“Commenti&Analisi” Articolo 18, il sì al referendum farà bene al Paese – di G.P.Patta

12/03/2003

              mercoledì 12 marzo 2003

              Articolo 18, il sì al referendum farà bene al Paese
              GIAN PAOLO PATTA*
              *segretario confederale della Cgil
              Il sondaggio, realizzato qualche giorno fa da Mannheimer, ha dimostrato che nel Paese esiste una vasta conoscenza del referendum estensivo dell’articolo 18 alle aziende minori e che una maggioranza
              di cittadini italiani si esprimerebbe per il sì nel voto.
              Emerge una grande propensione al sì tra i lavoratori dipendenti, ma anche un consistente consenso tra gli stessi lavoratori autonomi
              ed emerge una forte trasversalità di questo sì tra gli elettori delle forze politiche di centrodestra e di centrosinistra.
              È un referendum quindi che unisce i lavoratori, indipendentemente dal voto ai partiti che essi esprimono: questo peraltro era un dato che ha marcato significativamente le mobilitazioni del 2002 e il largo consenso
              che le iniziative della Cgil riscuotevano nel Paese.
              Il significativo consenso che emerge dal sondaggio, va ascritto alle mobilitazioni della Cgil, alla efficacia della sua campagna sulla estensione dei diritti, al fatto che grazie alla Cgil i diritti sono vissuti, nella coscienza di una parte importante della popolazione italiana, come fondamento della democrazia e della libertà coagulando
              una vasta opinione democratica. Il referendum estensivo è stato promosso da lavoratori e intellettuali: i mass media lo hanno fatto diventare il referendum di Rifondazione Comunista, la quale non è
              promotrice del referendum, ma ne ha sostenuto la raccolta delle firme al pari di parti importanti della stessa Cgil, come i metalmeccanici e la minoranza di «lavoro e società – cambiare rotta» e settori dello
              stesso partito dei Democratici di Sinistra.
              È un referendum che demolisce una delle stesse accuse che il centrodestra ha avanzato alla Cgil nel corso del 2002 e cioè di
              pensare solo ai garantiti e non anche a quella grande massa di lavoratori senza diritti che lavorano nelle aziende con meno di 15 dipendenti o che svolgono uno dei tanti lavori atipici. C’è quindi un senso positivo, verso cui si muove il referendum, ovvero consolidare l’area della certezza del diritto superando modalità di lavoro servile che ancora permangono nelle società moderne come quella italiana.
              Il vasto consenso, anche tra i lavoratori autonomi, non deve stupire perché al di là di facili sociologismi, la realtà è che solo nelle imprese con meno di 15 dipendenti, sono 3 milioni i lavoratori dipendenti,
              mentre i datori di lavoro raggiungono il milione. La grande massa del lavoro autonomo in Italia non ha lavoro alle dipendenze, anzi sono molti i lavoratori che nell’arco della loro vita, in certe fasi sono
              autonomi, in altre fasi sono dipendenti.
              Entrano ed escono dal mondo del lavoro dipendente, anche perché a volte licenziati ingiustamente: quindi capiscono perfettamente l’importanza della certezza del rapporto di lavoro.
              Di questo referendum è stato detto che produrrebbe effetti negativi sull’economia. Chi sostiene questa tesi pensa ad una economia che compete sui costi e sui diritti. Pensiero che contrasta con quello più
              moderno, prevalente, che ritiene invece che la crescita delle dimensioni aziendali ed una emersione del sommerso siano un forte fattore di sviluppo (non di arretratezza) superando i ritardi tipici di alcune
              parti dell’economia italiana. Il contributo che l’emersione dell’economia nera darebbe allo sviluppo economico è notevole: si
              tratta di 500mila miliardi – in vecchie lire – di sommerso che dovrebbero produrre, in caso utopico di una emersione totale,
              circa 200mila miliardi di contributi e tasse che rafforzerebbero sicuramente il ruolo dell’economia nazionale e darebbero un contributo decisivo al debole stato sociale italiano. Questo perché, come è noto,
              lo Stato debole coi forti, tipico dell’Italia, non garantisce con gli strumenti dei presidi ordinari la certezza della applicazione delle leggi e dei contratti, anzi (come confermano gli ultimi provvedimenti del Governo) la tendenza di questo Stato è al condono e alla comprensione dell’evasione e del sommerso.
              Noi dobbiamo puntare sui lavoratori che possono pretendere l’applicazione delle leggi e dei contratti che li riguardano, e lo possono fare se non vi è il timore di essere licenziati dalla sera alla mattina, arbitrariamente, senza motivo. Quindi sarebbe un fattore di progresso sociale, civile ed economico notevole.
              Non è obbligatorio arrivare al referendum, la battaglia è per l’estensione dei diritti, non per celebrare a tutti i costi il referendum. Qualora il Parlamento producesse una legge estensiva dei diritti, il
              referendum si potrebbe evitare. Sono importanti a questo fine le caratteristiche della legge, legge che non può che tener conto del pronunciamento della Consulta, che nell’ammettere il referendum ha
              sancito come lo stesso si propone in termini inequivocabili e chiari l’estensione della tutela reale ai lavoratori sotto le aziende con 15 dipendenti. Intendendo per tutela reale la reintegrazione nel posto di lavoro qualora un dipendente venisse licenziato senza giustificato motivo. La legge quindi deve essere estensiva di questo diritto ed
              in questo senso tutti i contributi (a cominciare da quello che la Cgil sta elaborando) sono utili. Penso che la Cgil debba, coerentemente
              con la battaglia sviluppata, che ha comportato sinora 26 ore di sciopero, produrre una legge estensiva e qualora il Parlamento non l’approvasse in tempi utili fare una grande campagna per il si.
              La Cgil dovrebbe immediatamente dichiarare il proprio impegno per il si anche per rendere più forte la possibilità che questa legge venga messa effettivamente in discussione in Parlamento visto che il Governo
              si appresta, in maniera anomala, a costituire il Comitato per il no e a respingere qualsiasi ipotesi di legge estensiva.
              Questa mobilitazione per il si corrisponde anche ai sentimenti che la Cgil ha saputo sollevare tra i lavoratori e cittadini e porta coerentemente a conclusione la battaglia, sapendo che una vittoria del si impedirebbe definitivamente la possibilità da parte del Governo di approvare l’848 bis che conclude l’attacco ai diritti iniziato un anno fa.
              Lo stesso vale per le organizzazioni del lavoro autonomo e per i partiti dell’opposizione, in particolare le organizzazioni democratiche di sinistra dei lavoratori autonomi non possono cavalcare una visione
              del rapporto dei loro dipendenti ne nega diritti basilari.