“Commenti” Sindacati, la nuova sfida (A.Orioli)

08/05/2006
    venerd� 5 maggio 2006

    COMMENTI E INCHIESTE – Pagina 9

    Relazioni industriali

      Sindacati, la nuova sfida

      Successi in politica ma il test � il patto sociale

        Alberto Orioli

          Il successo di Franco Marini e Fausto Bertinotti in parlamento �, secondo Cgil, Cisl e Uil, la prova del successo del tridente sindacale nel Paese. � la tesi ribadita anche l’altro ieri con l’abbraccio mattutino che l’ex leader di Rifondazione ha voluto tributare a Guglielmo Epifani nella prima visita fatta da presidente della Camera. Ma come nel Match point di Woody Allen una vittoria apparente pu� avere esiti reali contrari. E per Cgil, Cisl e Uil quella doppia elezione potrebbe solo significare che, all’apoteosi politica, dovr� seguire una rigenerazione della funzione propria, quella sindacale, finora tenuta molto in secondo piano.

            Le sfide della politica economica sono note. Epifani, Bonanni e Angeletti saranno chiamati a negoziare il nuovo Patto sociale per lo sviluppo – cautela salariale e flessibilit� "qualitativa" in cambio di investimenti, nuova occupazione e consumi – con cui il Governo prodi intende dare slancio e fiducia all’economia di un Paese a crescita quasi zero. I tre segretari saranno chiamati, poi, a non disperdere gli effetti dell’ormai celebre taglio al cuneo fiscale, un ricostituente per l’economia (10 miliardi) come non se ne vedevano dai tempi delle svalutazioni competitive. Alle imprese spetter� l’onere di garantire gli investimenti da indirizzare soprattutto a ricerca e innovazione.

            Franco marini � l’ex leader di una Cisl orientata al pubblico impiego, uomo pragmatico degli statali e dei postelegrafonici, abilissimo a sfruttare il peso della propria base e la sponda parlamentare nelle fasi pi� acute della battaglia sulla scala mobile; Fausto Bertinotti � il massimalista della Cgil, l’interlocutore-antagonista di Bruno Trentin, che – cos� vuole la vulgata – ha firmato, agli albori, un contratto dei tessili, poi pi� nulla; una vita da "signor no". La purezza degli ideali e l’amore per l’estetica del conflitto ne hanno sempre fatto lo sparring partner preferito per chi fosse dall’altra parte. ieri era il pupillo del falco della Federmeccanica Felice Mortillaro oggi di Berlusconi.

              Marini e Bertinotti sono, seppure agli antipodi, la dimostrazione vivente del sindacato-politico, di chi svolge la propria attivit� pubblica nel nome di una presunta continuit� tra la tutela degli interessi dei lavoratori e quella degli interessi della cittadinanza tutta. Una commistione che spesso ha provocato il blocco nell’azione sindacale su temi come il mercato del lavoro (la guerra ideologica alla legge Biagi), le regole della rappresentanza (lo scontro sempre ideologico tra il sindacato istituzione e il sindacato associazione), la struttura della contrattazione (la difesa del tab� del contratto nazionale e l’ostilit� verso sistemi salariali flessibili).Bastano i numeri: circa 5-6 milioni di lavoratori attivi rappresentati contro i 22 totali. Una rappresentanza certo non "universale". Dopo il "conflitto d’interessi" tra insider e outsider del mercato del lavoro ne emerge uno nuovo, frutto degli sconvolgimenti provocati dalla globalizzazione: quello tra lavoratore e consumatore. Non � un caso se tra gli slogan di Zapatero ce n’� uno che intende esorcizzare il problema: �Essere cittadini non significa essere consumatori�.In realt� il ciclone Wal Mart, ad esempio, per quanto scabroso esempio di capitalismo del terzo millennio, mette a nudo questa contraddizione soprattutto quando chi consuma percepisce i vantaggi dei modelli produttivi iper-flessibili. Modelli che, se applicati anche al mondo protetto dei servizi in monopolio reale o di fatto, porterebbe vantaggi sensibili sia in termini di qualit�, sia di reddito disponibile a tutti i lavoratori-consumatori. Del resto anche il concept Ikea ha portato dalla Svezia un’altra idea di benessere: per una famiglia a basso reddito i mobili della grande catena di Stoccolma possono avere il valore del migliore degli ammortizzatori sociali. E forse, da lavoratori-consumatori, se tarda la risposta a un numero verde pensiamo al disservizio e non alle regole ferree del protocollo della "nuova alienazione" – come la chiamano certi sindacati – che disciplina il lavoro dei8 call center.

