“Commenti&Analisi” Antiche zavorre – di C.Dell’Aringa

17/01/2003





Venerdí 17 Gennaio 2003

ANTICHE ZAVORRE


DI CARLO DELL’ARINGA Strane coincidenze quelle di questi giorni. La Commissione europea invita gli Stati membri a guardare avanti, a procedere celermente con le riforme del welfare, del mercato del lavoro, della ricerca, della formazione e di tanti altri settori la cui arretratezza pesa sulla capacità di coniugare al meglio la competitività dell’apparato produttivo con i necessari interventi di inclusione sociale ed ecco che il nostro Paese risponde aprendo la prospettiva di un referendum sull’estensione dell’obbligo di reintegro dei lavoratori licenziati per le aziende che hanno meno di 15 dipendenti. È paradossale che invece di fare meglio e di più di quello che si è fatto in questi ultimi cinque anni, si mettano le lancette dell’orologio indietro di trent’anni. I commenti di ieri hanno giustamente messo in luce il fatto che la richiesta di referendum è coerente con la logica dei ragionamenti fatti nel corso di un anno.




Secondo questi ragionamenti il principio della cosiddetta "reintegra" è un principio di civiltà che protegge un diritto di dignità e di libertà dei lavoratori in quanto persone. Perché se così fosse lo stesso principio dovrebbe estendersi a tutti i lavoratori, indipendentemente dalla dimensione dell’unità produttiva in cui si lavora. Attenzione però a seguire questa logica, nel bene come nel male. È opportuno non cadere in una tentazione manichea del tutto o niente: se è un diritto va dato a tutti, altrimenti non va dato a nessuno. È possibile affrontare in modo un po’ più "laico" il problema? Le provocazioni non vanno accettate e va ribadito ancora una volta che quello della garanzia reale del posto di lavoro o principio della "reintegra" come lo si voglia chiamare, non è un diritto, che come tale andrebbe riconosciuto a tutti, ma una tutela, che può essere riconosciuta o meno, senza incorrere nel rischio di mortificare la dignità delle persone. Certamente essa è importante per il lavoratore ma presenta anche pesanti controindicazioni dal punto di vista dei disincentivi che può creare nei confronti delle imprese che devono assumere nuovi lavoratori. Questi sono i termini del problema. Ora quasi tutti i Paesi hanno di fatto deciso che le controindicazioni sono tali che è opportuno tutelare i lavoratori in altro modo e non applicando questo principio. Ed è per questo motivo che nel nostro Paese si è avviata, da più di un anno, una riflessione per capire se sia possibile adottare misure simili a quelle adottate nella stragrande maggioranza degli altri Paesi. Si può decidere alla fine che non esistono le condizioni politiche favorevoli. Si può decidere, come di fatto la maggioranza delle parti sociali sembra propensa a fare, che occorra fare una sperimentazione. Si può decidere di affrontare il problema come hanno fatto i tedeschi, affidando al giudice la responsabilità di optare per la reintegra o meno. Si possono approfondire le proposte di arbitrato. E si potrebbe andare avanti a elencare tutte le proposte di riforma che sono state fatte, da destra e da sinistra, in questi anni. Ma, per favore, non si può proporre e sottoporre al Paese di andare in direzione esattamente opposta a quella delle indicazioni ragionevoli che sono state avanzate e che direttamente o indirettamente, apertamente o velatamente, tutti gli organismi internazionali e la stessa Commissione Ue ci danno. Questo referendum non potrà mai passare. La maggioranza di un Paese maturo come il nostro ha già capito che non si possono ancora aumentare le rigidità in un sistema economico che faticosamente cerca di darsi assetti istituzionali e regolazione dei mercati un po’ più simili a quelli dei Paesi che sono davanti a noi in termini di sviluppo e di competitività. Come si può pensare di metter qualche forma di intralcio all’unica solida fonte di creazione di posti di lavoro nel nostro Paese, quella della piccola impresa che, quasi da sola, ha permesso l’aggancio con la forte ripresa occupazionale che ha caratterizzato l’Europa in questi ultimi cinque anni? Come potremmo non dico raggiungere, ma cercare solo di sfiorare gli obiettivi di occupazione che fra qualche mese la Commissione ci affiderà in modo preciso, aggiungendo zavorra ai piedi delle piccole imprese? Certamente tutto questo non succederà, ma intanto verrà utilizzato tempo, con discussioni, polemiche, prese di posizione, tentativi di neutralizzare e di aggirare i pericoli politici insiti nella prova referendaria, mentre tempo e risorse politiche dovrebbero essere utilizzate per sedersi a un tavolo per trovare il modo di proseguire il cammino percorso in questi anni. Il che è politicamente difficile, non impossibile. Ma se si usano sciabole affilate come referendum e scioperi generali, alla fine si dovranno solo contare i morti e i feriti.