“Commenti&Analisi” Aiutare i precari fa aumentare la produttività (T.Boeri)

02/05/2005
    domenica 1 maggio 2005

    LA VERA SFIDA DEI SINDACATI

      Aiutare i precari
      fa aumentare la produttività

        di Tito Boeri

          IL primo maggio 1886 gli scioperanti cantavano «vogliamo 8 ore per lavorare, 8 ore per riposare e 8 ore per fare quello che vogliamo». Una battaglia largamente vinta. Oggi in Belgio si lavora mediamente quasi 1.000 ore in meno all’anno che 50 anni fa, nel Regno Unito 500 ore in meno e in Italia 350. Lavoratori e sindacati non si battono più per ridurre l’orario di lavoro. Semmai guardano con diffidenza a interventi legislativi che, forzando la contrattazione, impongono riduzioni di orari per tutti. Le 35 ore in Francia hanno distrutto posti di lavoro e hanno messo molti nella condizione di doversi prendere le ferie da soli, senza amici o famigliari che avevano altri orari, e senza potersi permettere delle vere vacanze. Anche il tempo libero, il «fare quel che vogliamo» ha un costo. Il fronte delle lotte sindacali si è ora spostato ai confini fra lavoro e non lavoro, piuttosto che sugli orari di chi un lavoro ce l’ha già. In un crescente numero di contratti aziendali, i lavoratori accettano orari più lunghi a parità di salario, per salvaguardare i posti di lavoro. La battaglia per avere più lavoratori è ancora più importante nel nostro paese, dove solo 5 persone in età lavorativa su 10 sono occupate, almeno stando alle statistiche (che faticano a rilevare il lavoro sommerso). Per aumentare il numero di lavoratori ci vogliono più posti nei servizi. La nuova divisione del lavoro rende più conveniente spostare la produzione materiale dei beni altrove e concentrare da noi le fasi di progettazione, assemblaggio e di commercializzazione dei prodotti. Non è un destino ingrato: vuol dire attività con più alto valore aggiunto, meno esternalità negative sull’ambiente e maggiore diversificazione, dunque minore vulnerabilità della nostra economia a crisi di specifici settori. Ma non bisogna rimanere in mezzo al guado: il declino del nostro paese è nel ritardo con cui sta partecipando a questo cambiamento, altrove in atto da tempo. E chi erige protezioni contro la concorrenza nei servizi o ostacola la delocalizzazione di fasi del processo produttivo distrugge posti di lavoro, magari pensando di salvarli.

            Più lavoratori in un’economia in declino significa, inevitabilmente, più lavori a bassa produttività. Oggi il sindacato chiama i lavoratori a raccolta contro il «precariato». Crediamo significhi maggiore attenzione per quel 10 per cento circa di lavoratori con basso salario, senza altri redditi in famiglia e con forte instabilità dell’impiego. Sono aumentati negli ultimi quindici anni. Per aiutarli bisogna integrare il loro reddito e facilitarne il passaggio a lavori a più alta produttività. Questo significa introdurre sussidi condizionati all’impiego e ammortizzatori sociali accessibili da parte di tutti coloro che hanno lavori regolari. Se ne parla da anni, ma nessun lo fa. Solo misure cosmetiche, che suonano come una presa in giro per quell’80% per cento di lavoratori che in Italia non beneficiano di alcuna protezione un anno dopo aver perso il posto di lavoro. E’ un problema di risorse: costa molto e non c’è chi oggi si batte con forza per fare queste riforme. Troppe volte il sindacato si batte per far avere più soldi ad imprese decotte, e chiede più tutele per i posti di lavoro, anziché per i lavoratori e le loro famiglie. Forse perché si pensa di poter meglio sopravvivere, come organizzazione dei lavoratori, presidiando i posti di lavoro, indipendentemente da chi li occupa. Ma l’azione collettiva deve servire per ottenere tutele individuali, non può essere fine a se stessa. E lo statuto dei nuovi lavoratori non può essere uno statuto dei nuovi lavori: perché i lavori a bassa produttività rischiano di ricadere nell’economia sommersa e i lavoratori precari migliorano la propria posizione solo cambiando impiego e tipo di contratto.