“Commenti” L’economia si salva solo perché erode il capitale investito (A.Recanatesi)

06/03/2006
    luned� 6 marzo 2006

    Pagina 31 – Economia e Finanza

    I CONTI IN TASCA

      L’economia si salva solo perch� erode il capitale investito

        Alfredo Recanatesi

          FINALMENTE l’Istat, nel pubblicare i dati sul consuntivo dell’economia italiana nel 2005, ha quantificato il lavoro non nei termini consueti degli occupati, intesi come numero di quanti traggono un reddito dal proprio lavoro, o dei disoccupati, intesi come coloro che cercano un lavoro e per un qualsiasi motivo non lo trovano. Ha, invece, quantificato la quantit� di lavoro impiegato nell’intero sistema produttivo, considerando il totale delle ore effettivamente lavorate e dividendolo per il numero di ore che un lavoratore regolare a tempo pieno avrebbe lavorato nell’arco dell’intero anno. E tornano finalmente conti che non tornavano.

          � stata cos� disvelata, infatti, l’alchimia sulla quale punta il governo quando afferma, come unico aspetto positivo che pu� vantare nella gestione dell’economia negli ultimi cinque anni, che l’occupazione � salita. In effetti � cresciuto il numero di quanti hanno un reddito da lavoro, ma questa crescita � stata ottenuta ripartendo la quantit� di lavoro richiesta dal sistema produttivo su un maggior numero di persone, col risultato ovvio di una riduzione delle ore mediamente lavorate da ciascun lavoratore. Si spiega cos� l’arcano, al quale il governo non ha mai dato una risposta, di una occupazione che crescerebbe senza un riscontro in un aumento della produzione di reddito: la produzione (il Pil) ristagna per il semplice motivo che la quantit� di lavoro impiegato diminuisce (e viceversa). Lo si sapeva, ma ora con l’avallo dell’Istat � tutto pi� chiaro e meno esposto alle interpretazioni soggettive e strumentali. Aggiungiamo che una crescita zero del Pil � sostanzialmente una recessione se il prodotto, anzich� lordo, venisse calcolato al netto degli ammortamenti. Insomma, l’economia evita il segno negativo solo perch� sta erodendo il capitale investito.

          Le conclusioni da trarre sono diverse, ma due vanno subito sottolineate. La prima � che l’aumento dell’occupazione � un fatto positivo se e quando il sistema produttivo richiede pi� lavoro a fronte di maggiori opportunit� di produrre a condizioni remunerative. Evidentemente non � questo il caso, trovandoci piuttosto in presenza di una operazione solidaristica per ripartire pi� ampiamente una minore quantit� di lavoro e, beninteso, il relativo reddito. Si spiega cos� anche un altro arcano, � cio� la tenuta delle retribuzioni a fronte del deterioramento avvertito dai pi� del loro tenore di vita. Le retribuzioni hanno mediamente tenuto, ma occorre vedere quanti lavoratori percepiscono quelle retribuzioni. Se si lavora part-time, o con interruzioni, o con contratti a progetto, o con lavori finto-autonomi, � ben difficile che quelle retribuzioni vengano percepite. Come si spiegherebbe altrimenti che la spesa delle famiglie (tutte, comprese quelle a reddito medio-alto) sia complessivamente aumentata appena dello 0,1%?

            Altra conclusione: il divario tra l’aumento dell’occupazione e la diminuzione delle ore lavorate (� come fossero stati persi 102 mila posti a tempo pieno) � la conseguenza della flessibilit� introdotta dalla legge Treu e poi moltiplicata dalla legge impropriamente individuata col nome di Biagi. Ebbene, la stagnazione del Pil dimostra che il problema dell’economia non � li. Questa flessibilit� era stata chiesta dalle imprese per razionalizzare l’impiego dei fattori della produzione, per meglio seguire la dinamica della domanda, per essere pi� elastiche nel cogliere le opportunit� del mercato, insomma per essere pi� efficienti e competitive. Invece � servita solo per ridurre l’impiego della quantit� di lavoro e la sua remunerazione media (chi obietta che � cresciuta l’occupazione a tempo indeterminato chieda al Censis quanta ne rimane dopo aver escluso il lavoro domestico e gli altri simili). Bastava poco per rendere pi� evidente ci� che � avvenuto all’interno del sistema produttivo italiano. Ora tutto quadra, premessa questa, specie in tempi di programmi, per analisi pi� centrate e per interventi pi� efficaci.