“Commenti&Analisi” Abolire la legge 30, un cambio di prospettiva (C.Salvi)

02/02/2005

    martedì 1 febbraio 2005

    Abolire la legge 30, un cambio di prospettiva

    di Cesare Salvi

      Quando si chiede l’abrogazione della legge 30 non si formula – come talvolta viene detto – una proposta demagogica, ma si pone una fondamentale questione politica e programmatica qualificante per l’intero centro-sinistra: la richiesta di una svolta, di una soluzione di continuità rispetto alle politiche di Berlusconi, ma anche, bisogna dirlo con chiarezza, rispetto alle politiche di governo del centro-sinistra.

      Cesare Damiano e Tiziano Treu hanno detto nelle loro interviste a Liberazione cose che rappresentano un significativo e positivo passo avanti rispetto alle posizioni finora prevalenti nei Ds e nella Margherita.

      Tuttavia lascia più di un dubbio il rifiuto di prendere atto che è a partire dal pacchetto Treu che è iniziato il processo di degrado delle condizioni lavorative che ha trasformato la precarietà in condizione normale per la nuova occupazione. Oltretutto, quel pacchetto Treu appartiene al governo Prodi: fu votato da tutto l’attuale campo della Gad e fu concertato con tutto il sindacato. Il problema quindi non è di controversia tra chi allora aveva ragione o aveva torto; ma di ragionare sul dove si è sbagliato, e perché, e quale nuova strada intraprendere.

      Il problema non è nemmeno di tecnica giuridica. Da questo punto di vista è vero che diverse garanzie circondavano e limitavano, nel pacchetto Treu, il ricorso al precariato, e che quindi la legge 30 non è un esito coerente e imposto da quella normativa. Ma è altrettanto vero che quella normativa è figlia dell’ideologia della flessibilità. La richiesta di abrogazione della legge 30 significa allora chiedere una cesura con quella ideologia, per la quale parlare di lavoro significa parlare di "mercato del lavoro", e la rigidità del mercato del lavoro costituisce un ostacolo alla competitività e, quindi, alla crescita. Bisogna porre invece al centro non il "mercato", ma i "diritti" del lavoro, e dire che la crescita deriva da politiche pubbliche per lo sviluppo e da buoni salari, non dalla flessibilità.

        Quando ricoprii l’incarico di ministro del Lavoro nei governi D’Alema e Amato mi proposi tre obiettivi. Il primo era il credito d’imposta riservato al contratto a tempo pieno e indeterminato: fu varato, diede buoni risultati per un biennio, poi fu abrogato da Tremonti. Non riuscii invece a portare a compimento le due leggi, fermate alla Camera dopo essere state approvate dal Senato, per i diritti dei co. co. co. e per la rappresentanza dei lavoratori. Fu una scelta politica, quella compiuta allora dall’Ulivo, derivante appunto dalla concezione che ho appena ricordato, oltre che dalle divisioni nel sindacato e della volontà politica di venir incontro al veto della Confindustria. Sono errori gravi, da non ripetere.

        Oggi mi pare che ci siano condizioni politiche e sociali diverse, e che nel centro-sinistra l’ideologia che considera il lavoro come mercato da rendere flessibile non sia più in auge, fortunatamente. Occorre però indicare con chiarezza la nuova strada che si vuole intraprendere: dire, anche alla luce degli oltre dieci milioni di sì nel referendum sull’articolo 18, che l’obiettivo del centro-sinistra è la piena e buona occupazione; e che tale obiettivo va perseguito abrogando la legge 30 e sostituendola con una legislazione che estenda i diritti, riunifichi il mondo del lavoro sulla base del principio del contratto a tempo pieno e indeterminato, sostenga il reddito da lavoro attraverso l’aumento del salario reale, preveda la democrazia nei luoghi di lavoro.

        La piattaforma unitaria dei metalmeccanici, anche all’insegna di quell’egualitarismo che qualcuno vorrebbe cancellare dall’orizzonte del nostro impegno politico, indica alla sinistra – come in altre occasioni della storia italiana – la via da seguire.