“Commenti” Italia dentro o fuori l’unione monetaria? (L.Cavallaro)

17/02/2006
    gioved� 16 febbraio 2006

    Pagina 12 – Articoli

    Peggioramento della performance economica e deflazione, il nostro paese rischia di uscire dal sistema

      Italia dentro o fuori l’unione monetaria?

      Luigi Cavallaro

        Supponiamo che diversi paesi, tra i quali esistono significative differenze di strutture produttive e occupazionali, decidano di adottare una moneta comune, con la quale regolare gli scambi tra i propri agenti economici, e che la sua gestione sia affidata ad un’unica banca centrale. Ipotizzando che quest’ultima sia stata incaricata del compito di assicurare la stabilit� dei prezzi, possiamo supporre che la sua condotta tender� a mantenere l’offerta di moneta ad un livello adeguato ai bisogni dell’economia, favorendone l’aumento in caso di recessione e stabilizzandola in caso di pressioni inflazionistiche.

          Immaginiamo ora che, nell’area considerata, si verifichi un qualche squilibrio, dovuto al fatto che in un paese si manifesta una spinta inflazionistica, mentre in un altro si avvertono sintomi di recessione. In un caso del genere, la banca centrale si trover� in difficolt�: se venisse incontro alle esigenze del paese in recessione, aumentando l’offerta di moneta, innescherebbe pressioni speculative nel paese in cui l’espansione ha gi� toccato il suo punto di massimo (per semplicit�, consideriamo che l’inflazione sia esclusivamente da domanda); per contro, se restringesse l’offerta, riuscirebbe a frenare l’inflazione nel paese in eccessiva espansione solo a prezzo di aggravare la recessione nell’altro.

            In assenza di politiche fiscali comuni, � ragionevole immaginare che il malcontento causato dall’una o dall’altra politica monetaria scelta dalla banca centrale spinger� il paese che ne paga lo scotto a uscire dall’area e a dotarsi di una propria moneta. E se il fenomeno si generalizza (non esiste alcun motivo per non supporlo, dato il presupposto dal quale abbiamo preso le mosse), il rischio a lungo termine pu� essere la deflagrazione dell’unione monetaria.

              E’ una prospettiva realistica per il destino dell’unione monetaria alla quale apparteniamo? Molti commentatori cominciano a supporlo e hanno intrapreso la caccia a quello che potrebbe rivelarsi il suo “anello debole”. Tra costoro c’� Nouriel Roubini, che all’ultimo incontro internazionale di Davos ha pronunciato un intervento che ha fatto molto arrabbiare il nostro governo (�L’Italia e il rischio Argentina�, pubblicato sul sito web de “lavoce. info”). A suo avviso, infatti, l’Italia sta sperimentando una “stagdeflazione” (una combinazione di stagnazione e deflazione) che, in mancanza di rimedi adeguati, rischia di farla uscire dall’Unione monetaria nei prossimi cinque anni.

                Come gi� accadde per l’Argentina, l’Italia affronta una crescente perdita di competitivit� dovuta all’aggancio ad una moneta sopravvalutata, com’� attualmente l’euro. Ci� ha comportato la progressiva caduta delle nostre esportazioni, la crescita del deficit di parte corrente della bilancia dei pagamenti e, in un contesto dominato da politiche fiscali sostanzialmente restrittive, l’ovvio rallentamento della crescita. Dal canto suo, il peggioramento della performance della nostra economia non pu� che riflettersi in un peggioramento del deficit e, di qui, del debito pubblico. E non potendo pi� farsi ricorso alla svalutazione per ridurre i salari reali, l’unico modo per annullare la sopravvalutazione del tasso reale di cambio pu� essere solo un lungo e penoso processo di deflazione di salari e prezzi.

                  Il problema � che la deflazione innalza i tassi d’interesse reali e non pu� che rendere pi� acuta la crisi di crescita e di bilancio. Saremmo insomma davanti a un circolo vizioso che – secondo Roubini – potrebbe nel medio periodo imporre all’Italia l’uscita dall’unione monetaria, il ritorno alla lira e il ripudio del debito denominato in euro.

                    Si potrebbe pensare che il fatto che l’Italia non abbia fin qui sperimentato alcuna deflazione dei prezzi nominali (in molti settori abbiamo, anzi, il problema opposto) costituisca una smentita del quadro fosco fin qui delineato, che peraltro – qualche lettore forse lo noter� – non si discosta molto dalle previsioni di quei pochi economisti che hanno da tempo richiamato criticamente l’attenzione sulle conseguenze economiche del Patto di stabilit�. Ma sarebbe sbagliato: non appena si depurino le analisi dalle distorsioni indotte dalla localizzazione degli aumenti pi� significativi, ci si accorge che l’inflazione percepita negli ultimi dieci anni non � altro che la forma assunta da una gigantesca redistribuzione del reddito, che ha avvantaggiato i settori della nostra economia meno o per nulla esposti alla concorrenza internazionale (banche e assicurazioni in primis) a scapito del salario e della spesa sociale ed � all’origine delle bolle speculative finanziarie e immobiliari che hanno dominato le cronache prima economiche e poi giudiziarie.

                      La deflazione, insomma, non � forse nei numeri ma � certo nelle cose, perch� � una conseguenza inevitabile di quel “riequilibrio dei conti pubblici” che politici ed economisti dell’Unione (e parlo qui del centrosinistra) continuano imperterriti a difendere. E Rifondazione?