“Commenti” Tfr, l’informazione dimezzata (G.Ghidini)

30/05/2007
    mercoled� 30 maggio 2007

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      Tfr
      L’informazione dimezzata

        Gustavo Ghidini*

          Il decreto (del 30 gennaio 2007) che ha recepito l’accordo fra governo, sindacati e imprese, per l’avvio della previdenza complementare, prevede, in sintesi, che le somme corrispondenti al futuro trattamento di fine rapporto dei lavoratori (Tfr) possano essere a): mantenute in azienda e gestite dall’Inps, come sinora avvenuto, ovvero b) per aziende con pi� di 50 dipendenti, destinate ad un Fondo della Tesoreria dello Stato.

          Fondo gestito – secondo le stesse regole sostanziali – dall’Inps; ovvero, ancora, c) devolute a �fondi pensione� operanti sul mercato finanziario. Se il lavoratore non esprimer� una scelta entro il giugno 2007, il Tfr verr� destinato ai fondi pensione (uno strappo rispetto al sistema del diritto privato, che non riconosce, se non marginalmente, il principio del silenzio-assenso, valevole viceversa nei rapporti fra privati e Pubblica Amministrazione). Infine, non si prevede la possibilit� di una destinazione �mista� (parte alle gestioni Inps, parte ai fondi pensione): la scelta- quella volontaria o quella �automatica� in favore dei fondi in caso di silenzio del lavoratore – � secca. E qualora privilegi i fondi, anche irrevocabile.

          Come si vede, il congegno normativo intende nettamente favorire il decollo della previdenza integrativa, ritenuta necessaria sia per evitare future eventuali �difficolt� dell’Inps, sia per mobilitare risorse finanziarie che i fondi destinerebbero ad investimenti nel �sistema� economico. Non intendo n� saprei discutere questa scelta, che vede forti ed eterogenee convergenze di concreti interessi (il Tfr �vale�, nel 2007, quasi 20 miliardi di euro). Mi limito a esprimere due dubbi marginali. Il primo: il rischio di future difficolt� dell’Inps non si ridimensionerebbe forse decisamente se all’Istituto non fossero pi� addossati gravosi impegni sul fronte dell’�assistenza� (oltre che della �previdenza�), impegni che dovrebbero far carico alla fiscalit� generale? Il bilancio strettamente �pensionistico� dell’Inps non � forse, tuttoggi, in attivo?

          Il secondo: il servizio finanziario al �sistema� non � gi� svolto, e direttamente, dal regime tradizionale, in cui le somme del Tfr restano in azienda? La liquidit� ex Tfr non costituisce forse, di fatto, uno strumento di finanziamento che consente alle imprese di ridurre la morsa creditizia?
          Ma, come dicevo, il punto che qui vorrei trattare � un altro. Di fronte a quelle alternative di scelta, e alla destinazione per legge ai fondi in caso di silenzio dei lavoratori, l’informazione che viene rivolta a costoro – non certo tipicamente definibili come sofisticati investitori finanziari – si segnala per una vistosa carenza. Una carenza che purtroppo persiste anche nella recentissima �ripresa� della campagna di informazione istituzionale. Si avverte, s�, correttamente, dell’esistenza di profili diversi di convenienza delle singole soluzioni. Ma non si attira espressamente l’attenzione dei lavoratori sullo specifico profilo/problema delle garanzie. Non si esplicita, in particolare, che la forma di gestione attuale, da parte del datore di lavoro (cos� come quella che sar� svolta dall’Inps per il Fondo tesoreria dello Stato) � sostenuta da un apposito fondo di garanzia, istituito presso lo stesso Inps, che tutela il lavoratore nell’ipotesi di insolvenza dell’impresa, assicurandogli l’intero capitale e una certa, pur modesta, redditivit�. Si tratta di formale garanzia statuale (legge 29/5/ 82, n. 27), a �tenuta� assoluta. Viceversa, la restituzione delle somme che verranno conferite ai fondi pensione non � attualmente assistito da una altrettanto efficace garanzia. Il decreto legislativo 252 del 2005 prevede infatti che i fondi che gestiranno il Tfr investano nelle linee finanziarie a contenuto pi� prudenziale, �tali da garantire la restituzione del capitale e rendimenti comparabili… al tasso di rivalutazione del Tfr�. Ora, quel �tali da garantire� corrisponde, in termini giuridici, solo ad un ragionevole affidamento, non tuttavia sostenuto da alcun fondo di garanzia in senso proprio. In breve: la disciplina attuale della previdenza complementare non sottrarrebbe il Tfr ai rischi del mercato finanziario. Se la gestione dei fondi fosse �sfortunata�, causa di perdite ingenti, le perdite sarebbero del lavoratore (il fondo guadagnerebbe comunque le commissioni pattuite). La situazione potrebbe mutare se il lavoratore sottoscrivesse dei �prodotti� finanziari con restituzione garantita del capitale e di un (minore) interesse, offerti da taluni fondi di impronta assicurativa. Ma – a parte la insufficienza generale dell’informazione su siffatte diversificazioni (specie rispetto ad una platea di investitori tipicamente non esperta di mercati finanziari) – qualcuno di quei fondi potrebbe fallire. Improbabile? Certamente, ma altrettanto certamente non impossibile, specie in un arco di tempo che,per i giovani lavoratori, potrebbe essere di trent’anni. Diverso sarebbe il discorso in un’altra ipotesi : che i fondi assicurassero (con una polizza a favore dei lavoratori-investitori) il proprio rischio di non riuscire a restituire l’intero capitale e l’interesse convenuto. Per i cosiddetti grandi rischi, � abituale che le compagnie di assicurazione provvedano alla cd riassicurazione. Perch� non pensarvi anche per il Tfr investito nei fondi pensione? Si tratta, non dimentichiamolo, di accantonamenti sul salario (il Tfr � �salario differito�). Sarebbe, certo, un sistema pi� costoso per azionisti e gestori dei fondi. Ma non sarebbe pi� costoso,per l’intero sistema-paese, se la fiducia dei lavoratori venisse tradita?

        *Presidente onorario del Movimento Consumatori