“Commenti” Se la Cgil riempie il vuoto del Pci – di Mimmo Carrieri

19/09/2002


          19 settembre 2002

          Se la Cgil riempie il vuoto del Pci

          Non solo perché è un argine al berlusconismo. Il successo della Cgil, e del suo segretario Sergio Cofferati, si deve anche all’aver raccolto una bandiera abbandonata dai partiti di sinistra, la capacità di coniugare nella sua strategia politica il desiderio di equità sociale con la modernità, i diritti del lavoro e quelli di cittadinanza


          MIMMO CARRIERI


          Si può spiegare il successo della linea della Cgil, e con esso della leadership di Cofferati, con motivazioni non legate solo alla fase attuale (segnata dalla necessità di costruire un argine al berlusconismo)? Di successo certo si tratta. Anche se relegato dai critici a fenomeno episodico, frutto della voglia di protesta di una sinistra frustrata. E interpretato dai favorevoli come la riattivazione di identità collettive: ma anche qui con una lettura congiunturale e spesso difensiva. Cerchiamo invece di capire se dalle scelte operate dal sindacato si posa ricavare una intelaiatura più robusta. Finanche una ricetta per l’azione della sinistra nella globalizzazione post-moderna (nei prossimi anni).

          Il punto di partenza è lontano, e riguarda il Pci. Il largo insediamento che il Pci ha avuto nel dopoguerra (anche se con una presa decrescente negli anni `80) può essere spiegato con una miscela politica ricca di ingredienti, e capace di tenere insieme – parlando così ad una larga parte della società – dimensioni mitologiche e ideologiche, ma mescolate con un grande pragmatismo, che consentiva di muoversi efficacemente nella pratica quotidiana. Questo dava vita ad un bizzarro animale sghembo – venne usata l’immagine della giraffa – che per paradosso poteva essere molto radicale nel modello di società, ma anche molto moderato nella prassi. Schizofrenia che teneva insieme molti fili, ma che alla fine degli anni ’80, quando la svolta di Occhetto provò a tagliare questo nodo, appariva sempre più come un limite.

          In realtà la complessità d’azione del Pci presentava un punto di forza ed uno di debolezza. Il primo consisteva nella capacità di unificare gruppi sociali diversi, al di là degli interessi immediati di natura economica che avrebbero potuto invece contrapporli. La debolezza consisteva invece nel fatto che la faccia mitologica, il comunismo, aveva un grande potere mobilitante (almeno fino agli anni `70), ma impediva la legittimità governativa del partito.

          La svolta amputò questa complessità sul versante del finalismo comunista: ed a molti, tra cui il sottoscritto, questa operazione sembrò la fine positiva di un equivoco. Ma l’esperienza successiva, ed ormai lunga, dei democratici di sinistra è apparsa sempre monca di una dimensione evocativa forte, idonea a favorire una larga coesione sociale. Il finalismo comunista è stato ereditato e rielaborato da Rifondazione. Mentre il Pds e poi i Ds concentrarono la loro competizione politica soprattutto sul versante della sfida della modernizzazione, vista come la strada per allargare i consensi in funzione dell’accesso al governo. Insieme al lato negativo dell’alchimia su cui si era retto il Pci si smarrì così anche quello positivo, senza peraltro raggiungere benefici elettorali a larga scala (salvo che nelle regionali del 1995).

          Non è che la questione non venisse posta: erano le soluzioni ad essere poco convincenti. L’approccio più conseguente si è avuto con la leadership di D’Alema: che ha provato ad innestare sul tronco della sinistra post-comunista l’enzima del riformismo, in sintonia con le socialdemocrazie europee. Va però detto che il riformismo in Italia ha sempre attecchito in misura modesta, anche grazie alla critica di lunga lena alimentata dal Pci (che l’ha reso anche lessicalmente indigesto a fasce consistenti del popolo di sinistra). Ma a parte questo retaggio, esso, anche nella sua versione aggiornata di neo-riformismo, attento all’equità e contestualmente alla modernità, non è riuscito a costruire negli anni di governo del centro-sinistra quella funzione evocativa, capace di suscitare sentimenti di identificazione collettiva (pur avendo avuto – ed è ancora più chiaro oggi – grandi meriti nella gestione della cosa pubblica). Ciò non toglie che il riformismo alluda ad un pezzo imprescindibile per la cultura politica di una sinistra moderna. Solo che nella realtà italiana la sua declinazione ha stentato a creare quella felice mistura tra passioni e interessi (per usare la famosa formulazione dell’economista americano Hirschmann) che rende socialmente attraente una strategia politica.

