“Commenti” La terapia che vuole dissolvere la sinistra (E.Scalfari)

18/01/2006
    mercoledì 18 gennaio 2006

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        IL COMMENTO

          La terapia che vuole dissolvere la sinistra

            di Eugenio Scalfari

              L’ultima tempesta (in un bicchier d’acqua) tra Prodi e i partiti dell’Ulivo, conclusasi con l’ennesimo accordo sulla presentazione delle liste elettorali, ha riportato alla ribalta la questione del futuro partito democratico, sui tempi e le modalità necessarie per realizzarlo e soprattutto sulla sua natura politica: questioni non peregrine poiché dalla loro soluzione dipenderà la qualità innovativa che la nascita di questo nuovo soggetto introdurrà nella democrazia italiana dopo dieci anni di avventure berlusconiane.

                Fondere in uno stesso contenitore due culture politiche e due esperienze storiche profondamente diverse che derivano una dal Pci e l’altra dalla Dc (sia pure dell’area di sinistra di quel partito) non sarà un’operazione semplice e tuttavia è la sola capace di dar vita ad un forte partito riformista, tanto più necessario in un paese che di un riformismo serio ha estremo bisogno; senza dire che tra gli effetti positivi vi sarà anche quello di facilitare la nascita d’un partito conservatore moderno, adeguando finalmente la democrazia italiana ai modelli del bipolarismo e del bipartitismo che da molto tempo caratterizzano le democrazie occidentali al di là e al di qua dell’Atlantico.

                  Si tratta dunque d’una iniziativa che non è retorico definire storica perché costituisce l’indispensabile premessa alla modernizzazione della società nei campi dell’economia, del mercato del lavoro, della pubblica amministrazione, dei diritti e dei doveri civili, dell’esercizio della giurisdizione, della scuola, della sanità e insomma di tutti quei "beni pubblici" che influiscono direttamente sul benessere dei cittadini e sui loro rapporti con le istituzioni.

                  Le fusioni tra entità diverse non sono processi facili. Per molte ragioni, la prima delle quali fu battezzata un secolo fa da due illustri sociologhi (Mosca e Pareto) la "persistenza degli aggregati". Ogni ente, ogni soggetto collettivo, per il fatto stesso di esistere, ha una sua forma, una sua organizzazione e un suo spirito di appartenenza.

                    È dotato d’un proprio sistema immunitario (il corpo umano ne rappresenta l’esempio tipico) che avvista i corpi estranei e, se può, li distrugge per mantenere integra la propria essenza. Questa è appunto la persistenza degli aggregati della quale parlavano Mosca e Pareto.

                      Per vincere questa forza di resistenza ci sono due modi: integrare i diversi aggregati dando vita a una nuova cultura oppure distruggerli, disperderli, polverizzarli ripartendo da zero, rimpastando la polvere, azzerando ogni continuità ed ogni memoria della storia passata.

                        La scelta tra i due modelli operativi non avviene, naturalmente sottovuoto. Gli aggregati non rappresentano infatti soltanto se stessi.
                        Intorno a loro, nel corso della loro storia, si sono raggruppati interessi, ambizioni, prospettive, speranze. Nel momento della loro scomparsa tutte queste forze dovranno riposizionarsi sicché nella fase che precede la nascita del nuovo soggetto ciascuna di esse cercherà di ottenere le migliori condizioni di partenza. Di qui la complessità dell’operazione che presuppone una volontà molto determinata nel superare le resistenze e nel facilitarne il riposizionamento.

                          Se guardiamo al passato prossimo non troviamo molti esempi riusciti di fusioni fra partiti diversi. Fu un completo fallimento la fusione tra Psi e Psdi tentata da Nenni e Saragat nel 1967. Eppure si trattava di aggregati derivanti da una comune matrice culturale e politica.

                            Analoghi insuccessi si sono avuti in Gran Bretagna con le iniziative "lib-lab" (liberali-laburisti) e in Francia tra gollisti e giscardiani.

