“Commenti” Scommesse e rinvii non bastano ad assicurare lo sviluppo – di Tito Boeri

01/10/2002






          (Del 1/10/2002 Sezione: Economia Pag. 4)
          MANCANO LE MISURE STRUTTURALI. L´UNICO STIMOLO ALLA DOMANDA E´ IL MINOR PESO FISCALE CHE, PERÒ, AIUTA CHI SPENDE MENO
          Scommesse e rinvii non bastano ad assicurare lo sviluppo
          Tito Boeri

          Nelle parole del Presidente del Consiglio, questa doveva essere una «Finanziaria di rigore e sviluppo». Ma sembra, più che altro, la «Finanziaria dei rinvii e delle scommesse»: nessuna misura strutturale di contenimento della spesa pubblica, ricorso a misure una tantum per compensare un calo permanente del gettito fiscale, scommessa in una crescita sostenuta nel 2003, di cui non si hanno le avvisaglie. Dovremo perciò rassegnarci a vivere un altro anno pericolosamente, nel buio più totale cercando di immaginare quali misure di contenimento della spesa verranno prese nel 2004, quando i problemi non saranno più eludibili. A quel punto, tra l’altro, il ciclo politico renderà più difficile prendere le decisioni più opportune. Sfogliando le pagine della Finanziaria si ode un lungo respiro di sollievo. E’ quello tirato dal Ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, all’apprendere la decisione della Commissione Europea, all’indomani delle elezioni tedesche, di rinviare dal 2004 al 2006 il termine per raggiungere il pareggio di bilancio nei paesi dell’Unione Monetaria. Questa proroga permette al Governo di mantenere alcuni impegni presi nel Patto per l’Italia (ritocco verso il basso dell’Irpef e aumento della generosità dei sussidi di disoccupazione), senza interventi strutturali di taglio della spesa pubblica. Il grosso dei risparmi (8 miliardi di euro) dovrebbe, infatti, provenire dal blocco delle assunzioni nel pubblico impiego, una misura inevitabilmente transitoria e di problematica attuazione, soprattutto a livello decentrato. Apprezzabile il tentativo di contenere le spese di gestione delle amministrazioni pubbliche, ma difficile quando il 30% della spesa complessiva è appannaggio delle autorità locali. Sul lato delle entrate, si prevedono solo sanatorie, per definizione misure una-tantum: gli 8 miliardi di entrate aggiuntive dovrebbero provenire dal concordato di massa (anticamera di un condono generalizzato) e dal concordato preventivo triennale per le piccole imprese. Completano la manovra i 4 miliardi provenienti dalle cartolarizzazioni e dalle neonate Patrimonio e Infrastrutture Spa. Al di là degli alambicchi contabili, si tratta, anche in questo caso, di entrate straordinarie (come già messo in luce da Piero Giarda). Non solo queste operazioni non comportano miglioramenti permanenti nei conti pubblici, ma caricano di oneri gli esercizi futuri. Le cartolarizzazioni e le dismissioni alle due nuove società anticipano entrate future e comportano oneri impliciti per lo Stato superiori a quelli normalmente pagati sul debito pubblico. I condoni, soprattutto quando sbandierati come interventi volti a fronteggiare emergenze sul versante dei conti pubblici, alimentano fra i cittadini l’aspettativa che a queste misure si tornerà a ricorrere in futuro in caso di nuovi cali del gettito, col risultato che aumentano gli incentivi a non pagare le tasse. Il concordato preventivo anticipa entrate che si sarebbero comunque avute in futuro, con un congruo sconto per il contribuente e dunque una perdita per il fisco. Anche il blocco delle assunzioni spingerà nel 2004 molte amministrazioni pubbliche ad anticipare assunzioni, originariamente previste più in là nel tempo, per tutelarsi da possibili nuovi blocchi in futuro. I rinvii hanno, poi, costi rilevanti nell’alimentare incertezza presso famiglie e imprese, dunque aumentano la propensione al risparmio e riducono i consumi e gli investimenti. A chi servono allora questi costosi rinvii? Forse che l’auspicabile (ma tutt’altro che certa) ripresa della nostra economia ci permetterà nel 2004 di meglio affrontare una manovra più consistente e, questa volta, strutturale? Purtroppo non è così. Il saldo di bilancio che ormai conta rispetto ai nostri partner europei è il saldo strutturale, quello depurato dagli effetti del ciclo. In assenza di interventi strutturali, il saldo non è destinato a migliorare. Il rinvio non servirà neanche, se non in minima misura, a contrastare il rallentamento congiunturale (la parte «di sviluppo» della manovra). La riforma dei sussidi di disoccupazione amplia solo in minima misura il raggio d´azione dei cosiddetti stabilizzatori automatici: il grosso dei flussi in entrata nella disoccupazione provengono ormai dalle file del lavoro temporaneo, quello che accede ai soli sussidi a requisiti ridotti, destinati a rimanere tali e quali con la riforma. L’unica misura che può stimolare la domanda è la riduzione delle aliquote Irpef per i redditi medio-bassi, anche se le riduzioni d´imposta più significative (circa il 70% del totale) beneficeranno il 50 per cento più ricco della popolazione italiana, quello con la propensione al consumo più bassa. Se è apprezzabile la decisione di partire dai redditi medio-bassi, il provvedimento non servirà nemmeno a ridurre la povertà, concentrata fra famiglie che già oggi non pagano le tasse. Più che incoraggiare lo sviluppo, lo si dà per acquisito a un tasso del 2,3 per cento nel 2003. E’ una scommessa che ricorda quella fatta (e persa) nel Dpef di inizio legislatura in cui si preconizzava il passaggio «dal declino allo sviluppo». Viene in mente anche la scommessa di Reagan che, tra il 1980 e il 1984 ridusse del 9% le tasse sul reddito personale aumentando al contempo la spesa pubblica, col risultato di far esplodere i disavanzi pubblici statunitensi. E’ un´esperienza che non possiamo proprio permetterci. La nuova scommessa è ancora più rischiosa di quella di inizio legislatura perché bisogna fare i conti con il ciclo politico. Negli ultimi 20 anni ci sono state in Europa solo 10 riforme strutturali delle pensioni, che hanno permanentemente ridotto la generosità dei sistemi pubblici, favorendo il decollo della previdenza integrativa. Di queste 10 riforme, ben 8 sono state attuate entro i primi due anni di vita di un governo. Un caso? Il fatto è che alla vigilia di nuove elezioni, non si riesce ad avviare riforme che arrecano benefici soprattutto nel medio-lungo periodo. A ben pensarci, il Ministro Tremonti non dovrebbe allora gioire della proroga concessagli da Bruxelles. La maggioranza ha in questa legislatura più del 57 per cento dei seggi in Parlamento. Per trovare un governo (non di unità nazionale o «pentapartito») con una maggioranza così solida bisogna risalire a più di 50 anni fa, al sesto Governo De Gasperi. Il vincolo del bilancio in pareggio nel 2004 dava a Tremonti un´arma formidabile per imporre anche ai più riluttanti nella maggioranza il completamento della riforma della previdenza. Si trova oggi, invece, a dover subire misure – come la rimozione del divieto di cumulo anche per chi ha almeno 37 anni di contributi e 58 di età – che aumentano ulteriormente la generosità del nostro sistema previdenziale. Quando bisognerà fare davvero i conti con la realtà, l’opposizione di chi teme di perdere voti alla prossima tornata elettorale sarà molto più agguerrita. www.lavoce.info