“Commenti&Analisi” Art. 18, i diritti non servono virtuali – di C.Damiano, P.Gasperoni

19/05/2003

              domenica 18 maggio 2003

              Scorciatoie referendarie che impongano la reintegrazione
              anche dove c’è un solo dipendente sono illusorie, insignificanti per i lavoratori, vessatorie per i piccoli imprenditori
              Art. 18, i diritti non servono virtuali

              Cesare Damiano Pietro Gasperoni

              Il 15 giugno gli italiani saranno chiamati a pronunciarsi su un
              referendum che si propone di estendere la reintegrazione nel posto
              di lavoro prevista dall’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, in caso
              di licenziamento senza giusta causa o giustificato motivo, anche alle piccole imprese sotto i 16 dipendenti.
              Questo referendum è sbagliato nel metodo perché la semplificazione referendaria divide anziché consolidare ed ampliare quel movimento di
              lotta che si è sviluppato a difesa dell’articolo 18, quale emblema di una
              strategia di sviluppo economico e sociale basato sul rispetto della dignità dei lavoratori e sull’ampliamento delle garanzie sociali, alternativo al disegno di Governo e Confindustria.
              Questo referendum è sbagliato anche nel merito, perché lo strumento
              referendario non è idoneo a risolvere alcun problema di rafforzamento
              ed estensione reale delle tutele. Nelle piccole imprese (la media degli
              addetti sotto i 16 dipendenti è di tre lavoratori circa) il rapporto di lavoro ha caratteristiche diverse che nella grande impresa, ed è connotato da un forte carattere fiduciario nel quale sono i lavoratori per primi a non proporsi vincoli lavorativi o di "coabitazione" forzata nel caso in cui si creino condizioni di rapporto conflittuali con l’imprenditore col quale spesso lavorano fianco a fianco.
              Ciò non significa non tutelare anche questi lavoratori dai licenziamenti
              discriminatori. Il diritto non può che essere universale, ma per renderlo efficace e non virtuale, va modulato con tutele specifiche sulla base delle diversità presenti nel mondo del lavoro, a partire dall’intangibilità dei diritti oggi esistenti, attraverso il protagonismo dei sindacati e con le iniziative legislative.
              Nella piccola impresa la tutela contro i licenziamenti arbitrari è più
              efficace e gradita ai lavoratori se si affronta con un inasprimento delle
              sanzioni risarcitorie che combattano gli abusi e costituiscano una seria
              deterrenza antidiscriminatoria.
              Inoltre vanno estese le tutele che sono prerogativa dei soli lavoratori delle grandi imprese, quali la Cassa Integrazione Guadagni, rafforzando la tutela per i periodi di disoccupazione, rendendola temporalmente più lunga che per gli altri lavoratori. Scorciatoie referendarie che impongano la reintegrazione anche alle imprese
              con un solo dipendente sono illusorie nella loro concreta realizzazione,
              insignificanti per i lavoratori e vessatorie per i piccoli imprenditori.
              Gli abusi in queste imprese si combattono più efficacemente con adeguati risarcimenti ai lavoratori colpiti, più che con una solo teorica imposizione della continuità del rapporto di lavoro.
              D’altra parte questo è il principio ispiratore in base al quale bisogna
              definire un sistema di tutele analoghe anche per tutti quei lavoratori la
              cui condizione di precarietà, nel rapporto di lavoro, preclude forme di
              tutela identiche a chi ha un rapporto di lavoro stabile.
              È bene ricordare che, accanto ai 3 milioni di lavoratori delle aziende
              sotto i 16 dipendenti, ci sono 2 milioni e mezzo di collaboratori coordinati e continuativi e almeno altri tre milioni di lavoratori con contratti a termine, contratti di lavoro saltuari e discontinui la cui caratteristica comune è la precarietà e l’assenza di diritti e tutele.
              Insomma, il mondo del lavoro oggi è diviso tra chi ha tutele e garanzie
              di continuità del reddito, chi ha solo tutele e chi non ha né tutele né garanzie.
              Perché un tale progetto di estensione di diritti e tutele si realizzi servono condizioni politiche favorevoli e, quando queste mancano nei numeri parlamentari, è ancora più necessario costruirle nella società. Fondamentale diventa la costruzione di un fronte di lotta il più ampio possibile così come si cominciò a fare con la straordinaria mobilitazione di massa realizzata da un anno a questa parte a difesa dell’articolo 18.