                Solo pochi esempi, ma di questo il sindacato confederale italiano – il pi� forte del mondo con oltre 12 milioni di iscritti (met� dei quali pensionati) – non pu� non tenere conto. L’uguaglianza sociale, ad esempio, � ancora quella cui pensavano Marini e Bertinotti da sindacalisti e che, tutto sommato, � ancora quella di Epifani, Angeletti e Bonanni? Quella che – come ha sintetizzato il sociologo olandese Henk Becker – ha prodotto un travaso di oneri collettivi dalla �generazione della protesta� (1940-1955) a quella �perduta� (i nati tra il ’55 e il ’70) scaricando tutti i costi di un welfare egoista sulle generazioni future, creando per la prima volta in chi viene al mondo ora la sensazione che possa davvero trovarsi in situazioni peggiori di quelle dei propri genitori. C’� anche una visione dinamica dell’uguaglianza sociale: prima era legittima l’aspettativa di un assegno di pensione pari all’80% della propria retribuzione, oggi chi entra nel mercato del lavoro sa che si deve fermare al 60-65 per cento.

                E non � solo un problema di Stato sociale. Il giuslavorista Pietro Ichino sul �Corriere della Sera� di luned� ha sottolineato che per garantire l’uguaglianza �non basta un tratto di penna del legislatore o del negoziatore collettivo�. Sono troppe le differenze di produttivit� anche all’interno di uno stesso settore perch� ormai sono condizionate dall’efficienza nella gestione di flussi informativi pi� che dai vecchi ritmi fisici di produzione. Serve pi� fantasia anche nelle misure redistributive.

                  Aveva ragione Savino Pezzotta, ex segretario generale della Cisl, che poco prima di lasciare l’incarico confidava: �Le relazioni industriali devono essere personalizzate. Come una Punto della Fiat, vanno adattate all’esigenza del cliente-lavoratore che � uno, uno solo alla volta; non sono tanti e tutti insieme, una massa indistinta come crede ancora qualcuno. Non c’� pi� quell’umanit� grigia e standardizzata e il sindacato deve farsene carico altrimenti parla d’altro�.

                  Forse il sindacato deve ripartire, oltre che da una diversa idea dello sviluppo, anche da qui, dalla personalizzazione. Significa gestire una pluralit� di contratti, di situazioni, magari uscendo dalle gabbie rigide dei contratti nazionali (senza comunque negarne il ruolo). Del resto cosa si pu� distribuire su scala nazionale se la produttivit� del lavoro cala e l’inflazione resta pi� o meno del 2 per cento? L’accordo del luglio ’93 ha avuto un valore �costituzionale�, come disse Gino Giugni che lo firm� da ministro del Lavoro. ma le parti sociali sanno che va adattato alla nuova realt� dopo 13 anni di onorato servizio. E, soprattutto, sanno che prima o poi va risolta la questione della rappresentanza per stabilire davvero chi conta e dove.

                  Quanto al mercato del lavoro ha ragione Bruno Manghi, sociologo consigliere di Romano Prodi, quando ne Il lavoro inutile attacca sia gli apocalittici profeti del �trionfo della precariet� sia gli ottimistici cantori �della flessibilit� felice, della nuova economia, del telelavoro universale�. La realt� � la legge Biagi da riadattare nella parte dove la sperimentazione non ha prodotto risultati apprezzabili e da completare con un efficace sistema di ammortizzatori sociali. Perch� – spesso lo si perde di vista – il vero problema � la disoccupazione non la flessibilit�.