“Commenti” Unità sindacale, desiderarla non basta – di R.Nencini

29/10/2002

          29 ottobre 2002
          commenti
              Unità sindacale, desiderarla non basta

              RICCARDO NENCINI*
              * segretario nazionale Fiom-Cgil

              Non vedo alcuna buona ragione per
              cancellare dall’orizzonte la ricerca
              dell’unità sindacale fra le organizzazioni
              confederali. Penso anzi che sia ragionevole
              impegnarsi per uscire dall’attuale
              stato di cose, segnato da una grave crisi
              dell’unità d’azione. Non solo, penso che sia
              necessario impegnarsi per far avanzare un’
              idea di unità sindacale che sia però valida
              per l’oggi. Molti segni ci dicono, infatti, che
              l’unità sindacale, per ridiventare un fatto
              concreto, va ripensata. Un’unità ricostruita
              e operante non potrà che essere diversa da
              quella che abbiamo conosciuto in precedenti
              esperienze.
              Un’analisi dei fattori che hanno determinato
              la crisi dell’unità d’azione tra i sindacati
              confederali va necessariamente condotta
              nel concreto. Trovo quindi fuorviante l’affermazione
              secondo cui l’unità sindacale
              può essere considerata astrattamente come
              una cosa positiva in sé. So bene che quando
              l’unità si realizza costituisce una straordinaria
              concentrazione di forze a sostegno
              della rappresentanza dei lavoratori. Penso
              anche, però, che se si vuole trovare un nuovo
              equilibrio dinamico tra le confederazioni
              occorre chiedersi come e perché e in
              base a quali scelte l’unità d’azione si è venuta
              sgretolando negli ultimi due anni.
              Da questo punto di vista, ragionare utilmente
              di unità sindacale oggi significa affrontare
              in termini nuovi il tema dell’unità
              sociale fra le generazioni e tra i lavoratori
              tradizionali e non. Infatti, è su queste problematiche
              che si sono generate rotture di
              rappresentanze e accordi separati. È proprio
              questo ciò che è accaduto, via via, per
              il cosiddetto Patto di Milano, poi con l’accordo
              separato per il secondo biennio del
              contratto dei metalmeccanici, poi ancora
              per l’avviso comune definito senza la Cgil
              sui contratti a tempo determinato e quindi
              con il «Patto per l’Italia». La stessa divisione
              con cui i metalmeccanici si apprestano
              al rinnovo contrattuale è segnata da queste
              tensioni. Non vederlo non aiuta la ricostruzione
              dell’unità sindacale.
              Invece, soprattutto da parte di dirigenti del
              mio partito, i Ds, sono venuti negli ultimi
              tempi degli appelli all’unità così poco circostanziati
              da risultare ambigui. Se vi sono
              dei dissensi di merito sulle scelte compiute
              dalla Cgil e dalla Fiom è bene dirlo con
              chiarezza, senza nascondersi dietro il ripetuto
              appello all’unità. Se si considera invece
              l’unità sindacale come un tema dotato di
              vaste implicazioni politiche, un partito che
              sia sensibile a questi temi non può limitarsi
              a dire che l’unità è auspicabile. Deve misurarsi,
              da una parte, sul merito dei problemi
              e, dall’altra, chiedersi che cosa possa fare,
              in quanto partito, per favorire la realizzazione
              dell’unità stessa. Da questo punto di
              vista, credo sia impossibile saltare a piè pari
              la questione della mancata realizzazione
              nella scorsa legislatura, in cui l’Ulivo era in
              maggioranza, della legge sulla rappresen-
              tanza sindacale. E ciò proprio perché il tema
              della misurazione della rappresentanza
              sindacale ha invece un valore decisivo per
              ridare una concretezza alla prospettiva di
              una nuova fase unitaria.
              Per ridare un valore persuasivo e non meramente
              predicatorio al concetto di unità, mi
              pare ci si debba impegnare nella costruzione
              di una speranza collettiva di riscatto che
              sappia coinvolgere le nuove generazioni.
              Per questo è urgente parlare di merito e di
              contenuti programmatici come ha saputo
              fare la Cgil nella costruzione dello sciopero
              generale del 18 ottobre. Per questo è indispensabile
              costruire un avanzamento sulle
              regole della democrazia sindacale.
              Le organizzazioni sindacali, infatti, devono
              cedere in modo esigibile una quota della
              loro titolarità a favore dei loro rappresentati
              nella definizione dei mandati e nella valutazione
              definitiva dei risultati dell’azione
              sindacale.
              Penso che i Ds dovrebbero fare di questi
              temi parte del loro profilo politico contribuendo
              a spostare in avanti uno stato delle
              cose che è assolutamente insoddisfacente.
              Se non lo faranno, perderanno un’occasione
              per entrare in contatto con i fermenti
              che oggi agitano il mondo del lavoro. Ai
              militanti sindacali spetta di impegnarsi più
              di quanto già stiamo facendo nell’affermazione
              dell’autonomia della rappresentanza
              sociale.