“Commenti” Quattro domande – di Napoleone Colajanni

18/10/2002



          18 ottobre 2002


          Prima pagina e pagina 5
          QUATTRO DOMANDE


          di Napoleone Colajanni

          Uno sciopero generale non è uno sciopero come tutti gli altri, che si propongono un obiettivo ben preciso – per il salario, per il lavoro – sapendo che si può raggiungere un obiettivo soltanto attraverso una trattativa. L’agitazioni quindi influisce sulla trattativa. Lo sciopero generale è di per sé una protesta con un interlocutore che non può essere che il governo. In questo senso uno sciopero generale è sempre politico.

          Lo sciopero generale è politico, anche se non ha come obiettivo proclamato il rovesciamento del governo, ma intende far venire in primo piano questioni di politica generale o di politica economica. In altri tempi si discuteva se uno sciopero con obiettivi politici fosse legittimo, ma oggi questi dubbi sono superati. Il punto è che alla protesta si può fare ricorso, ma in ogni caso chi la organizza deve avere una linea da far avanzare, altrimenti essa diventa pura e semplice esibizione, nonché – e la cosa dovrebbe avere importanza per i suoi promotori – diventa inefficace. E anche nel caso di uno sciopero generale uno sbocco bisogna pur averlo, una politica da modificare, un provvedimento da richiedere, con un tracciato che deve essere possibile identificare. Nulla di tutto questo è possibile individuare nello sciopero proclamato dalla Cgil. I motivi certamente non mancano. In una situazione economica difficile, non è dato riscontrare una politica affidabile, anzi prende corpo la sensazione del ricorso al bricolage. Ma il punto è che al bricolage si deve opporre una linea coerente se non si vuole che la mobilitazione delle masse finisca in uno sbuffo senza nulla a seguire. Ora cosa vuole la Cgil? L’articolo 18 sembra ormai essere uscito dall’ordine del giorno, e quando vi tornerà si vedrà che la proposta di modifica non reca alcun attentato alla stabilità dell’occupazione di chi è già occupato. Il tema che sembra emergere è quello dell’occupazione, ma in questo caso la mancanza di una proposta alternativa è ancora più grave. Io tendo sempre a ricordare che negli anni della contrapposizione più dura col governo e di drammatica disoccupazione, Giuseppe di Vittorio avanzò la proposta di un piano del lavoro, di impostazione keynesiana, ben lontano dall’idea di riversare tutto l’impegno sullo Stato. Si deve sapere cosa significa oggi una politica per l’occupazione, nella società dei servizi, in cui forme come il part time e i contratti a termine diventano sempre più estese. E nessuno si illuda se l’Istat dice che la parte maggiore di quei 300 o 400mila occupati in più è nel lavoro dipendente e a tempo indeterminato; l’occupazione nel sommerso si allarga sempre più e dopo l’insuccesso della politica dell’emersione attraverso le esenzioni fiscali bisognerebbe sapere se la Cgil ha un’alternativa da proporre. Seconda domanda. Non c’è dubbio che la crisi della Fiat pone un problema gravissimo in città come Termini Imerese, che diventano il simbolo della condizione meridionale. Ma si vuole un intervento assistenziale o ci si vuole muovere verso soluzioni che affrontino la realtà? In questo caso bisogna sapere che la Fiat non può fare a meno di ridurre la capacità produttiva e allora l’unica cosa da chiedere è che cambi il piano industriale per ridurre l’occupazione al Nord, dove siamo a quella che la statistica definisce piena occupazione, salvaguardando quella al Sud. Tanto più che nella fabbrica di Termini la produttività è allineata con quella delle altre fabbriche Fiat. Terza domanda. Un aumento sensibile dell’occupazione e un aumento di competitività dell’economia italiana possono venire dall’avvio del piano di infrastrutture, ma mancano i soldi. Accetta o no la Cgil un piano di riduzione della spesa sociale, per finanziare investimenti produttivi? Quarta e ultima domanda. Come crede la Cgil di poter portare avanti le proprie proposte, ammesso che le abbia, rifiutando praticamente ogni colloquio col governo? I girotondi non servono ai partiti, figuriamoci ai sindacati!