“Commenti&Analisi” Arriva la Mala Previdenza – di Livia Turco

25/02/2003



Da l’Unità del 25.02.2003

 Editoriali
 
     
 



 

Arriva la Mala Previdenza
di 
Livia Turco

Approda oggi in Aula la legge delega del governo relativa alla Previdenza. Le misure in essa contenute interrompono e invertono il processo di riforma avviato dai governi Amato, Dini e Prodi che avevano raggiunto obiettivi – riconosciuti anche nei documenti ufficiali dell’attuale governo – di stabilità finanziaria e di equità. Tali misure, inoltre, non sono in grado di risolvere questioni cruciali come l’aumento del tasso di attività e di occupazione delle persone comprese nelle classi di età tra i 55-65 anni che oggi raggiunge appena il 28% e aggravano i problemi di equità soprattutto nei confronti dei giovani, dei lavoratori atipici, precari e discontinui senza mantenere la promessa elettorale dell’aumento delle pensioni più povere. La proposta di legge delega del governo cambia in modo significativo il profilo del sistema previdenziale italiano così come delineato dalla riforma Dini (legge 335) che poggia su un pilastro pubblico e su forme previdenziali complementari attraverso la riduzione fino a 5 punti dell’aliquota contributiva del lavoro dipendente sui nuovi assunti e il conferimento obbligatorio del trattamento di fine rapporto di lavoro (Tfr) dei lavoratori alle forme previdenziali complementari ivi compresi i Fondi Pensione. Si profila così un capovolgimento della situazione per cui il pilastro pubblico della previdenza rischia di sgretolarsi e di diventare l’appendice complementare di un sistema fondato sull’accumulazione tramite fondi. L’esito concreto per i lavoratori e le lavoratrici non sarà maggiore libertà tramite una diversificazione del loro portafoglio pensionistico. L’esito sarà invece quello di una pensione pubblica ridotta e più povera e il proprio Tfr – che è, ricordiamolo bene, salario differito dei lavoratori – vincolato in modo obbligatorio in Fondi Pensioni senza che siano date ai lavoratori adeguate garanzie in termini di trasparenza delle regole di funzionamento dei medesimi e di certezza dei loro rendimenti. La riduzione fino a 5 punti dell’aliquota contributiva sul lavoro dipendente comporta consistenti minori entrate all’Inps cioè al pilastro pubblico della previdenza che, o verranno compensate con altre entrate – comportando così oneri consistenti per lo Stato – oppure si tradurranno in una riduzione dei trattamenti pensionistici.
Questo punto cruciale non viene però chiarito dal disegno di legge delega. Esso infatti non reca una clausola di determinazione degli oneri e delle connesse coperture finanziarie, ma rinvia alla sessione di bilancio (dpf e legge finanziaria) la copertura delle misure attuative delle disposizioni in essa contenute. Così come vi sono nel provvedimento norme che risultano prive di corretta quantificazione e di copertura finanziaria adeguata. A fronte di questa situazione gli unici dati certi sono quelli forniti dall’allora presidente dell’Inps Massimo Paci, nel corso di una audizione parlamentare effettuata dalla Commissione Lavoro della Camera secondo cui a partire dal 2005 le mancate entrate derivanti dalla riduzione dei contributi sui neo assunti saranno nettamente superiori rispetto alle entrate che deriveranno dall’aumento, previsto dal 16 al 19%, dell’aliquota dei lavoratori parasubordinati. L’Inps si troverà dunque in difficoltà a pagare gli stessi trattamenti pensionistici in essere. Inoltre, i nuovi assunti ai quali si applica la decontribuzione avranno, a regime, una decurtazione della loro pensione del 10 e del 19% a seconda se la decontribuzione sarà di tre o di cinque punti. La nostra battaglia di opposizione sarà coerente con l’impostazione riformatrice che ha ispirato le riforme Amato, Dini e Prodi grazie alle quali il nostro paese ha ottenuto risultati importanti sia sul piano della stabilità finanziaria del sistema, che per quanto riguarda la tutela dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici. Sostenibilità finanziaria ed equità, nella politica del centro-sinistra, sono state e sono le due facce della stessa medaglia. Oggi la spesa pensionistica italiana è del 13,5%; scende a 11,5% se si escludono le componenti assistenziali finanziate dalle apposite gestioni nel bilancio Inps. È di fatto in linea con la media europea come conferma l’ultimo rapporto Inpdap sullo Stato Sociale. I risparmi accumulati tra il 1998 e il 2002 sono stati di 160 mila miliardi di vecchie lire. Anche per il lungo periodo si delinea una evoluzione non allarmante dell’andamento della spesa previdenziale. Ciò, grazie all’entrata a regime del metodo contributivo che, in quanto calcola il livello della prestazione pensionistica sulla base del rapporto tra anni lavorati, contributi versati, speranza di vita sposta in avanti l’età pensionabile e riduce la prestazione pensionistica pubblica. Anche se va riconosciuto che oggi saremmo più forti su piano dell’equità se durante l’esperienza di governo di centro-sinistra fosse stata accolta da tutte le parti sociali e non solo dalla Cgil la proposta, allora avanzata, di accelerare il passaggio al metodo contributivo per impiegare le risorse così risparmiate nella riforma degli ammortizzatori sociali per sostenere i diritti dei lavori più deboli. Dunque, è corretto affermare che la riforma delle pensioni è già stata fatta con i provvedimenti Amato, Dini e Prodi e che sulla base dei risultati attuali il problema è completare questa riforma ed aggiornarla alla luce dei cambiamenti intervenuti nella composizione demografica e nel mercato del lavoro. A partire da qui poniamo quattro obiettivi nella battaglia parlamentare. Primo, la difesa del pilastro pubblico e dunque una netta e forte contrarietà alla riduzione dell’aliquota contributiva del lavoro dipendente.

Secondo, il decollo della previdenza complementare secondo forme che offrano garanzie ai lavoratori a partire dalla volontarietà della scelta, espressa attraverso il metodo del silenzio-assenso ed inoltre la previsione di sostegni finanziari e fiscali alle imprese, soprattutto quelle piccole e medie. Terzo, promuovere misure efficaci per incentivare la permanenza al lavoro oltre l’età pensionabile. Quarto, consentire ai giovani ed alle persone che svolgono lavori discontinui, atipici, intermittenti di maturare una pensione dignitosa sia attraverso la «totalizzazione» dei periodi contributivi, sia attraverso l’estensione ad essi delle prestazioni e delle garanzie di carattere sociale e formativo previste per gli altri lavoratori e lavoratrici. Queste proposte si collocano all’interno del progetto più generale di riforma del welfare promosso dall’Ulivo di cui la Carta dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici, la proposta di riforma degli ammortizzatori sociali e la legge sul Rmi ne costituiscono già i pezzi fondamentali.