“Commenti” L’operaio e il taxi – di P.Ichino

02/12/2002




1 dicembre 2002

Come non si difende un’azienda

L’OPERAIO E IL TAXI

      Montecitorio, 1980. Siedo in uno dei divanetti rossi del Transatlantico con Emilio Pugno, capo storico degli operai della Fiat, divenuto capogruppo del Pci alla commissione Industria della Camera. Si parla delle numerose situazioni di crisi occupazionale in giro per l’Italia. Ingenuo peon , cerco di convincerlo della bontà di un mio progetto di legge tendente a realizzare qui da noi qualche cosa di simile a quello che hanno fatto gli inglesi per ricollocare migliaia di dockers licenziati dal porto di Londra, per attutire l’impatto sociale di quella colossale ristrutturazione del tessuto produttivo: li hanno presi uno per uno, studiate le aspirazioni e le possibilità di ciascuno, organizzati i corsi di riqualificazione mirati ai posti possibili, erogati contributi temporanei alle imprese disposte ad assumere i più anziani. E ancora: hanno incentivato economicamente gli spostamenti geografici necessari, con la promessa – mantenuta – che nessuno sarebbe stato abbandonato a se stesso, se avesse collaborato attivamente, fino a che una nuova occupazione non fosse stata trovata; il tutto in larga parte a spese del datore di lavoro che licenziava. Emilio Pugno mi guarda negli occhi scuotendo la testa e mi dice: «Non hai capito; il problema non è di politica sociale, è di politica industriale. Non possiamo lasciare che sia il padrone a decidere se una fabbrica o una sua parte deve continuare a vivere o deve chiudere. Questa è una scelta che va fatta nel quadro della programmazione. La politica sociale, le politiche attive del lavoro, lasciale fare ai socialdemocratici; a noi interessa la politica industriale».
      Questo dialogo mi tornava alla mente nei giorni scorsi, quando sentivo respingere sdegnosamente dal fronte unito e compatto dei sindacati dei metalmeccanici l’offerta del sindaco di Milano agli operai della Fiat di Arese di qualche centinaio di licenze di taxi – in una città che soffre perennemente dell’insufficienza di questo servizio -, oppure l’offerta di posti di infermiere o barelliere nei tanti ospedali che pure soffrono di grave mancanza di manodopera di questo genere. Non se ne deve neppure parlare. Il problema della Fiat, evidentemente, non è di politica sociale: altrimenti potrebbe risolversi col rioccupare utilmente altrove i lavoratori in esubero. Il vero problema, dunque, anche oggi, è di politica industriale: non si può consentire che lo stabilimento chiuda; e nemmeno che riduca gli organici. Perché? Perché appartiene alla più importante impresa industriale italiana, che deve essere sostenuta e rilanciata. A ben vedere, è sempre stato per la difesa e il rilancio delle aziende esistenti che nell’ultimo quarto di secolo Cgil, Cisl e Uil si sono occupate di tutto, tranne che di rivendicare con decisione un aumento e una riqualificazione dell’investimento pubblico italiano sulle politiche del lavoro; il quale è rimasto infatti tra i più bassi e più improduttivi d’Europa.
      Ma restiamo pure sul piano della politica industriale. Davvero il sindacato crede di aiutare la più importante impresa industriale italiana a rilanciarsi imponendole di mantenere in servizio dipendenti per i quali lì dentro non c’è prospettiva ragionevole di utile rioccupazione, mentre la prospettiva si offre altrove? E poi, di quale politica industriale stiamo parlando?
      Quando, vent’anni fa, Emilio Pugno parlava di programmazione, a far da sponda alle lotte sindacali per la difesa a oltranza dei posti di lavoro c’erano i ministeri della Programmazione economica e delle Partecipazioni statali, c’era l’Iri (che è ufficialmente morto alla mezzanotte di ieri), c’erano leggi che prevedevano i «piani di settore» e lo Stato-mamma che copriva il deficit delle aziende, c’era la svalutazione competitiva della lira. Allora quel discorso poteva avere un senso: velleitario, se si vuole, ma politicamente attuale.
      Oggi, se escludiamo qualche infelice esternazione del ministro Tremonti dei giorni scorsi, di quelle velleità dirigistiche e protezionistiche non rimane più molto, né nella nostra legislazione né nell’agenda politica nazionale. In nome di quale ragionamento organico dovremmo credere che alla nostra industria faccia bene l’ingessatura della sua azienda più importante, il costringerla sostanzialmente a lavorare in perdita solo perché Cgil, Cisl e Uil non intendono cimentarsi sul terreno delle politiche attive del lavoro? Oppure dovremmo credere che quell’ingessatura incoraggi la General Motors a investire sulla Fiat? Non è forse, al contrario, proprio col fluidificare il mercato del lavoro, azzerando il costo sociale dei processi di riassestamento e riallocazione delle risorse, che si può aiutare la nostra grande industria a rinnovarsi, a competere nel mercato mondiale dei capitali, quindi a rafforzarsi e rilanciarsi?
di PIETRO ICHINO


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