“Commenti&Analisi” 25 Aprile – di G.Belardinelli e G.A.Stella

24/04/2003




        1 – Usi impropri di una storia dolorosa – di G.Belardinelli
        2 – Quelle ferite (tutte riaperte) di Trieste – di G.A.Stella

        25 APRILE

        Usi impropri di una storia dolorosa

            La polemica innescata dalle dichiarazioni dell’onorevole Bondi, portavoce di Forza Italia, sulle indirette responsabilità dei «partigiani rossi» nel provocare la strage di Marzabotto è solo l’ultimo episodio di quella rissa interminabile sul passato che sembra tanto appassionare i nostri politici. La presenza in Alleanza nazionale di vari dirigenti locali che non hanno ancora metabolizzato la svolta di Fiuggi sembra esporre soprattutto il centrodestra a iniziative improvvide e spesso provocatorie: come la decisione, a Trieste, di affiancare nello stesso giorno la commemorazione di due cose che bisognerebbe tener distinte, la festa della Liberazione e l’uccisione di migliaia di italiani gettati nelle foibe dagli jugoslavi di Tito. Tuttavia, nel piegare il passato a un immediato uso politico anche la sinistra sembra non essere da meno. Così, a Salerno, il sindaco ds ha espresso forti perplessità sulle prossime celebrazioni del 9 settembre ’43, cioè dello sbarco alleato che significò la liberazione di quelle terre, sostenendo l’inopportunità di esporre la bandiera a stelle e strisce dopo l’intervento americano in Iraq. E a Firenze un altro sindaco ds ha ribadito proprio ieri l’intenzione di dedicare una strada a Bruno Fanciullacci, il partigiano comunista che, per sottrarsi alle torture della famigerata banda Carità e al rischio di tradire i suoi compagni, morì gettandosi dalla finestra. Ma Fanciullacci fu anche uno degli esecutori dell’omicidio di Giovanni Gentile, episodio che da sempre suscita qualche imbarazzo anche a sinistra (forse per questo il fatto è addirittura omesso nella biografia di Fanciullacci contenuta nel recente Dizionario della Resistenza Einaudi). Come non capire, perciò, che l’intestazione di una strada rischia di apparire inopportuna e, per certi versi, quasi provocatoria? A meno che – nei casi citati e nei molti altri che si potrebbero citare – non sia proprio la provocazione dell’avversario politico lo scopo di certe iniziative. Non sarebbe una novità: in un Paese in cui la politica è consistita in larga misura (fin dall’Unità, potremmo dire) nella delegittimazione dell’avversario, l’utilizzo spregiudicato della storia ha rappresentato una risorsa a cui pochi hanno saputo rinunciare. Si poteva sperare che avvenimenti come quelli italiani del ’43-45 potessero cominciare a essere sottratti a un tale immediato uso politico. E invece, più il tempo passa, più le cose sembrano andare peggio: cosa mai succederà, quali insulti voleranno tra un paio d’anni, cioè quando del 25 aprile ricorrerà il sessantesimo anniversario? Se fossero davvero interessati alla storia patria, i politici direbbero altre cose, userebbero altri toni. Sarebbero anzitutto consapevoli che la storia è il terreno dei ricordi comuni ma anche delle memorie divise, e che per una collettività il passato è una ricchezza, perché rende più consapevoli di ciò che si è diventati, ma può essere un pericolo se accentua le divisioni, se trasforma quel passato nell’occasione di un’interminabile rissa, che serve solo a distogliere attenzione ed energie dalle questioni del presente e del futuro. Soprattutto, se fossero davvero interessati alla storia (cosa di cui ci permettiamo di dubitare) i politici capirebbero che certe questioni – i rapporti tra azioni partigiane e rappresaglie tedesche, l’ambivalenza della figura di Fanciullacci che uccide Gentile ma si sacrifica nella lotta antinazista – andrebbero affrontate nei modi dovuti, interrogandosi (come ha detto ieri Giovanni Sabbatucci in un’intervista alla Stampa ) «con fatica e dolore» e non dicendo quel che viene in mente tanto per riempire le cronache del giorno dopo.
        di GIOVANNI BELARDELLI





