“Commenti” L’etica perduta dei legami sociali – di Alain Touraine

16/10/2002




        16 ottobre 2002

        COMMENTI E INCHIESTE

        La nuova
        conflittualità

        Più merito in economia
        FOLIGNO – Il tema della giustizia sociale, della corretta competitività, della riscoperta del merito per una corretta gestione dell’economia sono stati al centro della undicesima conferenza organizzata ieri a Foligno da Nemetria. A tema l’«Etica e il conflitto sociale» con interventi di Paolo Savona, Angelo Petroni, Giuseppe De Rita, Alain Tourane, Antonio Baldassarre, Gianpaolo Salvini e Antonio Fazio. Il Governatore ha ricordato che «da Tangentopoli non nasce il progresso; la competitivitá può esserci soltanto ricercando il minor costo: se si corrompe qualcuno, non si genera progresso». Benché la teoria economica venga fatta risalire ad Adam Smith – è stato detto – in realtá sono i moralisti del Cinque-Seicento a sviluppare i principi della teoria economica. Oggi il problema è che «i ricchi sono diventati più ricchi di 20 volte, mentre i poveri sono meno poveri, ma si è ampliato il divario. «Il reddito medio dei palestinesi è di 800 dollari per anno – ha spiegato il Governatore -, quello degli israeliani è per loro merito di 16mila dollari l’anno: una differenza esplosiva»
        L’etica perduta dei legami sociali


