“Commenti&Analisi” «Avviso» di frenata su previdenza e Tfr (R.Brunetta-G.Cazzola)

27/07/2005
    mercoledì 27 luglio 2005

      IN PRIMO PIANO – pagina 1/13

        INTERVENTO

        «Avviso» di frenata su previdenza e Tfr

          Dalle parti sociali un freno ai fondi pensione

            di Renato Brunetta* (* consigliere economico del premier)
            e Giuliano Cazzola

            Che le parti sociali dialoghino tra di loro è sempre un fatto positivo. Meglio ancora se raggiungono intese su questioni delicate del rapporto di lavoro e della protezione sociale, mediante una sintesi corretta di interessi e posizioni in grado di prevenire o evitare i conflitti e capace di tener conto delle esigenze più generali dell’economia e della società.

            Non sembra rispondere a tali requisiti l’”avviso comune” sottoscritto dalle confederazioni sindacali e dalle principali organizzazioni datoriali (le quali non si preoccupano certo degli interessi imprenditoriali delle assicurazioni e delle banche) contro lo schema di decreto delegato, predisposto dal Governo (ora all’esame delle competenti commissioni parlamentari) in materia di previdenza complementare. Il “ cartello” delle parti sociali, infatti, si è formato sommando le rivendicazioni di ciascuna di esse sulla base di un’istanza oggettivamente corporativa, contraria non solo ai principi di sana concorrenza, ma anche a quanto dispone con chiarezza la norma di delega. Insomma le parti hanno voluto difendere la “ rendita di posizione” fino ad ora riconosciuta ai fondi negoziali o chiusi.

            Ricordiamo brevemente cosa prevede la legge n. 243/ 2004, relativamente al conferimento del trattamento di fine rapporto (Tfr). Una volta entrato in vigore il decreto delegato, il lavoratore ha sei mesi di tempo per decidere, liberamente, la propria linea di condotta. Può restare nel regime del trattamento di fine rapporto oppure di destinare la liquidazione “ maturanda” ad una forma a capitalizzazione ( fondi chiusi, aperti, piani individuali), in una logica stretta di “ par condicio”.
            Tanto che il lavoratore ha diritto di allocare dove ritiene opportuno anche il contributo erogato per disposizione contrattuale dal datore di lavoro.

            Per consentire l’opzione del lavoratore, il legislatore impone un obbligo di informazione e trasparenza da parte di tutte le forme di previdenza complementare nonché la più ampia uniformazione delle regole. Anche per quanto riguarda i poteri di vigilanza e controllo, il Governo è intenzionato (in tal senso si pronuncia lo schema) ad unificare tali funzioni in capo alla Covip (l’organismo di vigilanza sulla previdenza integrativa), sottraendo all’Isvap (l’istituto di sorveglianza delle assicurazioni) i compiti ora esercitati sulle polizze individuali (Pip) in base al decreto legislativo n. 47/ 2000.

            Se il lavoratore resta passivo, scatta la procedura del silenzio assenso e il Tfr confluisce o presso i fondi promossi dalle Regioni oppure presso il fondo vigente nell’azienda di appartenenza. In ultima istanza, viene istituita una gestione “ residuale” presso l’Inps. Benché la legge non preveda una gerarchia tra fondi regionali e negoziali, il Governo ha inteso – ragionevolmente – riconoscere una priorità ai secondi.

            Ma, con la loro recente iniziativa, le parti sociali pretendono di più: a loro avviso il Tfr dovrebbe essere conferito soltanto ai fondi collettivi e non anche ai Pip. In sostanza, le parti rivendicano il mantenimento di una posizione di privilegio che, fino ad ora, non ha giovato allo sviluppo del secondo pilastro. Non è un caso che, in Italia, dopo 12 anni dalla riforma della previdenza complementare, aderisca ai fondi negoziali di nuova istituzione poco più di un milione di lavoratori (a fronte delle 700mila polizze individuali sottoscritte in pochi anni).

            L’imprimatur costitutivo delle parti sociali e della contrattazione collettiva è una caratteristica importante per tanti motivi (in particolare per la competitività dei costi), ma finisce per imprigionare l’esperienza entro i confini angusti e non sufficientemente rappresentativi degli attuali assetti delle relazioni industriali che coinvolgono una netta minoranza di imprese e di lavoratori. Basti pensare che, nel mondo del lavoro dipendente, vi sono solo due fondi — il Fonchim e il Cometa — con dimensioni europee; mentre la previdenza complementare non riesce a decollare nel pubblico impiego, nel lavoro autonomo e in quello atipico.

            Più seria, per quanto riguarda i datori di lavoro, è la questione delle compensazioni fiscali e creditizie a fronte della dismissione del Tfr, con relativo esborso periodico. Il Governo ha fatto delle concessioni importanti per quanto riguarda i benefici fiscali. Più complesso è il problema dell’accesso al credito, dal momento che non sembra possibile — al di là della costituzione del fondo di garanzia — introdurre dei meccanismi di erogazione automatica, a prescindere da un quadro minimo di garanzie. La vera contropartita alle imprese stava nel testo originario: quel taglio fino a cinque punti dell’aliquota contributiva per i nuovi assunti a tempo indeterminato che i sindacati hanno affossato e che i datori di lavoro non hanno difeso a sufficienza.

            Stupisce, comunque, la tardiva levata di scudi di sindacati e imprese nei confronti di una legge che ha impiegato quasi quattro anni per essere approvata, e che aveva posto fin dall’inizio con chiarezza quei problemi che adesso risultano dirimenti. Al dunque, mentre le commissioni parlamentari proseguono speditamente nella formulazione del parere, le parti sociali hanno innestato il freno a mano.

            È singolare, poi, la minaccia di boicottare— per mere questioni di potere — il conferimento del Tfr, quando da anni è risaputo che solamente la riconversione di tale istituto può mettere in campo risorse adeguate a far decollare finalmente un secondo pilastro previdenziale in grado di tutelare i giovani di oggi e i futuri pensionati di domani.

            Ai lavoratori va data, dunque, ogni possibile garanzia, come già prevede la delega. E alle parti sociali va riconosciuto un ruolo fondamentale in questa materia. Ma le parti non possono usare impropri diritti di veto e avvalersi di una posizione di sostanziale monopolio, contraria non solo alle regole su cui si fondano gli ordinamenti nazionali ed europei, ma, in definitiva, agli interessi stessi dei lavoratori che hanno diritto ad una previdenza integrativa trasparente, competitiva, efficiente, sicura perché inserita in un vero mercato concorrenziale.

              Come, purtroppo, abbiamo imparato dalla storia lontana e recente del nostro Paese, la convergenza di interessi corporativi, ancorché maggioritaria all’apparenza, non porta mai al benessere collettivo.