“Commenti” Tutti i segnali vanno contro al risanamento economico – di A. Giancane

13/09/2002

              ItaliaOggi (Economia e Politica)
              Numero
              217, pag. 4 del 13/9/2002

              Antonio Giancane

              L’azione del governo è confusa.
              Tutti i segnali vanno contro al risanamento economico

              Due cattive notizie all’orizzonte. La prima è nota: il governo si accinge a varare una manovra di importo ben superiore a quanto previsto nel Documento di programmazione, approvato appena un mese fa, che contemplava una correzione dei saldi per 12 miliardi di euro. Ma il deficit di quest’anno sarà certamente superiore al previsto, e pertanto l’onere del riequilibrio finanziario nel 2003 sarà di 20 miliardi di euro. Nel complesso, gli interventi da finanziare dovrebbero ammontare a 12 miliardi per riduzione del disavanzo tendenziale (1,2% del pil) e a 8 miliardi per interventi di sviluppo. Il governo dovrà infatti tener fede agli impegni programmatici di riduzione delle imposte, nonché a quelli contratti nell’ambito del Patto per l’Italia. Così, oltre alle risorse necessarie per ridurre il disavanzo, il governo dovrà coprire gli oneri della prima tranche della riforma fiscale (circa 6 miliardi di euro comprensivi degli interventi su Irpeg e Irap) e dell’accordo sugli ammortizzatori sociali (800 milioni di euro per le indennità di disoccupazione), oltre ai fondi per la scuola, le opere pubbliche, il rinnovo dei contratti pubblici e per la devolution a favore delle regioni. La seconda notizia è non meno preoccupante della prima. Mentre restano nell’ombra i fattori che spiegano il deterioramento della situazione (il disavanzo pubblico è ormai avviato al 2% del pil), il premier Silvio Berlusconi ha rassicurato gli italiani affermando che non devono temere tagli alla spesa sociale, né alle pensioni né alla sanità. Quanto al modo per reperire le risorse per la prossima manovra, e in particolare sull’ipotesi di condono fiscale, il Cavaliere è stato vago, dicendo ai cronisti di chiedere conto a Tremonti di queste tecnicalità. Come dire, la situazione è grave ma non seria. I problemi non saranno certo risolti da un decreto (simile a una grida manzoniana) che tra l’altro affida al ragioniere dello stato il compito di bloccare le leggi di spesa non coperte e che consente (sic!) al ministro dell’economia di conoscere lo stato dei conti pubblici. Nulla di nuovo sotto il sole. Già l’art. 11, comma 7, della legge 468/78 dispone che, qualora nell’attuazione di leggi si verifichino scostamenti rispetto alle previsioni di spesa o di entrate indicate per la copertura finanziaria, il ministro dell’economia assume le conseguenti iniziative legislative.

              Fa inoltre sorridere lo stop automatico alle leggi di spesa che superino i tetti prefissati: è una norma già esistente. Se con questi strumenti si pensa di poter correre ai ripari di fronte all’esplosione di spesa degli ultimi mesi, si illude il paese. Serve a poco chiudere la stalla quando i buoi sono già fuggiti da tempo. Per l’esattezza, da quando le norme per bloccare la spesa furono bocciate in consiglio dei ministri per la levata di scudi di tutti i colleghi del ministro dell’economia. Intanto, sono stati appena ripristinati, nel campo dei prezzi e delle tariffe, metodi dirigistici degni della Prima repubblica. L’impressione è che sui conti pubblici l’esecutivo sia in crescente difficoltà. Il deficit pubblico nei primi otto mesi dell’anno è aumentato a 34 miliardi di euro a fronte dei 21 miliardi dello stesso periodo dello scorso anno. Nel 2003, se il tasso di sviluppo sarà inferiore di mezzo punto percentuale rispetto alle previsioni, il deficit per effetto del rallentamento congiunturale aumenterà all’1,9% del pil.