        Quelle ferite (tutte riaperte) di Trieste
            E i campi di concentramento fascisti dove morirono migliaia di civili sloveni e croati, compresi moltissimi bambini rastrellati nei territori occupati, quando li studiamo? La prossima puntata? Le polemiche sul 25 Aprile, dalle «colpe» dei partigiani nella strage di Marzabotto agli strascichi di sangue nel dopoguerra nel «triangolo della morte» emiliano, sempre lì ci portano. Al vizio di leggere, della nostra storia, solo le pagine utili alla rissa politica. Basta guardare Trieste. Dove un pezzo della città pare ancora traumatizzata dall’immagine del tenente Bozo Mandac che il 30 aprile 1945 scendeva lungo la via Giulia, su una camionetta, davanti ai carri della 20ª Divisione jugoslava per prendersi la città nel nome di Tito.
            E dove un altro pezzo si rifiuta di dimenticare le responsabilità fasciste nelle stragi alla Risiera di San Sabba. Il tutto arroventato dalle scie, dentro il terzo millennio, di rancori antichissimi tra italiani e sloveni.
            E’ così che, dopo estenuanti trattative, il 25 aprile sarà celebrato domani (ammesso che all’ultimo istante il programma non cambi ancora) con due distinte cerimonie. Una alle 10 alle Foibe di Basovizza, con tutte le autorità comunali e provinciali e i gonfaloni che vorranno ma senza il bollino di «commemorazione ufficiale». E una alle 11, alla Risiera, con la musica, i discorsi e la presenza slovena ma soprattutto con quel bollino di «unica e sola manifestazione pubblica ufficiale» fortissimamente voluto dal Comitato per la difesa della Resistenza. Più una cerimonia di Rifondazione comunista che erigerà un «monumento provvisorio» ai partigiani. Più tre iniziative dei fascisti di Forza Nuova, del Fronte Sociale e degli skinheads dagli incerti profili.
            Roberto Menia, l’uomo forte della destra triestina, assessore comunale alla Cultura e come tale presidente della commissione per la Risiera di San Sabba, ha già detto come la pensa. E l’ha ripetuto qualche giorno fa inaugurando il monumento ai caduti restaurato a San Giusto: «Per me esistono due sole liberazioni di Trieste: il 1918 e il 1954». Vale a dire la piena restituzione della città alla sovranità italiana. E la liberazione del 1945 dal fascismo e dall’occupazione nazista? Bah.
            Tema: può invocare la chiusura delle antiche ferite chi la pensa così? Certo, la sinistra ha impiegato troppi anni a riconoscere i suoi imperdonabili errori. Come gli sputi dei portuali agli esuli dall’Istria appena sbarcati a Trieste. O le ambiguità di Togliatti che intimava ai lavoratori giuliani: «Il vostro dovere è di accogliere i soldati di Tito come liberatori e di collaborare strettamente con essi». O ancora i proclami alla radio del maggiore Giorgio Jaksetich, vicecomandante italiano della città, che esaltava «l’emergere di un nuovo popolo guida dopo l’Italia del Rinascimento e la Francia della Rivoluzione: la Jugoslavia». Per non parlare dei silenzi, delle rimozioni sul tema incandescente delle foibe dove furono gettate migliaia di persone colpevoli soltanto, troppo spesso, di essere italiane.
