“Commenti” Se la politica dell’Unione è dire solo no (P.Ichino)

02/02/2006
    giovedì 2 febbraio 2006

    Prima Pagina e pagine 36 – Opinioni

      Se la politica dell’Unione è dire solo no

        di Pietro Ichino

          La compagine dell’Unione rischia di essere tenuta insieme, più che da una vera idea-forza sul futuro del Paese, dal desiderio di tanta parte degli italiani di non essere più governati da Silvio Berlusconi. Allo stesso modo, più in piccolo, il programma dell’Unione nel campo della politica del lavoro rischia di ridursi al rifiuto della legge Biagi. Con la differenza, però, che, mentre l’uscita di scena di Berlusconi costituirebbe senza alcun dubbio un mutamento rilevantissimo per il Paese, lo stesso non si può dire della legge Biagi: abrogata o «superata» la quale, nel funzionamento del nostro mercato del lavoro cambierebbe poco o nulla.

            L’accusa contro la legge Biagi è che essa sarebbe oggi la causa principale della diffusione del lavoro precario. Ora, è vero che la sua emanazione, nel 2003, è stata provocatoriamente accompagnata dal governo con proclami ultraliberisti; ma questa legge, in realtà, non ha cambiato una virgola né dello Statuto dei lavoratori del 1970, né delle altre leggi che regolano il rapporto di lavoro a tempo pieno e indeterminato, cioè della struttura portante del nostro diritto del lavoro; essa – come ha osservato recentemente su queste pagine Innocenzo Cipolletta – si è limitata a intervenire al margine, dando un nome e qualche regola a rapporti di lavoro cosiddetti «atipici» che già esistevano ed erano venuti diffondendosi da un quarto di secolo. Così, ad esempio, i contratti a termine di brevissima durata, che sono sempre esistiti (basti pensare ai camerieri ingaggiati per un banchetto, o alle hostess per un congresso) ora si chiamano job on call , o lavoro a chiamata; il rapporto cointestato a due lavoratori liberi di distribuirsi la prestazione tra loro, che era già stato riconosciuto da una circolare del ministro Treu del 1998, ora si chiama job sharing o lavoro condiviso; il contratto di formazione e lavoro «a basso contenuto formativo», conosciuto da vent’anni, ora si chiama «contratto di inserimento»; i co.co.co. ora si chiamano lavoratori a progetto e ingaggiarli comporta, semmai, qualche complicazione in più per i loro committenti; il prestito continuativo di lavoratori da un’impresa a un’altra, che è sempre esistito sotto la forma dell’appalto di servizi (si pensi ai vigilantes sulle porte delle banche, o agli addetti alle pulizie degli uffici), ora potrebbe avvenire anche sotto la forma dello staff leasing , peraltro con qualche protezione in più rispetto alla forma tradizionale. Sfido i responsabili della politica del lavoro dell’Unione a indicare un solo contratto precario o marginale previsto e disciplinato dalla legge Biagi, che non corrisponda a un tipo di rapporto di lavoro già esistente e consentito da molto tempo.

              Il precariato esiste, in molte forme, da noi più che altrove, ed è uno dei grandi problemi del nostro mercato del lavoro. Ma i dati statistici parlano chiaro: la percentuale dei precari è oggi all’incirca la stessa di cinque anni fa. La legge Biagi – quali che fossero le intenzioni del governo che l’ha emanata – non ha, dunque, né causato né aumentato questo fenomeno: esso risale ad altre stagioni e ad altre politiche del lavoro. Riconoscere questo può essere molto scomodo per la sinistra, implicando qualche autocritica su scelte passate; ma se l’Unione vuole affrontare il problema in modo efficace, deve passare di qui. Nel programma dell’Unione per il lavoro, invece, se si toglie la polemica contro la legge Biagi non si trova alcuna altra indicazione precisa circa le cause del fenomeno che giustamente si vuole combattere, né circa il modo preciso in cui farlo.

                In quel programma, certo, sono elencati tanti altri begli obiettivi: aumento del tasso di occupazione di giovani, donne e anziani, maggiore sicurezza nei luoghi di lavoro, lotta al lavoro nero, diffusione della formazione permanente; ma tutto questo lo promette anche la Casa delle Libertà, e può prometterlo chiunque. Poi: pensioni adeguate anche per i lavoratori precari, potenziamento degli ammortizzatori sociali; già, ma finanziati con quali soldi? Servizi per l’impiego più efficienti, controversie giudiziali più rapide: benissimo, ma facendo lavorare di più chi e come? Riforma del sistema della contrattazione collettiva: tutti d’accordo, ma secondo quale progetto?

                  La politica del lavoro del governo Berlusconi ha prodotto davvero assai poco, nel bene e nel male. Ma il programma dell’Unione non promette molto di più, se – a parte la dichiarazione dei grandi obiettivi di palingenesi, di cui sono capaci tutti – le sole misure davvero precise in esso contenute sono indicate in negativo, sono cioè l’azzeramento di quel poco che il governo ha prodotto.