le sentenze che pronunciano condanna a favore del lavoratore per crediti derivanti dal rapporto di cui all’articolo 409 sono provvisoriamente esecutive»? Cioè che il datore di lavoro condannato deve subito sganciare i soldi senza aspettare l’appello e la Cassazione, dalle quali eventualmente si vedrà restituire ciò che ha dato ingiustamente? Il governo di Washington contesta. E non solo si appella sempre fino all’ultima istanza, cosa che ovviamente è suo diritto, ma nell’attesa non tira fuori un centesimo.

            E’ lì che lo scontro si fa duro. Il solo studio associato Mondin & Campesan, per fare un esempio, ha vinto sei cause per le quali non è mai riuscito a strappare quanto fissato. Perfino per le due definitive ha dovuto accontentarsi dell’80%. Per le altre, ciao. Inutili le diffide, inutili le ingiunzioni, inutili i tentativi dell’ufficiale giudiziario di entrare nella Caserma Ederle e pignorare qualche bene americano: sono tutti «impignorabili» perché considerati «strategici». Compresi i vestiti o le radioline hi-fi venduti negli spacci interni. In un memorandum firmato dal colonnello Donald Drummer, il Department of the Army lo dice ufficialmente: non ha intenzione di dare esecuzione alle sentenze dei tribunali italiani finché non siano passate in giudicato.

            E per tagliar corto sono arrivati a escogitare quel trucchetto che, l’avessero inventato a Forcella, sarebbe stato bollato come un gioco delle tre tavolette alla napoletana: ogni volta che un ufficiale giudiziario chiede di pignorare i soldi del governo Usa depositati alla Banca nazionale del lavoro, gli viene risposto che non c’è niente da pignorare: il conto è in rosso. Sempre: 365 giorni l’anno. Ogni sera infatti, accusano i legali dei lavoratori, la banca segnala al governo di Washington, un attimo prima di chiudere, di quanto è scoperto. E, volta per volta il buco, è ripianato con l’arrivo contestuale del necessario. Meglio: un po’ meno del necessario, così che il conto resti sempre in rosso.

            Sulla faccenda, qualche tempo fa, è stata presentata una interrogazione parlamentare firmata per primo dal senatore Antonio Iovene. Palazzo Chigi e il ministero della Difesa non hanno mai dato risposta.