        di Alain Touraine

        Per molto tempo abbiamo creduto che i conflitti sociali aperti, spesso violenti, del XIX secolo fossero mitigati dal progresso delle politiche sociali. Abbiamo anche ritenuto che l’era dei totalitarismi fosse terminata e che la democrazia progredisse ovunque nel mondo, anche se in modo fragile e parziale. Ora, ciò che progredisce, ciò che trionfa, non sono i negoziati e il diritto, ma la violenza.
        Il terrorismo. Gli attentati dell’11 settembre non sono l’unica manifestazione di questo trionfo, ma indicano che il movimento islamico è passato alla violenza. I Paesi dell’Islam avevano tentato di modernizzarsi, di occidentalizzarsi, ma avevano fallito, ad eccezione della Turchia, dove però ciò è avvenuto a un costo sociale elevato. In seguito avevano tentato di creare Stati islamici, tentativo riuscito in parte, soprattutto in Iran, anche se l’indebolimento di questi regimi è ovunque evidente. E ciò ha comportato la formazione di un tipo di azione ben diverso, basato sulla volontà di distruggere un mondo occidentale in cui questi militanti erano stati istruiti ed erano ben integrati. Al-Qaida e lo stesso Bin Laden sono gli esempi più evidenti della sostituzione di un obiettivo politico-religioso con atti di distruzione del mondo occidentale, accusato di rifiutare l’Islam. Palestinesi e israeliani, dal canto loro, sono costretti nello stesso campo chiuso da una violenza senza via d’uscita.
        La violenza dei giovani. A tutt’altro livello – quello dell’esperienza personale di una grande parte della popolazione – la presenza della violenza e il ricorso a questa da parte di individui giovanissimi ci rivelano che l’indebolimento delle famiglie e della vita collettiva e l’importanza della disoccupazione e dell’esclusione duratura hanno comportato una diffusione della violenza che può essere arrestata unicamente tramite misure di repressione che mettono in pericolo le nostre politiche di educazione e di integrazione.
        L’Africa. Un altro fatto importante è sufficiente a convincerci dei progressi del caos e della violenza: la distruzione di una grande parte dell’Africa ad opera della guerra, dei conflitti etnici e dell’Aids. Ci troviamo così di fronte a un interrogativo angosciante: come far indietreggiare la violenza, quando le soluzioni che avevamo costruito intorno al Welfare State ci appaiono sempre più inefficaci e al tempo stesso sempre più costose? Tre grandi ordini di risposta ci vengono proposti:
        Il primo ordine di risposte. Il primo è la globalizzazione delle istituzioni e della vita politica che tentano di creare ordine nel disordine. È vero che si sviluppa una vita politica e sociale mondiale: gli istituti finanziari internazionali, le grandi organizzazioni umanitarie, gli incontri del G7 e del G8 e ora i movimenti anti-globalizzazione sono, come lo sviluppo delle stesse reti finanziarie ed economiche, elementi di formazione di una società mondiale. Ma il potere del denaro non sembra essere preso in considerazione dalla maggior parte dei tentativi. E non ci sentiamo protetti da processi che si sviluppano così lontano da noi e di fronte ai quali siamo così spesso portati ad avvertire la nostra impotenza anziché le nostre speranze.
        Il secondo. Un secondo ordine di risposte, molto più modesto ma più vicino all’esperienza vissuta, si sviluppa rapidamente e in modo particolare nella società italiana così come nel pensiero tedesco e in quello anglo-americano. Si tratta di ricostruire ciò che è stato definito come il legame sociale, che il termine tedesco Bindung traduce in modo più giusto e che nutre uno spirito comunitario liberato delle derive comunitariste. Su questo punto si rafforzano vicendevolmente diversi temi: quello della solidarietà, definita come la priorità della difesa dei più poveri, che rafforza le interazioni e ciò che, in particolare per l’Italia, è stato definito come il capitale sociale; e anche quello dell’autostima, definita anche come il rafforzamento del "self" grazie alle rappresentazioni positive che abbiamo gli uni degli altri. Tutto si basa sulla vita di comunità locali nelle quali i rapporti diretti sono stati preservati o ristabiliti. Ma si solleva rapidamente un’obiezione: il rafforzamento dei legami sociali nei gruppi meno distrutti può ridurre l’ampiezza dell’esclusione, del caos e della violenza? In questo caso si pensa alla celebre opposizione di Norbert Elias tra "insider" e "outsider". A livello mondiale non assistiamo forse al rafforzamento delle barriere che proteggono i primi contro i secondi? Cerchiamo tuttavia di non cedere a un pessimismo sistematico.
        Il terzo. Ciò ci porta a un terzo ordine di risposte, sempre più presente almeno nel nostro tipo di società, e che il più delle volte definiamo come l’appello all’etica. Anche se questo termine è talmente utilizzato che si consuma in fretta, esso reintroduce un’idea che era stata pressoché eliminata dalla nostra fiducia nel progresso e negli interventi dello Stato: l’idea che i diritti umani debbano imporre dei limiti a tutti gli aspetti della vita sociale, proprio perché quest’ultima è invasa dalla violenza. L’organizzazione sociale e politica, distrutta da meccanismi economici e sociali sempre più incontrollabili è, al contrario, rafforzata dall’appello a princìpi riconosciuti come fondatori della vita sociale, e più forti di qualsiasi principio sociale. Questo tipo di risposta deriva la propria forza dalla capacità di mobilitare gli individui e i gruppi contro ciò che definiamo scandali, umiliazioni, ingiustizie e disuguaglianze sempre più evidenti. Ma anche in questo caso si sollevano rapidamente delle obiezioni contro il carattere eroico di tali proposte, che stimolano il rispetto e l’ammirazione anziché una mobilitazione massiccia. Ma sarebbe già un progresso importante se uscissimo dal sentimento di impotenza e di pessimismo che ci dominava e ancor più se rinunciassimo a una fiducia divenuta insopportabile nei meccanismi "naturali" di correzione delle patologie sociali. Le società non guariscono dalle proprie malattie più naturalmente di quanto facciano gli individui dalle loro. Non diamo quindi la priorità a un tipo di risposta piuttosto che a un altro, ma all’urgenza di riprendere la parola, di scambiare pareri, di proporre iniziative, anziché sentirci travolti nel caos. Il modo migliore per lottare contro la violenza è sentirci responsabili del nostro avvenire personale e collettivo anziché sentirci dominati da forze incontrollabili.