                              A ben guardare la sola operazione riuscita è stata quella mitterrandiana ed è infatti proprio quella ad aver dato al suo autore il crisma e il carisma di grande uomo politico al di là dei tanti difetti ed errori che hanno costellato la sua biografia di statista. Ma l’operazione mitterrandiana si svolse in condizioni molto particolari: la socialdemocrazia di Guy Mollet era in stato di avanzata decomposizione; così pure il vecchio arcipelago radicale sopravvissuto alla Terza Repubblica; il partito democristiano si era da tempo disperso e la cultura dei cattolici democratici sopravviveva soltanto nei club Jean Moulin. Infine il gollismo aveva fatto "tabula rasa" nel panorama politico e istituzionale francese. Aggiungo che il mitterrandismo si cementò in lunghi anni di opposizione e fu proprio in quel periodo che il nuovo aggregato culturale politico prese forma. Nacque la "gauche" e portò il suo leader al potere per tre mandati presidenziali.

                                Non sono queste le attuali condizioni italiane dove tra l’altro la presenza vaticana nell’arena politica è quanto mai influente e ingombrante. Ci vuole dunque un sovrappiù di creatività politica e di realismo. Creatività e realismo possono dar luogo ad un ossimoro, contengono cioè una contraddizione.

                                  Eppure nel caso specifico sono entrambi elementi indispensabili in mancanza dei quali il partito democratico si rivelerà un flop o non nascerà affatto.

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                                    Tre giorni fa il professor Panebianco ha dedicato a questo tema un’ampia analisi con un suo articolo di fondo nel Corriere della Sera. Lo stesso giorno e nella pagina il Corriere ha pubblicato un articolo del professor Ichino dedicato alla struttura dei sindacati italiani e alle modalità contrattuali entro le quali essi operano. Li cito insieme perché, al di là dei temi diversi, l’ispirazione dei due articoli è comune, direi anzi identica, tanto da configurare una linea editoriale vera e propria alla quale del resto quel giornale è sempre stato fedele. E poiché il Corriere della Sera dà voce da centotrenta anni agli interessi e alla cultura della borghesia imprenditoriale padana, quella linea editoriale ha un peso che trascende i suoi autori e il pur importante giornale che li ospita. Per questo merita parlarne.

                                      Panebianco è ben consapevole delle difficoltà di dar vita al nuovo partito democratico. Per arrivarci sceglie il modello di polverizzare gli aggregati esistenti.

                                        Cancellarli. Dissolverli. Disperderne identità e memoria storica. Scrive testualmente che la "base" è una realtà e un concetto ostativi alla realizzazione del progetto. Per creare il partito democratico bisogna che esistano soltanto persone, singoli individui, sciolti e liberati da ogni precedente appartenenza e disposti, in quanto persone, a dar vita al nuovo soggetto politico.

                                          È fin troppo chiaro che questa terapia d’attacco ha come obiettivo i Ds e non anche la Margherita di Rutelli e di Marini. Lì infatti non esiste né il mito né la realtà di una "base". Ciò che tiene insieme la parte ex democristiana di quel partito è di natura religiosa o meglio politico-religiosa. Quindi non può rientrare nella terapia di Panebianco. Tra i Ds invece l’eventuale religione di alcuni suoi membri non ha motivazioni di appartenenza; quanto all’ideologia comunista, essa è stata già frantumata dai fatti. Ma resta comunque un’appartenenza molto forte motivata da memorie e identità comuni, valori comuni di eguaglianza nella libertà e di libertà nell’eguaglianza.

                                            Infine una visione del bene comune di natura genericamente ma intensamente socialista.

                                              Questo determina la persistenza dell’aggregato e contro quell’aggregato Panebianco propone il radicalismo della sua terapia, la riduzione di quel nucleo alla polverizzazione individuale. In pratica, il dissolvimento del gruppo dirigente se vogliamo dire le cose con il loro nome.

