“Commenti” Lavoro: quante bugie (N.Cacace)

13/03/2006
    luned� 13 marzo 2006

    Pagina 1 e 24 – Commenti

    Lavoro
    quante bugie

      Il precariato, un fantasma si aggira nelle statistiche

        Nicola Cacace

          Economia

            Quanti sanno che per l’Istat � occupato �chi ha fatto almeno un’ ora di lavoro retribuito nella settimana di riferimento�? E che � disoccupato solo chi cerca concretamente lavoro? Quanti sanno che da tre anni il tasso di occupazione (quota di occupati sulla popolazione in et� da lavoro 15-64 anni) cala continuamente in Italia, soprattutto a Sud, mentre cresce in Europa? Quanti sanno che in Italia, malgrado la grancassa sui successi occupazionali, gli unici a crescere veramente sono i cosiddetti �inattivi�.

              Cio� i cittadini 15-64 anni che non lavorano e non sono neanche considerati disoccupati perch�, come spiega correttamente l’Istat, soprattutto a Sud �rinunciano ad intraprendere concrete azioni di ricerca di un lavoro che non c’�?

                Quanti sanno che la tanto declamata riduzione del tasso di disoccupazione italiano, dal 9,1% del 2001 al 7,7% del 2005 � verit� statistica ma bugia socio-economica per il fenomeno della rinuncia a cercare un lavoro che non c’�. Perci�, come ben sanno gli esperti, il pi� corretto indicatore dello stato di salute dell’occupazione � il "tasso di occupazione", cio� la quota di cittadini in et� di lavoro, occupata, quota che dal 2003 si riduce pur essendo ancora inferiore alla media europea.

                  Prima bugia: tra il 2001 ed il 2005 l’occupazione � cresciuta di quasi un milione e 100mila unit� (da 21.468mila a 22.542mila), cio� del 5%. E’ vero, ma si d� il caso che questo sia avvenuto quasi a parit� del totale ore lavorate, come provato dal fatto che a fronte del milione di occupati in pi�, le "unit� standard di lavoro", cio� gli equivalenti occupati a tempo, sono rimasti quasi fermi intorno ai 24 milioni. E nel 2005 si sono addirittura ridotte di 102mila unit� rispetto al 2004. Cio� lo stesso monte ore di lavoro � stato semplicemente spalmato su un numero pi� grande di lavoratori. Grazie alla frantumazione del lavoro, si � semplicemente realizzato uno scambio tra occupazione e salario, meglio tra occupazione precaria e sottosalario.

                    Seconda bugia: la disoccupazione tra il 2001 ed il 2005 si � ridotta dal 9,1% del 2001 al 7,7% del 2005 (III trimestre, ultimo dato disponibile). Verit� statistica ma bugia socio-economica. Infatti come correttamente spiega l’Istat (commento alla III e ultima Rilevazione sulle forze di lavoro) "la disoccupazione cala per la rinuncia a intraprendere concrete azioni di ricerca di lavoro". La prova? Crescono gli inattivi 15-54 anni di ben 294mila unit� tra 2005 e 2004. O gli italiani diventano "sfaticati" o i posti di lavoro non si cercano perch� non ci sono.

                      Terza bugia: cresce il tasso di occupazione, cio� la quota di occupati sulla popolazione in et� di lavoro (15-64 anni), dal 55,9% del 2001 al 57,4% del 2005 (III trimestre, ultimo dato noto).

                        Il tasso di occupazione � cresciuto leggermente dal 2001 al 2003, essendo misurato con gli occupati delle forze lavoro (quelli che �fanno almeno una ora di lavoro nella settimana di riferimento�) grazie allo spalmamento delle ore di cui si � scritto. Ma dal 2003, esaurite le potenzialit� dello spalmamento, il tasso di occupazione si riduce (2003 III trimestre 57,9%, 2004 III trimestre 57,7%, 2005 III trimestre 57,4%), con una riduzione elevata soprattutto nel Mezzogiorno, (2003 III trimestre 46,6%, 2005 III trimestre 45,7%). E intanto aumenta gravemente il divario Nord Sud, dal 2003 l’occupazione al Sud si riduceva anche in presenza di lievi aumenti dell’occupazione nazionale.

                          In conclusione l’aumento di occupazione di 1.100.000 unit� dal 2001 al 2005 � dovuto per met� all’aumento di popolazione da regolarizzazione immigrati e per met� ad uno spalmamento del monte ore lavorate tra un numero maggiore di precari. Dal 2001 ad oggi c’� stato un chiaro trade off, scambio tra sottoccupazione e sottosalario, provato dal fatto che il monte salari (redditi da lavoro dipendente) sul Pil non � aumentato come avrebbe dovuto se l’aumento di occupazione fosse stato accompagnato da un parallelo aumento delle ore lavorate. Senza contare che dal 1993 al 2003, malgrado l’aumento di occupazione dipendente, il peso dei redditi da lavoro dipendente sul Pil si � ridotto di ben 4 punti, a vantaggio di profitti e soprattutto rendite esentasse.