“Commenti” La carica degli immutabili (G.Berta)

17/07/2007
    martedì 17 luglio 2007

    Prima Pagina (segue a pagina 35) – Lettere e Commenti

    La carica degli immutabili

      Giuseppe Berta

        Speriamo davvero che l’imminente ripresa della trattativa sulle pensioni ci risparmi il copione di queste ultime settimane.

        Con la sinistra radicale incline a dettare le condizioni indispensabili per un’intesa e i sindacati ormai insofferenti per questi tentativi di scavalcamento. Non si può infatti condurre un negoziato efficace, sapendo di essere esposti a un pericoloso gioco al rialzo da parte di forze della maggioranza. L’impazienza delle confederazioni del lavoro è giustificata, perché le manovre interne alla coalizione di governo le pongono in un ruolo obiettivamente difficile.

        Ma i sindacati non sono esenti dalle responsabilità per il modo farraginoso con cui stanno affrontando questioni importanti come la previdenza. Il loro approccio li espone a continue accuse di conservatorismo. Una critica che non è rivolta soltanto al fatto che le organizzazioni dei lavoratori, com’è ovvio, devono tutelare gli interessi dei loro iscritti, sebbene la concertazione abbia loro riconosciuto una missione di rappresentanza più generale.

        Il conservatorismo sindacale si esprime in forme che dovrebbero colpire l’attenzione degli osservatori, ove essi non fossero assuefatti ai riti della scena pubblica italiana. A cominciare dalla compresenza di tre attori – Cgil, Cisl e Uil – che devono marciare uniti, ponendo tuttavia un’instancabile cura quotidiana nel segnare le reciproche posizioni e differenze.

        Qualche settimana fa, Massimo D’Alema, durante un dibattito con Epifani, gli ha rivolto una domanda cruciale (naturalmente allo scopo di segnalare anche lui la natura conservatrice dell’istituzione sindacale): perché, mentre sono cambiati gli orizzonti e gli schemi della politica e dei partiti, i confini organizzativi delle tre confederazioni sono rimasti intatti? C’è un tema che sembra definitivamente scomparso dall’agenda italiana: l’unità sindacale. Non se ne parla più, neppure per evocare un obiettivo vago nel tempo, com’era consuetudine una volta.

        Ci siamo abituati all’esistenza di tre organizzazioni distinte che procedono immutabili giorno dopo giorno, senza essere scalfite dai grandi cambiamenti della storia. La caduta del Muro di Berlino, la fine del mondo bipolare e della guerra fredda, la rivoluzione economica e geografica scatenata dalla globalizzazione, il sommovimento del sistema politico italiano sono fenomeni che paradossalmente non hanno avuto la forza di incidere sull’assetto del sindacato italiano. Il quale resta, a onta di tutto, ancorato alla configurazione di mezzo secolo fa.

        Provate a spiegare le ragioni di questo stato di cose a uno straniero. Magari elencandogli i motivi che separano e rendono inassimilabili fra di loro questi tre organismi. Di sicuro non avrete un compito facile, tanto dovrete addentrarvi in un intrico bizantino di distinzioni e di vicende legate al passato, ormai poco comprensibili ai più.

        Eppure, dopo aver lamentato i costi della politica, si può constatare che anche l’ipertrofia di tre apparati sindacali costituisce un onere gravoso, senza migliorare la qualità della rappresentanza. Un conto sarebbe se vi fosse aperta concorrenza fra le confederazioni, con la proposta di modelli sindacali alternativi. Ma non è così. Né la condizione attuale comporta un effettivo vantaggio per l’attività sindacale: se fosse realmente unitaria, essa sarebbe certamente più forte e meno condizionabile, perché avrebbe meno da temere eventuali sgambetti nelle trattative col governo.

        Tutto lascia credere che la situazione odierna non sia destinata a mutare e che l’unità non tornerà nei discorsi sindacali. Ma i dirigenti confederali farebbero bene a non dimenticarsene e a guardarsi un po’ attorno. Per accorgersi, per esempio, che dove il movimento sindacale è diviso conta sempre meno. Pensiamo alla Francia di Sarkozy di cui discutiamo tanto: chi cita mai i tre sindacati – Cgt, Cfdt, Fo – in cui anche là si scompongono le rappresentanze del lavoro? E qual è la loro influenza?

        Il sindacato in Italia ha davanti a sé due strade: o tornare a porsi le domande che ha rimosso troppo a lungo o accettare la deriva di amministrare con un eccesso di prudenza la sua forza residua, rassegnandosi a una decadenza nel lungo termine.