“Commenti” Lavoro, i paradossi del caso-Italia – di R.Brunetta

04/10/2002



            4 ottobre 2002


            COMMENTI E INCHIESTE
            Lavoro, i paradossi del caso-Italia


            Pubblichiamo un estratto dell’intervento che Renato Brunetta terrà al Convegno dei Giovani imprenditori di Confindustria, in programma oggi e domani a Capri

            di Renato Brunetta

            Quello del lavoro non è un mercato come tutti gli altri, perché vi si scambia una merce del tutto particolare, una merce che pensa, che soffre, che reagisce, che non si può buttar via quando non è più produttiva. Per questa ragione, le moderne società industrializzate si sono fondate, in questi ultimi due secoli, non senza contraddizioni e traumi, su un mirabile insieme di patti sociali che sono stati capaci di garantire benessere, stabilità e sicurezza. La cassetta degli attrezzi del policy-maker, progettata per un mondo che non c’è più, sembra del tutto inutilizzabile: il liberismo spinto produce sì occupazione, ma di cattiva qualità e a bassa produttività; mentre il keynesismo, in tutte le sue varie accezioni, finisce inevitabilmente col produrre inflazione; l’utopia, poi, del lavorare meno, lavorare tutti porta all’autoesclusione pauperista. Da qui l’impotenza dei Governi, singoli o associati. Da qui la paura per il cambiamento e le conseguenti involuzioni sociali e ideologiche (dai conservatorismi sociali ai fondamentalismi politici, alle fughe in avanti religiose). Nel frattempo le nuove tecnologie diventano sempre più pervasive e cambiano le nostre fabbriche, le nostre città, i nostri bisogni, la nostra vita. Ciò detto, non è che tutti i sistemi socio-produttivi reagiscano alla crisi epocale in cui siamo immersi allo stesso modo. I mercati del lavoro a cultura anglosassone, infatti, avendo poche leggi fondamentali, e molta contrattazione, soprattutto a livello di azienda, possono usare alta mobilità e flessibilità; mentre quelli di tipo europeo continentale (nelle varianti renane o mediterranee), essendo caratterizzati da forte densità legislativa e da rilevante contrattazione, soprattutto a livello nazionale e di settore, devono giocoforza fare i conti con rigidità diffuse e welfare State molto pesante. Mercati del lavoro a confronto. Ne deriva che nei periodi di forte ristrutturazione appaiono più efficienti i mercati del lavoro di tipo anglosassone (gli Usa e l’Inghilterra) piuttosto che quelli europei. I sistemi flessibili hanno, dunque, la capacità sia di superare meglio le fasi negative del ciclo (consentendo alle imprese di liberarsi facilmente dalla manodopera in esubero) che di sfruttare con più slancio le fasi di ripresa. D’altra parte i sistemi rigidi tutelano meglio il lavoro nelle crisi, impedendo, di fatto, i licenziamenti (ma anche rallentando, così, i processi di ristrutturazione), e trasferendo i relativi costi alla collettività. Tuttavia sono meno efficienti nello sfruttare le fasi di ripresa, avendo una scarsa capacità di creare nuova occupazione. In altri termini le imprese, nel modello anglosassone, sono relativamente libere di assumere e licenziare secondo le loro esigenze, cosicché è il mercato, attraverso la flessibilità salariale e la mobilità territoriale, la migliore garanzia di tutela del lavoro. Nel modello europeo, invece, le imprese non essendo pienamente libere di licenziare nei momenti di crisi, stanno molto attente ad assumere nelle fasi di ripresa, cosicché l’occupazione, nel lungo periodo, è più bassa di quello che potrebbe essere, e di conseguenza, più elevato è il livello di disoccupazione che, in molti casi, diventa endemico, non riuscendo, di volta in volta, il ciclo positivo ad assorbire pienamente la disoccupazione prodotta durante il ciclo negativo. I paradossi italiani. L’Italia, in questo contesto, fa modello a sé, perché mentre presenta una pressoché totale rigidità regolativa formale ha, di fatto, sedimentato nel tempo anche un’eccezionale flessibilità nel mondo del lavoro, attraverso proprio il non rispetto di molte delle regole contenute nelle leggi e nei contratti. Si è così prodotto un dualismo per tanti versi ipocrita: da un lato le leggi e i contratti nel mercato del lavoro ufficiale che pochi rispettano, ma che tutti, a parole difendono; dall’altro l’anomia creativa (ma spesso anche violenta e iniqua) nel mercato del lavoro sommerso, che nessuno difende, ma che molti praticano. Se venisse contabilizzato il sommerso, il tasso di disoccupazione italiano si dimezzerebbe; avremmo, come per incanto, livelli di part-time da far invidia all’Inghilterra, tassi di occupazione finalmente europei (modello Lisbona) e una flessibilità salariale superiore a quella statunitense (i salari del sommerso sono più bassi di oltre il 50% rispetto a quelli emersi e non sono, ovviamente, caricati di contributi sociali). Ma il nostro mercato del lavoro, anche così omologato, resterebbe ugualmente fragile e inefficiente, perché il problema non è tanto quello di superare l’ipocrisia di fissare norme rigide per poi furbescamente non rispettarle (il che pure sarebbe già un bel risultato) ma di dotare il nostro mondo del lavoro della necessaria qualità, flessibilità e intelligenza soprattutto in termini di dotazione di capitale umano (istruzione di base, formazione continua, specializzazioni di eccellenza). Né, d’altra parte, porta lontano di questi tempi, il dibattito, tutto nominalistico, sulla "flessibilità buona" degli anglosassoni, contrapposta alla "cattiva rigidità" degli europei continentali. Non è questa la strada per battere la disoccupazione in Europa ed evitare la stagnazione. Serve ben altro. Ma allora che fare? Occorre agire su due fronti: da un lato, portare a implementazione, in Europa, la tradizionale cassetta degli attrezzi che prevede efficienti politiche macroeconomiche, coerenti progetti di costruzione di reti infrastrutturali, intelligenti politiche di sviluppo regionale agendo su livelli diversi secondo il principio della sussidiarietà, flessibilizzazioni e adattamenti dei mercati del lavoro, tanto a livello nazionale quanto a livello regionale. La flessibilità. Ma non basta. Nel nuovo paradigma tecnologico, tanto negli Usa quanto soprattutto in Europa, i salari devono poter essere flessibili e salire nei settori dove la domanda di lavoro cresce, e scendere nei settori dove la domanda di lavoro cala. Solo così le pressioni redistributive (il valore uguaglianza) possono diventare compatibili con il mercato (il valore libertà di scelta), e con l’allocazione ottimale delle risorse che ne può derivare (il valore efficienza). Perché solo con il pieno impiego prevarrà finalmente l’inclusione sull’esclusione; il lavoro sulla disoccupazione; la sicurezza sulla precarietà, e andranno naturalmente a soluzione gli squilibri del Welfare State. Ma il salario (meglio la remunerazione del lavoro) può essere pienamente flessibile solo se partecipa (nel bene e nel male) alle performance d’impresa; se, cioè, nel nuovo assetto distributivo, profitti e salari sono legati da un patto di partnership e non di conflitto.