“Commenti” Non esuberiamo – di G.Berta

18/12/2002







                      (Del 18/12/2002 Sezione: Cultura Pag. 21)
                      UN LAVORO ALLA LUCE DEL SOLE PER I CASSINTEGRATI
            NON ESUBERIAMO
            Giuseppe Berta

                      UNA crisi industriale è un frangente in cui si distruggono risorse che in altri momenti verrebbero considerate preziose. Impianti sui quali si era investito risultano sottoutilizzati, progetti di sviluppo devono subire drastici ridimensionamenti. Ma il costo maggiore è sempre connesso alle riduzioni del personale, che comportano spesso un’indiscriminata distruzione di quello che viene oggi indicato come il «capitale umano». Quando avviene una ristrutturazione aziendale e si deve mettere mano all’occupazione per ridurla, scatta inevitabilmente una logica di contabilità sociale che induce le imprese a includere fra i lavoratori di cui alleggerirsi anzitutto quelli che posseggono determinati requisiti di anzianità. Intervengono allora gli automatismi degli ammortizzatori sociali, che prevedono, in primo luogo, che si accompagni chi possiede l’età sufficiente verso il raggiungimento della pensione mediante i meccanismi della mobilità, «corta» o «lunga» a seconda delle circostanze e dello stato di crisi in cui versa un’azienda. In questa prospettiva, vi sono certamente lavoratori che vedono negli strumenti della mobilità una garanzia tale da consentire loro di emanciparsi da una condizione magari sopportata con sempre maggiore fatica. Ma per tanti altri lavoratori, manuali e non manuali, l’annuncio di essere stati collocati in mobilità costituisce un trauma. Per non pochi di loro diventare un «esubero», dunque soltanto un costo aziendale, è uno shock che pare una violenza verso l’impegno con cui hanno vissuto per decenni la loro quotidianità lavorativa. Sentono che la loro esperienza, la loro capacità e le loro competenze potrebbero essere ancora molto utili, se fosse dato loro il modo di impiegarle. Si tratta di uomini e donne che, in una società in cui l’età media s’allunga, rifuggono dall’idea di essere condannati, a cinquant’anni, all’obsolescenza. Soprattutto, non si spiegano come possano essere ridotti a entità astratte, a costi aziendali, da valutazioni meccaniche che prescindono dall’analisi di ciò che sanno fare e hanno fatto fino al giorno prima di lasciare il lavoro. Oggi le istituzioni e i soggetti che hanno parte nella politica sociale di questo paese dovrebbero sentire la responsabilità verso questi lavoratori. Dovrebbero darsi da fare per correggere le anomalie del nostro sistema di Welfare e dei nostri ammortizzatori sociali, che non prevedono che chi è stato messo in mobilità o in cassa integrazione possa svolgere un’altra attività retribuita, alla luce del sole. È chiaro che chi ha appena perso l’occupazione non può giocarsi anche il reddito per accettare una collaborazione coordinata e continuativa o un part-time temporaneo. Ma perché mai dovrebbe essere sospinto inevitabilmente verso il lavoro nero se, com’è giusto, ha energie da spendere fuori di casa? Basterebbe prevedere dei meccanismi in sede di compensazione fiscale che permettano a chi lo vuole di ritagliarsi lo spazio per attività che magari all’inizio sono soltanto occasionali, ma che domani potrebbero divenire permanenti, con beneficio per chi le svolge e per l’intera società. Flessibilità dovrebbe voler dire anche questo.