“Commenti&Analisi” Addio al Welfare? Noi diciamo no – di L.Turco

11/02/2003


          Da l’Unità del 11.02.2003
           Editoriali
           
               
           



 

Nemmeno un Cent
per i cittadini
Addio al Welfare?
Noi diciamo no

di 
Livia Turco

Dopo due anni di assordante silenzio sulle politiche sociali, il governo ha finalmente battuto un colpo presentando il «Libro Bianco sul Welfare» che, tra l’altro, indica l’obiettivo di raddoppiare nei prossimi dieci anni la spesa per i servizi sociali. Apprezziamo questo impegno e sappiamo che potrà essere realizzato con gradualità. Ma, per essere credibile, il governo dovrebbe indicare l’inizio e le tappe di tale progetto. Di questo non c’è traccia nel Libro Bianco. Parlano però i fatti. I quali vanno in una direzione opposta a quella promessa. Pochi giorni dopo la presentazione del Libro Bianco – a simbolica conferma dello scarto tra il dire e il fare – il ministro Maroni ha presentato una proposta di riparto del Fondo per le politiche sociali che prevede un taglio di oltre il 50% delle risorse nazionali che devono essere trasferite alle Regioni e ai Comuni e che sono finalizzate a incrementare la rete dei servizi sociali territoriali.
Proposta respinta da tutte le Regioni. Tale riduzione avviene perché il Governo mette a carico del Fondo Nazionale per le politiche sociali il finanziamento delle leggi che prevedono l’assegno di maternità, l’assegno per il terzo figlio, i congedi parentali, il congedo pagato per i genitori di ragazzi disabili gravi (tutte leggi del Centro Sinistra) senza prevedere che esse, in quanto contemplano diritti soggettivi, comportano un incremento di risorse. Inoltre, mette a carico del Fondo Sociale, senza finanziamenti aggiuntivi, le tanto pubblicizzate politiche per le giovani coppie e per i nidi aziendali.
Che politica per la famiglia è quella che per finanziare gli interventi per le giovani coppie taglia risorse ai servizi sociali territoriali o per finanziare gli asili nido aziendali toglie risorse alla Legge 285/97 per l’infanzia e l’adolescenza che ha, tra l’altro, consentito l’apertura di molti asili nido sul territorio o alla Legge 162/98 a favore delle persone con disabilità grave? Togliere ai bambini ed alle persone più fragili per dare agli sposi: è questa la nuova frontiera delle politiche familiari? In queste scelte si coglie un mutamento culturale delle politiche sociali: si privilegiano i trasferimenti monetari anziché puntare sulla rete integrata dei servizi; si esalta la famiglia come nucleo astratto anziché valorizzarla come comunità di persone con differenti età e portatrici di differenti bisogni e diritti; si ritorna al centralismo e all’uso discrezionale delle risorse anziché valorizzare le comunità locali, le reti comunitarie e la partecipazione dei soggetti sociali. Il dato vero è che quella perseguita dal Governo, in questi due anni, è una politica di «abbandono» degli interventi sociali abbellita da una strategia di annunci e promesse che non trovano riscontro nei fatti. Tanto più cinica in quanto inganna le persone più deboli e in difficoltà. È doveroso ricordare la recente Legge Finanziaria. Essa cancella il reddito minimo di inserimento; riduce di 1,7 miliardi di Euro i trasferimenti agli Enti Locali impoverendo così quel «Welfare locale» che non solo ha garantito maggiori servizi ma rappresenta una modalità innovativa di organizzazione delle risorse, di partecipazione dei cittadini, e contribuisce a promuovere cittadinanza e comunità. Inoltre, il saldo tra riduzione dell’IRPEF e maggiori imposte locali o minori servizi sarà molto negativa per una famiglia su cinque, soprattutto per i ceti molto poveri (incapienti) che non beneficiano delle riduzioni IRPEF per il 2003. La delega in materia fiscale concentrerà, se approvata, gli sgravi fiscali su 10% dei contribuenti più ricchi e non prende in considerazione quel 12-13% della popolazione che risulta fiscalmente incapiente ed è quindi impossibilitata, in assenza di uno strumento di imposta negativa, di trarre vantaggio dalla riduzione del carico fiscale. Le minori risorse per la sanità e la scuola pubblica aumenteranno il costo delle prestazioni