              Un movimento che ha visto scendere in campo accanto ai lavoratori
              dipendenti, tanti giovani, anziani, lavoratori autonomi, imprenditori e
              intellettuali.
              Esattamente il contrario di ciò che produce questo referendum il quale, anziché consolidare e allargare quel vasto mondo, lo divide renden
              do più debole la stessa difesa dei diritti esistenti, tuttora esposti all’attacco della destra. A fronte di tutto ciò è semplicistico e fuorviante sostenere che, siccome il referendum c’è, intanto estendiamo ciò che viene proposto dal quesito, perché così si
              facilita la successiva estensione delle tutele.
              È una semplificazione che nasconde una certa miopia politica e una logica subalterna che potrebbe costare molto cara alla sinistra e alla causa dei diritti dei lavoratori, perché entrare in conflitto o inimicarsi forze oggi non ostili, rischia di mettere in discussione i diritti esistenti più che conquistarne dei nuovi.
              Noi siamo convinti che se vincesse il Sì, oltre alla parzialità della risposta che esclude i lavoratori più deboli nel mercato del lavoro, si determinerebbe un quadro normativo inappropriato e sostanzialmente inapplicabile per la semplice ragione che i rapporti in un’impresa di 2 o 3 dipendenti non sono omologabili a quelli esistenti in una grande industria.
              Se vincesse invece il No, questo negherebbe l’esistenza del problema
              dell’allargamento dei diritti che invece è enorme e interessa molti milioni
              di lavoratori oltre a quelli che lavorano in imprese sotto i 16 dipendenti.
              Perciò, se si vogliono evitare risultati opposti a quelli proclamati, è bene tener conto dei diversi contesti nella definizione degli strumenti di
              tutela, e ciò lo si può fare solo attraverso un coerente percorso legislativo, così come indicato nelle proposte di legge dell’Ulivo già presentate in Parlamento.
              Ciò che occorre fare è proseguire nella battaglia di difesa dell’articolo
              18 così com’è sopra i 15 dipendenti, perseguire il rafforzamento delle tutele anche per le imprese sotto i 16 dipendenti contro i licenziamenti
              ingiustificati, ma anche con l’estensione della cassa integrazione e
              dell’indennità di disoccupazione, così come vanno individuate e realizzate misure di tutela a loro volta appropriate alle diverse specificità, sia sul piano della stabilità del lavoro che nelle tutele, oggi mancanti o totalmente insufficienti, in caso di maternità, paternità, infortunio, malattia, previdenza e formazione, per tutte quelle modalità lavorative che creano precarietà, discontinuità e provvisorietà.
              Una tale complessità di problemi oggi esistenti in un mercato del lavoro sempre più frammentato e precarizzato, non si risolve certo a colpi di referendum.
              Ciò che serve è un ampio fronte di lotta che sostenga e accompagni un percorso legislativo appropriato e coerente ai principi di universalità.
              Per questo insieme di ragioni e nella convinzione che, trovandoci di
              fronte ad un referendum sbagliato i cui effetti sarebbero in ogni caso
              negativi innanzitutto per i lavoratori, sia nel caso vincano i Sì sia che
              vincano i No, riteniamo non solo legittimo e politicamente corretto
              annullarne i sui effetti, evitando il raggiungimento del quorum, ma
              consideriamo la scelta dell’astensione dal voto lo strumento più idoneo
              per salvaguardare le condizioni più favorevoli allo sviluppo di lotte
              efficaci contro questo governo e per meglio difendere ed ampliare i diritti dei lavoratori.
              Sono quindi valutazioni di merito politico, non di semplice astensione
              per neutralità o equidistanza. Una scelta d’altra parte coerente con lo
              spirito e la lettera della nostra Costituzione che per i referendum abrogativi, a differenza di quelli confermativi o di ogni genere di elezioni politiche o amministrative, ha previsto un quorum che consente di esprimersi oltre che con un Sì o con un No, anche con il non voto. L’astensione "attiva" è una espressione di voto che evita il pronunciamento qualora si consideri inadeguato o sbagliato sia il prevalere degli uni o degli altri: esattamente ciò che noi pensiamo di questo referendum.