“Commenti&Analisi” Allarme prezzi oltre misura (C.Dell’Aringa/C.Vignocchi)

16/10/2003



      Giovedí 16 Ottobre 2003

      Analisi


      Allarme prezzi oltre misura ma serve più trasparenza nei servizi


      di CARLO DELL’ARINGA E
      CESARE VIGNOCCHI

      Da diversi mesi il tema dei prezzi si è mutato in una specie di arena nella quale anche i contributi di qualche serietà vengono macinati in un confusione montante. Qualche giorno fa l’Istat ha osservato che se i consumatori convertono mentalmente in vecchie lire i prezzi espressi ora in euro utilizzando un tasso arrotondato di 2mila anziché 1936,27 lire automaticamente percepiscono un’inflazione più alta di circa il 3,3%. Questa semplice osservazione è stata letta come una conferma che sono stati i dettaglianti ad arrotondare e che quindi l’Istat avrebbe candidamente ammesso che la vera inflazione è circa al 6%.
      In questa situazione si rischiano di perdere anche quegli elementi di metodo e conoscenza che un lungo lavoro di analisi ha spesso messo a punto e che ora tornerebbero utili. È il caso dei prezzi dei prodotti alimentari quelli che, data la frequenza di acquisto, determinano più direttamente la percezione dei consumatori. Da mesi si sta dibattendo se la maggiori responsabilità siano da attribuire all’industria, oppure alla distribuzione finale al dettaglio. Grandi colpe non sembra vi siano da nessuna delle due parti, e questo per una serie di motivi. Innanzitutto, considerando solo i prezzi dei prodotti alimentari di origine industriale e quindi depurando dal fresco ortofrutticolo, il tasso di inflazione del mese di settembre passa dal 3,9% al 2,7%. Il dato non è quindi così preoccupante e sostanzialmente allineato al valore complessivo del costo della vita, appena comunicato dall’Istat e pari al 2,8%.
      In secondo luogo confrontando i tassi di crescita dei prezzi alla produzione con quelli al consumo si osserva un elevata solidarietà di andamento. Al solito i primi mostrano andamenti più volatili. Ma chiunque abbia qualche esperienza nell’analisi del fenomeno sa che risalendo a monte della catena distributiva si ritrova costantemente questa regolarità. Se giungessimo sino alle quotazioni delle materie prime osserveremmo oscillazioni ancora più elevate. Si può aggiungere che ponendo pari a 100 nella media del 2000 l’indice dei prezzi alla produzione, il valore di luglio si porrebbe a 107.9, mentre quello al consumo a 108.3. Volendo scomodare i due recenti premi Nobel dell’economia, dovremmo dire che nel medio periodo i prezzi alle due fasi sono cointegrati, cioè «vanno assieme». Ma sono giusti i prezzi rilevati dall’Istat al consumo? Su questo si è dibattuto molto, ma una cosa è sicura: attualmente è quanto di migliore abbiamo.
      E i prezzi alla produzione sono correttamente rilevati? Qui la risposta può essere più soddisfacente. Disponiamo infatti di due rilevazioni. La prima è di nuovo dell’Istat, che rileva tali prezzi presso le imprese. Si tratta quindi di prezzi di vendita, praticati dalle imprese nei confronti dei dettaglianti. L’Osservatorio dei prezzi di Indis-Unioncamere rileva gli stessi beni (seppure su di un paniere più ristretto) alla stessa fase di scambio ma rivolgendosi all’altro contraente, cioè la catene di acquisto della distribuzione organizzata. Anche qui si osserva una buona coerenza di andamento.
      Resta la questione dell’inflazione dei prodotti ortofrutticoli, che presenta tassi al consumo pressoché tripli rispetto a quelli degli altri alimentari. Qui l’analisi della dinamica inflattiva lungo tutta la filiera attende ancora qualche parola di chiarezza, più difficile da fornire data la tipica difficoltà a costruire indici dei prezzi su prodotti ad elevatissima stagionalità e con una enorme variabilità merceologica. Indici che peraltro dovrebbero essere costruiti con la stessa metodologia alle tre fasi di scambio.
      Vi sono poi i prezzi dei servizi privati, sicuramente fra i più dinamici all’interno dei comparti rilevati dall’Istat, i quali tuttavia in settembre hanno registrato un qualche rallentamento, al 3,6% dopo il 3,8% di agosto. È peraltro giusto osservare che, anche in questo caso, non vale un giudizio generale: alcuni crescono molto più di altri. È a questi che va rivolta l’attenzione, per capire se non occorrano in questi casi, misure di carattere strutturale tendenti a favorire trasparenza e concorrenza nei mercati di riferimento.