“Commenti” Se un euro di pensione vi sembra poco – di B.Ugolini

02/12/2002

            2 dicembre 2002

            Atipiciachi di Bruno Ugolini

            SE UN EURO DI PENSIONE VI SEMBRA POCO

            «Se un solo euro vi sembra poco»
            Potrebbe essere l’inno dei Co.Co.
            Co. visto che nella mailing list del
            Nidil-Cgil (atipiciachi@mail.cgil.
            it) è scoppiato un vistoso dibattito
            attorno all’Euro di pensione.
            Ha cominciato Silvia dando conto
            del fatto che l’Inps di Firenze
            aveva calcolato che tra i parasubordinati
            pensionandi ci sarà anche
            chi prenderà un solo Euro il
            mese, appunto. Il 46 per cento degli
            interessati guadagna meno di
            un milione il mese e quindi sono
            impossibili pensioni decenti. La
            denuncia fiorentina è stata seguita
            da un’Email di due laureande
            in Psicologia dell’Università di Milano
            Bicocca, Elisa e Arianna, intente
            ad indagare sul lavoro atipico
            e meravigliate perché nella mailing
            list del Nidil, presa in esame,
            la tematica del futuro previdenziale
            fosse poco affrontata. La prima
            a prendere la parola, a muso duro,
            è Mara. «Per potermi fare una
            pensione integrativa devo sborsare
            almeno 516 euro il mese, per
            arrivare al 70% di quello che guadagno
            oggi. Personalmente non
            ho questa cifra. Se spingiamo per
            un maggiore ricarico Inps, la risposta
            non cambia, essendo comunque
            a carico nostro un terzo
            della spesa. La maggior parte dei
            Co.Co.Co. guadagna cifre tutt’altro
            che dignitose, quindi toccare
            l’argomento è spinoso. Senza considerare
            che, vista l’assoluta mancanza
            di protezione per gli atipici,
            un datore di lavoro ci mette mol-
            to, ma molto poco a chiederti la
            partita Iva o offrirti una collaborazione
            occasionale. La massima libertà
            per alcuni di noi è stabilire
            di che morte morire…». Risposta
            tranciante.
            Anche Alessia parte dalla propria
            esperienza: «Quando da sei
            anni hai contratti di tre mesi in
            tre mesi (con pausa obbligatoria
            di un mese tra l’uno e l’altro) sei
            concentrato sulla bieca sopravvivenza».
            Inoltre sul tema, prosegue,
            c’è una vera cortina di fumo:
            «All’Inps hanno più volte ribadito
            di non essere in grado di calcolare
            alcunché». Solo alcune informazioni
            ricevute dal sindacato le hanno
            permesso di scoprire che cosa
            l’aspettava. Assai conciso il messaggio
            d’Elisa: « Dovendosi inventare
            ogni mese il modo di mettere
            insieme il pranzo con la cena, e
            sapendo che andremo in pensione
            con un euro il mese, preferiamo
            non pensarci…». Barbara invece
            racconta: «Io sono tre anni che
            sono una Co.Co.Co e so benissimo
            che fra poco il mio rapporto
            di lavoro finirà, e so che i contributi
            versati in questi anni non li
            vedrò mai, perché per poterne
            usufruire ad usi pensionistici, me
            ne mancano altri due, e questo
            certamente non mi fa piacere, anzi…».
            Sfoghi e amarezze, casi esemplari.
            Un insieme di testimonianze
            che non sembrano piacere a
            Gianpaolo che si produce in un
            erudito e poco generoso interven
            to per spiegare la complessità dell’
            atipico del Duemila, non riducibile
            al pianto retorico sul precariato
            imperante. Accusa le stesse due
            ricercatrici milanesi di aver preso
            solo un tassello della problematica
            dei nuovi lavori. Un’ accusa
            respinta subito dopo da Mimmo
            che ricorda come le due ricercatrici
            (Elisa e, Arianna) operino nell’
            ambito di un progetto ben più
            articolato. Gianpaolo, in ogni modo,
            lancia un invito ad occuparsi
            di più di quella che chiama una
            nuova “progettualità della flessibilità”
            non più centrata sugli individui
            e sulla loro vita professionale,
            ma sui metodi e sugli strumenti.
            Eccolo dunque parlare di
            “percorsi stabilizzati d’inserimento
            lavorativo degli atipici” e di formazione,
            nonché del mondo rigido
            che circonda i “flessibili”.
            L’esempio fatto è quello delle banche
            assai “rigide”, appunto, nel
            non concedere mutui per la casa
            ai lavoratori senza posto fisso.
            Un dibattito ricco di spunti,
            dunque. Che aggiungere? Il tema
            della pensione atipica sarà, certo,
            solo un pezzetto della tematica
            dei nuovi lavori, ma forse dovrebbe
            spingere i sindacati a non rimanere
            sulla difensiva su questi problemi.
            Anche se sappiamo bene
            che c’è il timore, proponendo un
            discorso attorno ad un tema simile,
            di aprire le porte al “nemico”,
            a chi vorrebbe non aiutare gli atipici,
            ma distruggere quanto conquistato
            dai tipici…