“Commenti&Analisi” A cosa serve il sindacato? (P.Ichino)

03/05/2004





1° maggio 2004

A cosa serve il sindacato?

di PIETRO ICHINO
      Alitalia in crisi nera, sindacati autonomi che sanno soltanto scioperare contro tutto e contro tutti, sindacati confederali senza idee serie sul da farsi, lavoratori allo sbando che non si fidano più di nessuno, direzione aziendale che non sa più chi rappresenta davvero chi. Mai come nel caso della compagnia di bandiera sono apparsi evidenti i ruoli che il sindacato può svolgere in una situazione critica: può essere una iattura; ma quando manca ci si accorge che può essere anche un bene prezioso. Oppure, ancora, può essere una realtà insignificante.
      Il sindacato è una iattura quando serve a difendere privilegi e posizioni di rendita di un gruppo di lavoratori contro l’interesse di altri lavoratori, o degli utenti e consumatori; quando la sua azione serve a ingessare una struttura poco efficiente impedendone il rinnovamento; quando sa parlare di fronte ai propri rappresentati soltanto il linguaggio dell’interesse immediato, o peggio il linguaggio gretto della paura, dell’isolamento, della sfiducia verso il mondo intero; e ancor più quando, per non saper guardare al di là del proprio naso, condanna l’impresa al fallimento, o a una vita stenta, sorretta dal denaro pubblico.
      Il sindacato è invece un bene prezioso quando è lo strumento che i lavoratori si danno per partecipare da protagonisti a un progetto lungimirante, che richiede buona informazione, idee chiare, saldo affidamento reciproco tra loro stessi e l’imprenditore. Per questo occorre un sindacato capace di valutare la credibilità della controparte, ma anche di essere a sua volta credibile quando stipula a nome dei propri rappresentati; capace dunque di costruire con la controparte regole del gioco efficaci e determinato a difenderne l’applicazione contro i
      free riders : quelli che del gioco vogliono soltanto i benefici ma non le regole. Un sindacato capace di negoziare i termini equi di una «scommessa comune» con l’imprenditore, farsene garante lungo il percorso, affrontare i problemi nuovi che sorgono e aggiornare l’accordo iniziale per risolverli. Con un sindacato di questo genere come partner, un governo o un imprenditore capaci di meritarselo possono fare miracoli: risanare un bilancio statale dissestato o un’azienda in istato fallimentare – anche riducendone gli organici, poiché questo può essere indispensabile -, conquistare un nuovo mercato, o far decollare rapidamente l’economia di una zona depressa. È questo, per esempio, il sindacato che nel corso degli anni ’90 ha negoziato con il governo italiano le misure (molto severe) necessarie per consentire al Paese di entrare nel sistema monetario europeo insieme ai primi. Senza quel sindacato, quell’operazione, in cui nessun altro credeva, sarebbe stata impossibile.
      Infine, c’è il sindacato insignificante: quello che rifiuta di essere il sindacato-iattura, ma non sa essere il sindacato protagonista e garante del progetto di largo respiro. Esso si riduce, nel migliore dei casi, a fare da mediatore tra due parti che non sanno essere credibili l’una per l’altra, sanno soltanto guardarsi in cagnesco e azzannarsi. A questo sembrano essersi ridotti, nel settore dei trasporti pubblici, i sindacati confederali: l’infelicissima vertenza degli autoferrotranvieri dei mesi scorsi e quella di oggi dell’Alitalia costituiscono soltanto gli ultimi e più gravi episodi di una crisi di rappresentanza che è andata aggravandosi progressivamente, nell’ultimo quarto di secolo, anche in tutti gli altri comparti di questo settore: dai controllori di volo alle ferrovie, ai trasporti marittimi.
      In alcuni di questi casi – non in tutti – alla crisi del sindacalismo confederale ha dato un contributo decisivo l’assenza, sull’altro versante, di una controparte affidabile e interessata a negoziare un progetto credibile. Ma un contributo decisivo l’hanno dato anche un diffuso difetto di coraggio dei dirigenti confederali e l’estrema debolezza, nell’intero movimento sindacale, della cultura delle regole. Anche per questo aspetto la vicenda dell’Alitalia è molto significativa.


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