“Commenti&Analisi” Al lavoro ora serve una svolta coraggiosa – di M.Tiraboschi

10/03/2003



Sabato 08 Marzo 2003

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ITALIA-LAVORO

Al lavoro ora serve una svolta coraggiosa
Borsa del lavoro affidata ai privati
MICHELE TIRABOSCHI

È da almeno un decennio che si discute della necessità di riformare il sistema del collocamento e dei canali di accesso al lavoro regolare. Tutti, almeno a parole, sembrano d’accordo sulla necessità di garantire maggiore efficienza e razionalità a un mercato del lavoro reso poco o nulla trasparente da servizi pubblici che ancora stentano a decollare e da una pletora di pseudo-agenzie di intermediazione che spesso operano ai margini della legalità. Anche l’integrazione tra politiche attive del mercato del lavoro e collocamento sembra oggi un obiettivo largamente condiviso: inizia quantomeno a farsi strada la convinzione che l’efficacia delle politiche per il lavoro dipenda anche, se non soprattutto, dallo standard di efficienza dei servizi per l’impiego. Visto dall’esterno il dibattito italiano sulla riforma dei servizi per l’impiego risulta tuttavia alquanto deludente. Alle istituzioni comunitarie, in particolare, la tanto sbandierata modernizzazione dei servizi per l’impiego appare poco più di uno sterile slogan, ripetuto insistentemente a partire dalla riforma Bassanini del 1997, visto che non è ancora dato registrare un significativo miglioramento della efficienza del collocamento pubblico, ben lontano dall’intercettare le dinamiche reali del mercato del lavoro e fornire strumenti di intervento per realizzare politiche attive (emersione, supporto alle fasce deboli, ecc.) localizzate. Vero è, anzi, che metodi di lavoro e modelli organizzativi risultano ancora oggi largamente ispirati alla legislazione vincolistica e pubblicistica del Dopoguerra. La legge 29 aprile 1949, n. 264, seppure più volte emendata, è ancora oggi in vigore e pesa come un macigno – anche se ormai più culturalmente, per il valore simbolico, che in termini di diritto positivo – rispetto a qualsivoglia progetto di revisione della materia. Nessuna sorpresa dunque se anche nell’ultimo Rapporto congiunto sulla occupazione, mentre tutti i Paesi europei vengono genericamente invitati a portare a termine i processi di riforma delle strutture istituzionali a sostegno dell’efficacia delle politiche attive del lavoro messi a punto già nel decennio passato, con riferimento all’Italia le autorità comunitarie sono nette nel denunciare una preoccupante situazione di arretratezza, soprattutto nelle aree del Mezzogiorno, e una sostanziale incapacità di riorientare in forma preventiva e promozionale il sistema dei servizi per l’impiego. La "legge Biagi", approvata dal Parlamento lo scorso 5 febbraio, costituisce ora un’occasione storica per voltare davvero pagina. Un’occasione – è bene dirlo subito e senza remore – che non deve essere sprecata riproponendo, sotto nuove vesti, modelli del passato.
Modelli di ispirazione para-pubblicistica che, come l’esperienza dimostra, non consentono di raggiungere il vero obiettivo della riforma e, cioè, la costruzione di un mercato aperto e concorrenziale; un mercato che oggi è praticamente inesistente. L’obiettivo della creazione di un mercato del lavoro aperto, trasparente ed efficiente richiede, piuttosto, la determinazione chiara, esplicita e condivisa dei ruoli e delle funzioni dei diversi attori. Nella stesura dei decreti occorrerà pertanto procedere lungo due direzioni. In primo luogo si dovranno definire con precisione, e nel pieno rispetto del principio di sussidiarietà, ruoli e funzioni dei soggetti che sono chiamati a presidiare la regolazione del mercato del lavoro, e cioè dello Stato e delle Regioni. Questo vale con riferimento sia alle norme di struttura, e cioè alle norme volte alla organizzazione del mercato, sia alle norme di tipo direzionale, e cioè alle norme (sanzionatorie, ma soprattutto premiali) volte a indirizzare il comportamento di tutti coloro che operano o transitano sul mercato del lavoro, tanto sul lato della domanda che su quello dell’offerta. In secondo luogo occorrerà poi definire ruoli e funzioni dei nuovi operatori – pubblici, pubblici accreditati, privati autorizzati o accreditati – nella erogazione delle diverse tipologie di servizi e nella gestione del relativo modello organizzativo. In un settore caratterizzato da un alto tasso di evasione dalla legalità come quello della intermediazione e somministrazione di manodopera occorrerà peraltro adeguatamente valorizzare metodi di regolazione alternativi alla pura e semplice normazione, che di volta in volta potranno condurre al decentramento, alla delegificazione e alla devoluzione delle fonti normative. Soprattutto occorrerà saper abilmente dosare regolazione per norme e regolazione per obiettivi (il cosiddetto management by objectives). La vera sfida – e il vero punto critico – della riforma è tuttavia rappresentato dalla effettiva messa a regime della borsa continua del lavoro. Permangono infatti ancora oggi le difficoltà incontrate nella fase di avvio del Sil (Sistema informativo lavoro), soprattutto per la mancata affermazione di un chiaro modello organizzativo dei nuovi servizi, che possa poi costituire la pietra angolare del sistema informativo nel suo complesso. Come bene si chiariva nel Libro Bianco sul mercato del lavoro, a una impostazione rigidamente centralista, le Regioni hanno spesso contrapposto un modello autonomista che se oggi non nega più l’esigenza di avere standard comuni, rifiuta tuttavia la costituzione di una area aperta e senza filtri. Una area cioè dove domanda e offerta si incontrano liberamente secondo standard prefissati. A ben vedere, anche alla luce delle indicazioni complessive contenute nella "legge Biagi", impostare il problema della costituzione di una borsa nazionale del lavoro in termini di esatta ripartizione di competenze tra Stato e Regioni è fuorviante in quanto, così facendo, si rischia di ridurre il confronto a una sterile disputa sulla esatta interpretazione del regime di competenze definito nel nuovo titolo V della Costituzione. Tenendo in considerazione la circostanza, non di poco conto, che la lettera del nuovo articolo 117 della Costituzione è sul punto alquanto ambigua, occorre allora sforzarsi di adottare un atteggiamento pragmatico e funzionale volto cioè alla realizzazione di un sistema di borsa continua del lavoro aperta ed efficace, tale da non porre limiti e vincoli all’esercizio del diritto al lavoro in qualunque parte del territorio nazionale come chiaramente dispone l’articolo 120 della Costituzione. Da questo punto di vista la soluzione che potrebbe, per un verso, creare meno problemi dal punto di vista delle competenze Stato-Regioni e, per l’altro verso, rispondere alle esigenze di efficienza e praticità del sistema pare essere quella di una totale apertura ai privati. In questo modo non solo è possibile realizzare davvero una borsa continua del lavoro nazionale, senza filtro alcuno, ma anche superare in radice il problema delle competenze Stato-Regioni perché in questa ottica il vero dominus del mercato è il mercato stesso e questo nella prospettiva di massima libertà e sussidiarietà del sistema.