              Se la situazione non è ancora fuori controllo, come afferma l’opposizione, poco ci manca. Preoccupa inoltre la genericità dei propositi di risanamento. Già il Dpef era debole, in quanto non indicava con sufficiente precisione gli interventi della manovra correttiva per l’anno venturo. Il dibattito estivo si è soffermato soltanto sull’adozione di eventuali misure di finanza straordinaria, come il condono fiscale o edilizio, finora negate dal governo ma caldeggiate dalla maggioranza, che assicurano entrate limitate nel tempo ma allontanano il risanamento. Altre misure di cui si discute in vista della legge finanziaria sono note. Si vuole razionalizzare un volume di spesa per acquisti di beni e servizi di 96.600 milioni di euro, con risparmi annuali per 3,7 miliardi di euro nel 2003 per poi arrivare a 7,9 miliardi di euro nel 2006. L’outsourcing dei ministeri dovrebbe garantire 2,5 miliardi di euro, mentre altri risparmi per circa 1,3 miliardi di euro deriverebbero dal blocco del turnover degli statali, oltre alle razionalizzazioni nel comparto sanitario. Queste operazioni sono virtuose, ma si può onestamente dubitare sull’effettiva entità dei risparmi attesi.A parte lo stop ai flussi di cassa, tutte le spese statali e degli enti locali sarebbero controllate più rigidamente, dalle assunzioni di personale agli acquisti di beni e servizi, con forti vincoli a regioni e comuni. Ci si chiede però se tale strategia sia compatibile con la prevista devoluzione di risorse in periferia e soprattutto con l’autonomia regionale. Non a caso il ministro Umberto Bossi, leader della Lega nord, ha candidamente ammesso di preferire lo slittamento del pareggio di bilancio al 2007, come dire a futura memoria. Dando implicitamente ragione a chi accusa il governo di voler abbandonare la strada del rigore. Persino il Patto per l’Italia, fiore all’occhiello dell’esecutivo, potrebbe diventare una camicia di Nesso per il governo. Nell’accordo, concluso a luglio, il governo ha promesso di ridurre le tasse, ferma restando la spesa sociale. Nulla di sorprendente se proprio i sindacati che l’hanno sottoscritto, Cisl e Uil, siano ora critici verso la politica dei redditi e verso qualsiasi intervento sulla spesa sociale.

              Sappiamo per esempio che la spesa pensionistica è avviata a superare nel 2003 i 186 miliardi di euro, con una crescita di oltre 7 miliardi rispetto al 2002. Nel decennio 2002-2011 la spesa previdenziale avrà una crescita media reale, cioè al netto dell’indicizzazione al costo della vita, del 2,2%, un valore molto più elevato della media degli ultimi quattro anni (1,6%). Nonostante queste premesse, il progetto legislativo del ministro del welfare Maroni sulle pensioni non reca alcun risparmio. Analogo il discorso sulla spesa sanitaria, che la maggior parte delle regioni non riesce a controllare e che il ministro della salute Sirchia non accetta di ridurre.

              Quanto al rinnovo dei contratti, stupisce che ad agitarsi siano soprattutto gli statali, che per tutti gli anni 90 hanno goduto di contratti fra i più generosi in assoluto, con aumenti delle retribuzioni a consuntivo dell’8% superiori dell’inflazione reale. Oggi la richiesta dei sindacati di rivedere il tasso d’inflazione programmata suona come l’annuncio di un abbandono della politica di moderazione salariale. Insomma, è reale il pericolo che questa atmosfera populista, cui contribuiscono molti protagonisti della nostra vita politica, si trasformi in un serio ostacolo a un effettivo risanamento finanziario, di cui l’Italia più di altri paesi ha bisogno. Nelle prossime settimane il governo definirà gli interventi correttivi per il 2003: sarà una Finanziaria di rigore e di sviluppo, come ripetuto con uno slogan un po’ logoro da Silvio Berlusconi? Ne dubitiamo. Il rischio reale è che la Finanziaria per il 2003 punti a far quadrare virtualmente i conti senza tuttavia incidere sulle cause strutturali della crisi finanziaria. Con l’occhio e il cuore rivolti al rilancio dell’economia italiana, una possibile buona notizia che darebbe un po’ d’ossigeno anche ai conti pubblici.

              Antonio Giancane