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                                                Ichino lavora invece su un altro terreno. Il sindacato non è un partito, non esistono miti e sentimenti di appartenenza ma interessi allo stato puro. Il collateralismo politico è finito da tempo, sia quello "rosso" sia quello "bianco". Qual è dunque la diagnosi e la terapia di Ichino per modernizzare la struttura sindacale esistente e superare quella stagione di conflitti prolungati, di contratti non firmati, di scioperi frequenti e di scarsa comunicabilità tra lavoratori sindacalizzati e padronato? Si potrebbe pensare che la situazione attuale derivi dalla fine della concertazione che caratterizzò la politica sociale dal 1993 fino al 2001 e che dunque la giusta terapia sia quella di ritornarvi; ma non è questa la tesi di Ichino. Detta in breve essa mira piuttosto alla destrutturazione del sindacato nazionale, alla riduzione a livelli minimi della contrattazione collettiva esaltando al suo posto il contratto aziendale. In questo modo, sostiene Ichino, le imprese più innovative sarebbero in grado di associare alle loro prospettive di maggior profitto le loro maestranze mentre nelle imprese di retroguardia anche il salario dovrebbe adattarsi a livelli compatibili.

                                                  La terapia così delineata prevede anche una differenziazione territoriale con salari parametrati ai diversi livelli del costo della vita.

                                                    Ichino si preoccupa di estendere la sua proposta anche alle associazioni imprenditoriali e alla Confindustria per ragioni di equilibrio lessicale. Dico lessicale perché il fronte delle imprese ha tutto l’interesse al frazionamento dei sindacati che è sempre stato di fatto uno dei suoi obiettivi. Non voglio dire – sarebbe un indebito processo alle intenzioni – che una proposta del genere sbocchi necessariamente in una sorta di sindacalismo "giallo" ma di fatto questo sarebbe l’approdo finale della destrutturazione sindacale e del profitto visto come "variabile indipendente" alla quale tutti gli altri fattori della produzione dovrebbero conformarsi.

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                                                      Le due posizioni Panebianco-Ichino sono dunque perfettamente coerenti e convergenti tra loro. L’una sul terreno politico e l’altra su quello sociale.
                                                      Massima fluidità sia nell’uno che nell’altro e sui rispettivi mercati.

                                                        Marginalizzazione dei deboli e predominio dei forti. Di qui ad immaginare governi profondamente influenzati o addirittura direttamente gestiti dai "poteri forti" rinvigoriti da politiche che abbiano al centro le imprese il passo è molto breve, lasciando allo Stato il compito "supplente" di raccogliere gli sconfitti lasciati ai bordi della strada e di provvedere alla loro sorte con pensioni sociali, salario sociale, assistenza sanitaria sociale, scuola pubblica sociale, dove l’aggettivo "sociale" sta per rete di protezione minima in un sistema ispirato alla massima libertà individuale con l’effetto di accrescere ulteriormente le già intollerabili diseguaglianze prodotte dal sistema.

                                                          Non entro in critiche di valore rispetto a questi schemi, ai quali mi limito qui ad obiettare la loro impraticabilità. Seguendo questa ricetta non si integrano aggregati diversi, al contrario se ne esalta la persistenza rendendo impossibile la novità di soggetti nuovi. Questo tipo di riforme in realtà rendono impossibile il riformismo, accentuano il conflitto sociale e politico, si configurano infine come vere e proprie controriforme condotte all’insegna dell’antipolitica e di opzioni di natura tecnocratica.

                                                            P. S. Una parola sulla vicenda che può definirsi "Berlusconi in Procura". Non entro neppur qui nel merito della deposizione del presidente del Consiglio anche perché non se ne conosce ancora il vero tenore. Faccio un’osservazione e pongo una domanda.

                                                            L’osservazione è questa: sia Berlusconi sia i suoi avvocati hanno dichiarato ripetutamente in questi giorni che la deposizione del "premier" non contiene alcun elemento penalmente rilevante. I magistrati della Procura tuttavia debbono aver ritenuto che qualcosa di penalmente rilevante vi sia, altrimenti non avrebbero disposto indagini sugli incontri di uomini politici con il presidente delle Generali.

                                                              La domanda è questa: qualora le indagini si concludano con un pugno di mosche, i pm riterranno che le denunce di Berlusconi raffigurano un reato di calunnia e procederanno d’ufficio nei suoi confronti come la legge prescrive oppure no? In quest’ultimo caso ne dovremmo dedurre che le Procure si muovono anche alla ricerca di gossip oltre che alla ricerca di reati. Non sarebbe una novità di poco conto. La risposta l’avremo dai pm romani e speriamo sia rapida e meditata poiché coinvolge i limiti dell’azione penale e la natura della giurisdizione.