“Commenti” La rigidità crea il lavoro nero – di S.Carrubba

10/12/2002



            10 dicembre 2002

            COMMENTI E INCHIESTE


            La rigidità crea il lavoro nero


            DI SALVATORE CARRUBBA
            Insomma, sarà o no un peccato civico che i cassintegrati della Fiat ricorrano agli ormai proverbiali "lavoretti non ufficiali"? E, soprattutto, sarà così disdicevole porre il problema, come ha fatto il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi? Con l’astuto candore che lo caratterizza, Berlusconi ha detto ciò che tutti sanno, molti approvano e pochi hanno il coraggio di dire, ossia che nelle pieghe del mercato del lavoro all’italiana ci sono gli spazi per creare lavoro non ufficiale. Un lavoro che sfugge alle rilevazioni, non paga le tasse, non gode di alcuna tutela, crea concorrenza sleale e, nei peggiori dei casi, alimenta malavita e dipendenza dall’illegalità. Non dubito che non sia questo il mercato del lavoro che ha in mente il presidente del Consiglio: le sue parole perciò possono costituire un’occasione seria per una riflessione complessiva su questo tema, soprattutto alla luce del caso Fiat. Da liberale, Piero Ostellino, ieri, ha difeso le parole di Berlusconi, riconoscendo nelle possibilità dei lavoretti non ufficiali il sintomo di una consolante vitalità del mercato e della società aperta rispetto alle tentazioni irrigimentatrici, totalizzanti, dirigistiche dominanti nella cultura italiana. Basta, invoca Ostellino, con chi vuole incasellare ciascuno al posto che per destino gli è toccato, lavoratore o cassintegrato che sia, senza possibilità di "sconfinare" nell’area del lavoro per chi un lavoro non ce l’ha. Come dargli torto? Il punto è che in Italia questa vitale conferma degli "animal spirits" non si manifesta all’interno di un sistema limpido e trasparente, di un mercato del lavoro semplificato e flessibile, ma nell’opacità di un sistema che vieta ma tollera, che bastona ma ammicca, che persegue ma collude. Questa è una società furba e vitale, ma non è né una società aperta né l’espressione di una sana economia di mercato. Perché il mercato, inutile ricordarlo a Ostellino, non è uno stato di natura, ma un sistema di regole che consenta a ciascuno di correre la propria gara. Se davvero vogliamo costruire questo sistema, la strada è prendere atto dell’insostenibilità di un sistema rigido come quello del mercato del lavoro italiano, che fa male per primi ai lavoratori, come non di stancava di ricordare, anche su queste colonne, Marco Biagi. E proprio il sacrificio di Biagi ricorda quanto poco "politicamente corretta" sia questa tesi. Le parole del presidente del Consiglio, allora, possono indurre sì all’ottimismo, ma solo se esse provano la volontà di mettere mano a rigidità e anacronismi che spesso rendono possibile lavorare, ma alla "luce della luna", come romanticamente dicono gli inglesi, ossia fuori delle regole. Che vanno semplificate, aggiornate ma poi fatte rispettare. Studiando la lezione che ormai senza equivoci e ombra di dubbio ci viene dai sistemi che creano più occupazione, ossia quelli in cui, per dirla con Gary Becker, «i Governi interferiscono di meno nei mercati del lavoro». È una lezione che lo stesso Becker spera l’Europa non debba imparare sulla scorta di un sempre crescente tasso di disoccupazione. La solidarietà ai lavoratori della Fiat, così corale e generalizzata, sarà allora efficace se le loro difficoltà, le loro gravi difficoltà, saranno occasione per rimuovere quei vincoli che rendono difficile creare nuove possibilità di lavoro, ufficiali e trasparenti. E la crisi Fiat può diventare, proprio per il suo significato esemplare, l’occasione non per inseguire fantasmi di un passato non troppo remoto ma troppo tardi rimosso (ossia l’intervento pubblico in economia), ma per rinnovare profondamente i mercati e il loro funzionamento. Come diceva chi di società aperta s’intendeva, Luigi Einaudi: «Se si vuole abolire o ridurre la disoccupazione, fa d’uopo ridare elasticità al meccanismo dei prezzi e quindi dei salari; fa d’uopo abolire non ogni responsabilità delle leghe operaie per gli effetti del loro operare, ma crescerla».