            Le riflessioni anche dolorose e dure, su queste pagine, sono però arrivate. Molto tardi, sicuro, ma dopo i dibattiti e le autocritiche ai convegni di Cascina a metà degli anni Settanta, sono già passati tre lustri da quando una delegazione del Pci guidata da Stojan Spetic andò a rendere omaggio alla Foiba di Basovizza. E sono passati diversi anni da quando Illy e i sindaci sloveni dei dintorni adottarono il 1° novembre come una giornata di pellegrinaggio su tutti i luoghi del dolore triestino: dalla Risiera al poligono di Opicina dove vennero fucilati decine di irredentisti della minoranza, dalle Foibe al Cippo di Basovizza dove furono giustiziati gli autori di un attentato antifascista del 1930, fino al cimitero che ospita le vittime dei bombardamenti alleati. Un percorso faticoso, contorto, accidentato. Ma può dire, la destra, di aver fatto altrettanto? Certo, non sono mancati i gesti importanti ad Auschwitz, alle Fosse Ardeatine, alla Risiera. Si trattava sempre, però, di luoghi simbolo dell’orrore nazista. Sui lager in cui i fascisti concentrarono le popolazioni rastrellate nei territori occupati appena al di là di Trieste, però, abbiamo mai sentito una parola chiara e netta? Mai udito una richiesta di perdono? Mai visto qualcuno inginocchiarsi a Gonars, Renicci o Arbe dove nella sola notte di Natale del 1942 morirono, spiega in
            Deportazione e memorie femminili lo storico trevisano Maico Trinca, 79 persone? Eppure furono davvero una vergogna, quei lager. Basti rileggere quanto diceva la circolare N.3c emanata nel marzo del ’42 dal generale Mario Roatta, che oltre a teorizzare contro i partigiani che resistevano all’occupazione italiana della Slovenia un indurimento dell’antica legge (non «dente per dente»: «testa per dente») imponeva di «internare a titolo protettivo, precauzionale e repressivo» intere popolazioni, e precisava: «Eccessi di reazione, compiuti in buona fede, non verranno mai perseguiti. Perseguiti invece, inesorabilmente, saranno coloro che dimostreranno timidezza».
            Fu durissima, la nostra occupazione. Lo ricorda un volantino diffuso dalle nostre autorità che minacciava la «fucilazione di tre ostaggi per ogni palo telegrafico abbattuto». O il monito di Mussolini del luglio 1942: «Deve cessare il luogo comune che dipinge gli italiani come sentimentali incapaci d’essere duri (…) E’ incominciato un nuovo ciclo che fa vedere gli italiani come gente disposta a tutto, per il bene del Paese ed il prestigio delle forze armate (…) Non vi preoccupate del disagio economico della popolazione. Lo ha voluto! Ne sconti le conseguenze (…) Non sarei alieno dal trasferimento di masse di popolazioni».
            E così fu. Furono 30 mila, gli internati: un decimo dell’intera popolazione, dice la commissione mista italo-slovena incaricata qualche anno fa di provare a stendere una storia comune di questa ustionata zona di frontiera. Quanti morirono non si sa. Gli storici di Lubiana, ai tempi di Tito, parlavano di 7 mila persone. Oggi la stima è stata ridimensionata.
            Restano comunque i rapporti, riportati da Davide Rodogno in un saggio sulla rivista
            Qualestoria , della Croce Rossa da Arbe che parlano di «circa 3 mila decessi dovuti principalmente alla cattiva nutrizione». O la lettera al Vaticano del vescovo di Veglia, monsignor Srebnic: «Testimoni vivi e oculari, che cooperano alle sepolture, affermano decisamente che il numero dei morti ammonta almeno a 3.500». Molti erano bambini. Come bambini erano 54 dei 187 morti del campo di Monigo, in provincia di Treviso, accertati da Maico Trinca.
            Possiamo anche non raccontarcelo questo pezzo di storia che non ci fa onore. Fingere di non sapere. O usarlo in occasione di qualche altra polemica. Ma andando avanti così, strappando le pagine che non ci piacciono, arriveremo mai a ricostruire ciò che siamo e ciò che siamo stati?
        di GIAN ANTONIO STELLA


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