“Commenti” Tra Friedman e Bolkestein (D.Greco)

01/03/2006
    marted� 28 febbraio 2006

    Pagina 11 – CAPITALE/LAVORO

      ICHINO E LA CGIL/POLEMICHE

      Tra Milton Friedman e Frits Bolkestein

        Dino Greco *
        *segretario della Camera del lavoro di Brescia

        Con un acrobatico scambio di ruoli il Corriere della Sera ha fatto del coordinatore degli uffici legali della Cgil, Giovanni Naccari, un fustigatore del diritto di critica, un susloviano custode dell’ortodossia, uno che a mezzo circolare mette al bando le idee altrui, mentre il professore Pietro Ichino, del quale � in corso un accelerato processo di beatificazione, � ormai trasfigurato in un’icona del libero pensiero, affrancato da quelle croste ideologiche che invece appesantiscono una Cgil la quale spiccherebbe il volo nei cieli della modernit� se solo sapesse sbarazzarsi delle sue zavorre.

          Basta ripercorrere i fatti e leggere con un poco di equilibrio i testi oggetto di scandalo per comprendere che vi � qualcosa di esorbitante nella reazione del quotidiano milanese. Che tuttavia fornisce direttamente la spiegazione di tanto accanimento attraverso una chiosa redazionale (sabato 25 febbraio) che invita �anche quei riformisti della sinistra che apprezzano e condividono le idee di Ichino ad uscire allo scoperto�. Dunque, un ingaggio forte, militante, nella battaglia politica, un’incursione manifesta nella Cgil prossima al suo congresso e nel centrosinistra impegnato nel non facile compito di consolidare l’equilibrio del proprio programma elettorale e una �chiamata alle armi� in piena regola che ha subito sedotto il presidente dell’Ires Agostino Megale e il neosegretario della Cgil milanese Onorio Rosati. Il quale ultimo esordisce sulla scena nazionale reclamando, nientemeno, provvedimenti disciplinari nei confronti di Naccari che – ne sono certo, conoscendone l’indole pacifica e moderata – non avrebbe mai pensato di finire bruciato su una pira come un eretico. E tuttavia, quel che preoccupa non � tanto la propensione inquisitoria di qualche �giovane promessa� del sindacalismo italiano incline a �praticare metodi amministrativi per dirimere contrasti politici�. Preoccupa di pi� il rischio che si ingeneri un clima dissuasivo del dibattito franco, un’insofferenza del quartier generale per il punto di vista non omologo che alimenta a sua volta una pessima pedagogia dell’autocensura. Se una critica viene interpretata come istigazione al dileggio personale e chi ne � autore diventa passibile di sanzioni, vuol dire che stiamo riesumando antichi vizi autoritari che ci hanno portato solo sfortuna. Come si sa, gli apparati hanno orecchie assai sensibili a questi segnali. E non tutti sono nati cuor di leone. Serve dunque una correzione del tiro, perch� non spira una bella aria. E serve presto.

            Qui termina un ragionamento e ne comincia un altro che rinvia alla posta politica, alle questioni di merito della campagna in atto. Perch� dell’analisi e della proposta di Ichino � necessario cogliere portata e implicazioni.

              Ognuno ricorder� come il cavallo di battaglia del professore sia stato, per un’intera stagione, lo Statuto dei lavoratori e, in particolare, quell’articolo 18 responsabile, a suo dire, della divisione dei lavoratori in �insider�, detentori del �privilegio� di non poter essere licenziati senza giusta causa, e in �outsider�, coloro che lavorano in aziende con meno di 16 dipendenti, privi di diritti sostanziali e condannati ad una frustrante emarginazione. La conclusione disarmante era (�) per Ichino che la fluidificazione di un mercato del lavoro ingessato potrebbe venire non gi� dall’estensione ma, al contrario, dall’eliminazione delle tutele per tutti: ecco un ritocco simpaticamente originale del concetto di uguaglianza. Dopo l’epica sconfitta della crociata confindustrial-governativa, il professore ha ripreso la marcia proponendo un approccio diverso ma di non minore radicalit�. La trovata � di quelle che manderebbero in visibilio non pochi padroni: depotenziare il contratto nazionale e – contemporaneamente- consentirne un’ulteriore deroga, ovviamente in pejus, ovunque un sindacato, anche aziendale e magari inventato alla bisogna, purch� maggioritario nell’ambito considerato, si renda disponibile a �donare le fedi� (quelle dei lavoratori, naturalmente) all’azienda, la quale poi prover� a ripagare con la propria sopravvivenza tanta generosit� (!). Ora, � piuttosto evidente il disegno unitario di questo impianto: a) il contratto nazionale diviene poco pi� che un simulacro; b) la contrattazione aziendale, per cos� dire, acquisitiva e in ogni caso legata alle performances aziendali, rester� prerogativa delle realt� dove il sindacato esprime ancora un potere contrattuale; c) il resto, vale a dire il 70% delle imprese diverr� – pi� di quanto non sia ora – terreno di pascolo del padrone che in virt� del ricatto occupazionale potr� non soltanto rifiutare emolumenti aggiuntivi ai minimi contrattuali, ma scendere al di sotto di questi. Per non parlare della possibile manomissione di altri fondamentali diritti e conquiste normative: baster� poter contare su un sindacato di comodo che dia l’autorizzazione a procedere. E’ pura retorica affermare che la deregolazione sindacale renderebbe i lavoratori �liberi di scommettere sulla propria azienda�.

                La sola volont� operante, in quel quadro, � quella dell’impresa che si muoverebbe fra i lavoratori come �libera volpe in libero pollaio�. E’ piuttosto evidente che al fondo di questo percorso devolutivo non c’� affatto, come mostra di credere Ichino, l’esaltazione dell’�intelligenza collettiva dei lavoratori� ma, di deroga in deroga, l’individualizzazione del rapporto di lavoro. Analogamente, pensare che la fuoriuscita dal lavoro nero passi attraverso l’abbattimento dei minimi contrattuali, � come illudersi che gli evasori totali possano essere redenti dalla politica dei condoni; mentre immaginare che l’economia italiana possa resuscitare dalle sue ceneri attraverso una colossale operazione di dumping sociale � non solo velleitario ma persino eversivo della democrazia costituzionale. E qui giunge al suo punto cruciale, al disvelamento del suo nucleo duro, l’elaborazione di Pietro Ichino che conclude con una decisiva affermazione: occorre superare l’uguaglianza dei regimi contrattuali perch� l’uniformit� alimenta la pigrizia delle aziende e spegne la competizione. Appunto, quella competizione che � tutta giocata sul costo del lavoro, sulla compressione dei diritti, sull’uso spregiudicato delle forze di lavoro. Credo che il professor Ichino non si offenderebbe se gli si facesse rilevare come la sua visione e le sue ricette stiano, in versione nazionale, a met� fra Friedman e Bolkestein, campioni di un liberismo estremo.

                  Al dunque, la risposta alla domanda che troneggia allusiva in capo all’ultimo lavoro del giuslavorista milanese, �a cosa serve il sindacato?�, � assai semplice: mondato da arcaiche velleit� classiste, il sindacato serve a fluidificare il sistema, a favorire la libera competizione fra comunit� aziendali dove il lavoro � totalmente sussunto nel capitale. Il sindacato serve se � di mercato. Oppure non serve affatto.

                    Ps: non disturberebbe se all’annunciata presentazione del libro del professor Ichino presso la Camera del lavoro di Milano fosse invitato a parlare anche qualche sindacalista. Cos�… per par condicio.