“Commenti” Mercato e paletti (M.Deaglio)

03/04/2007
    martedì 3 aprile 2007

    Prima Pagina (segue a pagina 45) – Lettere e Commenti

    Mercato e paletti

      Mario Deaglio

        Per quella che una volta ci si compiaceva di chiamare «Italia spa», la giornata di ieri ha rappresentato un durissimo momento della verità. Per Telecom Italia e Alitalia, due delle imprese italiane maggiormente a contatto con l’economia mondiale, sono scattate proposte di acquisto da parte di gruppi stranieri alle quali sarà molto difficile resistere. Se i centri decisionali di queste imprese, e soprattutto di Telecom, saranno trasferiti all’estero, il declassamento dell’Italia produttiva potrà dirsi completato: rimarranno, certo, diversi settori di eccellenza, ma nel complesso il Paese – ormai privo di significative industrie elettroniche, informatiche e di telecomunicazioni e senza un vero settore chimico o farmaceutico – non potrà più dirsi una grande potenza economica, come lo è sicuramente stato dagli Anni Sessanta fin quasi alla fine degli Anni Novanta. Diventerà oggetto più che soggetto delle grandi scelte economiche e industriali. La vittoria «ai punti» di Enel che entra nella proprietà della spagnola Endesa, ma deve cedere molte attività, è un fatto lusinghiero tuttavia non basta a raddrizzare il quadro.

        Da tempo il Paese scivola vistosamente e fa di tutto per non accorgersene: tutto intento a discutere su piccoli problemi contingenti, a esempio su come impiegare il «tesoretto» fiscale accumulatosi negli ultimi dodici mesi, si lascerà forse portar via un «tesoro» industriale come Telecom. Politici banchieri e sindacati dovrebbero, come si diceva un tempo, «fare autocritica» ossia interrogarsi, in maniera il più possibile distaccata, su ciò che, nel loro modo di comportarsi, può avere contribuito a determinare il declassamento italiano che ora non si può più nascondere.

        Gli imprenditori, dal canto loro, dovrebbero schiettamente domandarsi se le loro qualità sono in linea con i tempi e il settore dell’informazione dovrebbe riflettere sull’esaltazione continua del «made in Italy» e sulla parallela mancanza di attenzione alla scarsissima presenza dell’Italia nelle attività economiche avanzate.

        Occorre evitare, insomma, che ci si concentri semplicemente su come impedire l’acquisizione di Telecom, come innalzare un muro che tenga gli stranieri fuori dal sacro suolo della patria economica italiana. Gli schieramenti dei «falchi» che vorrebbero una chiusura totale della «fortezza Italia» e delle «colombe» che vorrebbero lasciare il campo totalmente libero al mercato attraversano il governo e la maggioranza che lo sostiene (e anche, sia pure in misura minore, l’opposizione). Queste opinioni opposte sono indizio della confusione o addirittura della mancanza di idee di tutto il Paese sul proprio futuro economico. Si va dal presidente del Consiglio che afferma, attraverso il suo portavoce, che le decisioni del consiglio di amministrazione sono «sacre» e che il governo non può (e non deve) fare nulla, al ministro delle Infrastrutture secondo il quale non bisogna lasciare via libera alla finanza.

        Un comportamento realistico potrebbe consistere nel porre «paletti» precisi e internazionalmente accettabili all’azione di Telecom Italia e delle altre società del settore. Di tutte deve essere salvaguardata non già la nazionalità del gruppo di controllo bensì l’oggetto sociale: Telecom Italia deve garantire all’Italia una serie di servizi essenziali e avanzati e ne deve essere assicurata l’autonomia operativa, pur nell’ambito di gruppi multinazionali. Questo implica l’impossibilità di trasferire all’estero le funzioni chiave dell’impresa e il mantenimento dell’azionariato diffuso e della quotazione principale alla Borsa di Milano.

        Dovrebbero essere scorporate da Telecom Italia e mantenute sotto controllo italiano attività essenziali nelle quali è ravvisabile un forte interesse nazionale; sarebbe, a esempio, semplicemente assurdo che per un’operazione finanziaria venissero chiusi i laboratori Cselt di Torino che vantano primati mondiali in molti campi informatici e competono con i settori di ricerca dell’At&t. L’Italia, insomma, dovrebbe comportarsi in maniera non dissimile dagli Stati Uniti che, pur in un clima di grande apertura all’estero, impediscono decisamente il controllo straniero di attività ritenute di rilevante interesse nazionale.

        È ben possibile che si finisca per andare in questa direzione ma il pericolo maggiore è che, finita l’emergenza immediata, tutto ritorni come prima; che continuiamo a esaltare il nostro ottimo vino e il nostro bellissimo «design», a coltivare un orticello ben curato senza accorgerci che il mondo ci ha ormai sorpassato.

        mario.deaglio@unito.it