“Commenti&Analisi” Anzianità «tabù» (I.Cipolletta)

17/07/2003



        Giovedí 17 Luglio 2003


        Anzianità «tabù», meglio innalzare l’età


        di INNOCENZO CIPOLLETTA

        Ho sempre pensato che nel nostro Paese la pratica del Dpef (Documento di Programmazione Economica e Finanziaria) fosse nociva ai governi perché li costringe ad esporre con anticipo quello che ancora non hanno deciso, generando una reazione così forte che poi finisce per annullare ogni sforzo riformatore e per trasformare il Dpef in un documento tanto vuoto quanto inutile. Così è sempre stato, ad esempio, per la riforma delle pensioni. Ogni volta che si è pensato di indicarla nel Dpef, poi sono derivate tante di quelle tensioni che, alla fine, tale argomento è stato appena evocato e nella legge finanziaria successiva non se ne è più vista traccia. Anche questa volta sembra che le cose vadano nella stessa direzione. Dopo una sorta di crisi con tanto di verifica sul programma di governo, si è ventilata la riforma delle pensioni e si è subito fatta marcia indietro.
        Forse in Italia sarebbe bene che di riforma delle pensioni non se ne parlasse più come di una esigenza da mettere nella legge finanziaria prossima, ovvero come un impegno (inesistente) con l’Europa. Invece sarebbe utile che si aprisse una sessione di verifica con tutti gli attori coinvolti, senza scadenze predefinite, ma con la disponibilità a parlare di ciò che conviene alla gente. Il punto di partenza non dovrebbe più essere la sostenibilità del nostro sistema previdenziale, che è sempre sostenibile a condizione che si paghino adeguati contributi, ma le scelte per il nostro futuro. Tutti sanno che il Paese sta invecchiando e che tra poco avremo un numero di pensionati eguale e poi superiore a quello dei lavoratori. Il nostro problema non è più quello della "gobba", ormai inevitabile, da finanziare nei prossimi anni, quando cresceranno il numero dei pensionati di anzianità, ma il livello della pensione per le persone anziane che non potranno più integrare il loro reddito con un lavoro.
        Abbiamo un sistema che accontenta le persone di cinquanta e sessanta anni, che possono andare in pensione e mantenere una certa capacità di "fare reddito", attraverso lavori atipici o attraverso l’assunzione di funzioni famigliari che permettono ai giovani di lavorare (i nonni badanti dei nipoti). Ma poi questo sistema lascia scoperte le stesse persone quando non avranno più tale possibilità di reddito perché in età troppo avanzata. Per tutti, sarebbe meglio poter lavorare più a lungo al fine di poter disporre di una pensione più sostanziosa quando non si avrà più la capacità di lavoro.
        Si obietta spesso che le imprese tendono a disfarsi delle persone di una certa età per rimpiazzarli con giovani, più elastici, più preparati e meno costosi.
        È ovvio che se esiste una legislazione che consente il ricambio, le imprese siano indotte a farne ricorso. Ma è anche vero che se una tale possibilità non esistesse, le imprese finirebbero per adattarsi, sviluppando sistemi di formazione per i propri lavoratori e studiando con i sindacati formule di flessibilità adatte alle nuove esigenze di lavoro. Per tutti deve valere l’argomento che, senza interventi di riforma, ci saranno aumenti di contributi e di tasse. Queste ultime, in particolare, sono destinate ad aumentare per garantire un livello di pensioni ad un numero elevato di persone. Poiché le tasse gravano su tutti i redditi, esse graveranno anche sui redditi dei pensionati, che rappresentano già un quinto del reddito del Paese, con il risultato di abbassare le pensioni anche per i veri anziani, quelli che non riusciranno a recuperare reddito con attività lavorative atipiche. La difesa delle pensioni future passa dunque attraverso la riforma di quelle attuali. Ma ormai occorre riconoscere che, avendo perso tanto tempo, è quasi inutile rincorrere le pensioni di anzianità, vera anomalia italiana. La riforma delle pensioni in Italia potrebbe essere affrontata con meno tensioni e meno drammaticità se si cominciasse a togliere dal tavolo della discussione le pensioni di anzianità. Troppi tabù sono stati eretti su queste pensioni ed ormai esse riguardano un numero di persone limitato, posto che tra alcuni anni sarà necessario avere quaranta anni di contributi per andare in pensione. Si faccia allora lo scambio tra mantenere le pensioni di anzianità ed aumentare l’età minima di pensionamento, portandola ai 60 anni per tutti, con una prospettiva a medio termine verso i 65 anni.
        Ma tutto ciò presuppone una volontà di dialogo che è fatta di incontri e di discussioni serie, cercando di comprendere le ragioni di ognuno, evitando gli effetti annuncio (le pensioni nel Dpef), i veti assoluti (le pensioni non si toccano) o le minacce (definire entro luglio la riforma), che forse possono far piacere ai propri supporter, ma che generano reazioni tali da finire di far fallire qualsiasi ipotesi di riforma, sicché i veri alleati di chi non vuol cambiare nulla finiscono per essere proprio quelli che gridano ai quattro venti di voler cambiare tutto.
        icipoll@tin.it