sanitarie e impoveriranno le attività formative. Infine, la delega sulla previdenza che arriverà nei prossimi giorni alla Camera, attraverso la riduzione dei contributi all’INPS di 3-5 punti smantella la previdenza pubblica, mette a rischio la possibilità per l’Inps di pagare le pensioni in essere, riduce la pensione ai nuovi assunti, non aiuta i giovani lavoratori atipici a costruirsi una pensione adeguata; toglie obbligatoriamente ai lavoratori il Tfr. I fatti dicono dunque che il Governo porta avanti una politica di destrutturazione dei diritti e del Welfare pubblico. Lo fa non con il volto arcigno del neoliberismo bensì con quello paternalistico del populismo. Ma la sostanza non cambia. È in questo contesto che va valutata la proposta del Libro Bianco sul Welfare e la sfida in esso contenuta: costruire l’equità tra le generazioni governando in modo attivo la transizione demografica. Una sfida che raccogliamo e rilanciamo sul piano della progettualità e della concretezza. Innanzitutto perché nella nostra azione di governo abbiamo avviato un processo di riforma del Welfare animato da un’idea guida: la solidarietà tra le generazioni e la cittadinanza come promozione della dignità delle persone. A partire di qui abbiamo cominciato a modificare la composizione della spesa sociale aumentandola e riqualificandola nel momento in cui risanavamo il debito pubblico e portavamo l’Italia nell’Euro. Abbiamo messo sotto controllo la spesa previdenziale facendo risparmiare ben 160mila miliardi di vecchie lire tra il 1998 e il 2002 ed abbiamo aumentato la spesa per la Sanità, per la Scuola e per le politiche sociali. Quest’ultima è passata dallo 0,02 di incidenza sul Pil nel 1996 allo 0,15 del 2001, in termini di incidenza sul Pil di 8 volte superiore a quella iniziale. La spesa per interventi contro la povertà e per il sostegno alle responsabilità famigliari ha incrementato le risorse di 21.000 miliardi di vecchie lire annue. Abbiamo avviato una politica per le famiglie che ha coniugato il realismo della concretezza con la forza dei valori: maternità e paternità, valore dei figli, responsabilità dei genitori, diritti dell’infanzia, società accogliente nei confronti della nascita. Per questo colpisce ed amareggia che il Libro Bianco si ostini a disconoscere e a negare l’evidenza di questi fatti. Dunque, accettiamo la sfida della equità tra le generazioni. Che noi preferiamo chiamare patto di reciprocità tra padri e figli, tra donne e uomini, tra nativi e migranti. Perché se ci si vuole misurare davvero con la composizione demografica del nostro Paese e dell’Europa non ci si può limitare all’allarme sulla riduzione delle nascite e proporre una politica natalista affidata per altro al solo intervento fiscale. Anziché parlare di politiche favorevoli alla natalità preferiamo investire in politiche capaci di superare gli ostacoli che si frappongono al desiderio di maternità e di paternità per costruire una società amichevole nei confronti della nascita; di sostegno alle scelte delle donne e degli uomini; di promozione dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. Anziché puntare sullo strumento fiscale che da solo non risolve il problema del sostegno al costo dei figli insistiamo sulla necessità di una pluralità di misure e strumenti: l’occupazione femminile, la conciliazione tra vita lavorativa e vita famigliare, la rete integrata di servizi territoriali, i trasferimenti monetari attraverso un’adeguato sistema di assegni per i figli. Se è vero che, invertendo una tradizione secolare, i nostri figli potranno avere meno dei loro padri e delle loro madri, allora, insieme alle politiche per le famiglie e per sostenere il costo dei figli ciò su cui dobbiamo puntare è la qualità dei lavori; un’agenda formativa per ciascuno; sono le opportunità riconosciute ai giovani per costruire un loro progetto di vita; è la solidità dei sistemi previdenziali; sono le politiche di inclusione dei cittadini stranieri; sono le politiche per gli anziani, sia per le persone attive sia per quelle non autosufficienti. Questi aspetti cruciali non trovano riscontro nel libro bianco. Ci adopereremo, dall’opposizione, a scrivere tali capitoli.