“Commenti” Lavoratori azionisti- di B.Manghi

05/12/2002







                  (Del 5/12/2002 Sezione: Cultura Pag. 21)
                  LA CRISI INDUSTRIALE IN ITALIA
                  LAVORATORI AZIONISTI
          Bruno Manghi

                  LO storico progetto della partecipazione del lavoro alle scelte di impresa resta del tutto convincente malgrado le grandi difficoltà di sperimentazione. Difficoltà note: per un verso è normale che i dipendenti di un´azienda media o grande aspirino a un rapporto subordinato civile e vantaggioso piuttosto che a un ruolo partecipativo, per un altro i sindacati restano legati al ruolo negoziale che fino a ieri ha fatto la loro fortuna. La Cgil manifesta il suo storico tradizionalismo liturgico, mentre le altre confederazioni riservano alla partecipazione documenti e convegni più che una vasta azione di convinzione. I proprietari e i grandi dirigenti promuovono partecipazione a livello tecnico e di competenze, ma preferiscono di gran lunga un sindacalismo di interdizione e di negoziato che può risultare costoso ma che li lascia liberi nelle scelte strategiche. Anche se in questi anni abbiano ascoltato tesi partecipative da parte dei managers che hanno o hanno avuto un grande ruolo nelle relazioni industriali, da Cesare Annibaldi a Maurizio Castro a Michele Figurati. Non è però del tutto inutile chiedersi come andrebbero le faccende Fiat Auto se si fosse affermato un modello partecipativo forte in una delle due versioni praticate in Occidente, un comitato di sorveglianza paritetico o una presenza nel Consiglio di amministrazione sulla base del possesso collettivo di azioni. Il tutto arricchito da un comitato europeo internazionale di consultazione del tipo Danone o Skf. La crisi ci sarebbe stata ugualmente con tutta probabilità, ma è certo che i tempi della sua manifestazione sarebbero stati diversi e non affidati all´esito di conflitti di vertice, al caso o alle inevitabili astuzie. Il livello di preparazione, di unità e di informazione del sindacato rispetto alla situazione sarebbe certamente superiore, e anche il dialogo con le istituzioni più autorevole. Certamente il modello della partecipazione metterebbe in campo rappresentanti dei lavoratori così legittimati da limitare fortemente lo spazio dei dirigenti sindacali professionisti; ma appunto non si dà partecipazione efficace senza modificare qualcosa nelle relazioni abitudinarie. Verrebbe da dire che l´occasione non è perduta: un eventuale accordo tra le parti, comportando inevitabilmente costi per i lavoratori, potrebbe segnare l´avvio di una partecipazione strutturata e non limitarsi ai tavoli di verifica periodica (che c´erano anche prima…). Tanto più che una direttiva dell´Unione sullo statuto dell´impresa europea rappresenta un forte incentivo per una legislazione italiana.