          Si può ipotizzare che proprio la strategia elaborata dalla Cgil nel corso dell’ultimo anno in materia di diritti (la cui prima formulazione risale però al 1991) si innesti su questo solco, ma nello stesso tempo operi un interessante aggiornamento. Si potrebbe immaginare che la Cgil – ed in modo specifico il suo leader – abbiano voluto rilanciare quel cocktail, da sempre necessario alla vita degli organismi collettivi di sinistra, composto da rappresentazioni che danno senso al mondo e dalla loro traduzione in azioni concrete.

          Potremmo sostenere che la Cgil – intenzionalmente o meno non importa – abbia ridato vita a quell’impasto fecondo tra valori di fondo e intervento nelle contraddizioni del momento a partire da un’impostazione molto netta, e da una dichiarazione di non negoziabilità, in materia di diritti del lavoro. E che questo abbia favorito sentimenti di identità e di partecipazione raramente toccati dopo l’89 (forse solo nel 94-95 si ebbe un equivalente , e sempre contro il pericolo Berlusconi). Il merito è stato quello di fornire una rappresentazione chiara ed alcune risposte alle nuove insicurezze che attraversano le società, e che nel mondo del lavoro trovano il loro punto di partenza e forse l’epicentro. Ma se così fosse, questa ricetta è destinata a durare e può produrre ancora, magari con alcune correzioni, dei risultati positivi (oltre che insegnamenti per i partiti della sinistra)?

          Il grande vantaggio di questa impostazione è che aiuta a reinventare una piattaforma politica di sinistra sottraendola allo stesso tempo all’ipoteca della nostalgia comunista, che ne comprimerebbe i margini di espansione. Il tema dei diritti (del lavoro) costituisce un bacino ideologico ed identitario a largo raggio, che può aggregare segmenti sociali diversi. In realtà se si può parlare di riferimento ideologico esso consiste in una ideologia liberata da tracce di finalismo. Piuttosto si presenta come un ombrello protettivo sotto il quale l’azione collettiva del giorno per giorno assume caratteri di coerenza e di continuità, e può essere graduata – a seconda delle situazioni – dal conflitto fino all’accordo con le istituzioni. Diversamente da quanti hanno visto nella recente vicenda sindacale il ritorno del massimalismo, o comunque di ideologie passatiste, la ricetta della Cgil può quindi essere letta come una rielaborazione di categorie politiche dotate di un potenzialmente vasto radicamento sociale.

          Si può sostenere piuttosto che essa si è tradotta in formule equivalenti, sul piano delle funzioni, a quelle adottate dal Pci in passato, ma (forse) con una maggiore capacità espansiva. Un tentativo originale e un cocktail con ingredienti nuovi che può essere ricondotto, se proprio lo si vuole definire, ad un prototipo di riformismo radicale, che mescola principi forti con intensa mobilitazione sociale.

          Questa formula può avere successo anche in prospettiva? A questa domanda si può fornire una risposta se si esce fuori dalla sfera sindacale e delle relazioni industriali. Il dubbio è se questo impasto dia vita ad un vero e proprio paradigma per l’azione collettiva di questi anni, oppure sia un argine casuale contro il liberal-populismo del Polo. L’altra questione cruciale è se le iniziative della Cgil abbiano davvero una larga presa sociale, o se più modestamente esse si limitino a riattivare la solita vecchia sinistra. Senza aiutarla a ridefinire i propri confini classici.

          In realtà una politica socialmente più inclusiva è possibile se dai diritti del lavoro si opera un trasferimento verso una piattaforma di diritti di cittadinanza: che parla – a certe condizioni, ed insieme ad altri ingredienti – ad una platea più ampia. Ma per muoversi più nitidamente lungo questa strada è necessario chiamare in causa anche gli altri soggetti della politica, i partiti, e sperare in una loro cura ricostituente.