“Commenti” Il turismo perde colpi? Questione di prezzi (Perotti)

15/05/2007
    martedì 15 maggio 2007

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    Primati perduti

      Il turismo italiano perde colpi?
      È solo questione di prezzi

        di Roberto Perotti

        Il turismo italiano, si dice, è in crisi, sopravanzato dalla Spagna come numero di presenze e nelle preferenze dei viaggiatori internazionali. La diagnosi e le soluzioni proposte contengono molti aspetti tecnici che interessano soprattutto gli addetti ai lavori e chi scrive non ha particolari competenze per trattarne. Ma il dibattito su cause e rimedi è interessante perché sintomatico di un atteggiamento più generale assai diffuso nella discussione sulla nostra politica economica: ricondurre tutto e sempre a un problema di carenza di domanda, con il corollario implicito che deve essere lo Stato a fornire la soluzione. Il turismo è l’esempio perfetto di questo approccio.

        In qualsiasi mercato, quando le vendite calano ciò avviene o perché diminuisce la domanda o perché l’offerta diventa meno competitiva, cioè il prezzo troppo alto rispetto alla qualità. Qualche giorno fa la Federalberghi ha tenuto la sua riunione annuale; la lista delle lamentele è stata lunga e non è mancata la solita richiesta a Governo e Parlamento di «misure idonee a uno sviluppo armonico del settore».

        Misure che vanno «dalle infrastrutture alla fiscalità, dai finanziamenti alla regolamentazione complessiva del mercato». Ma dei prezzi nessuno menziona.

        Eppure, anche se dati sistematici non sono disponibili facilmente, l’evidenza empirica e l’aneddotica sembrano indicare che i prezzi italiani sono sempre più fuori mercato. Un’indagine Ubs sugli alberghi a tre stelle mostra che in media Roma ha i prezzi più alti dopo Tokyo, New York e Bucarest, mentre Milano è all’ottavo posto per il prezzo dei ristoranti. Sono invece relativamente più a buon mercato che in molti altri Paesi le grandi catene; ma queste ultime rappresentano una quota minuscola degli alberghi italiani, in grande maggioranza di piccole o piccolissime dimensioni.

        Il classico indiziato per i costi elevati è l’alta stagionalità. È noto che, forse per motivi culturali, una quota elevata del turismo si concentra in poche settimane. In teoria, questo potrebbe contribuire ad aumentare i prezzi, facendo salire i costi. ma la stagionalità del turismo spagnolo non è inferiore a quella italiana e ciò non ha impedito alla Spagna di colmare il distacco e distanziarci.

        Il ministro per i Beni e le attività culturali,Francesco Rutelli, che ha la delega sul turismo, per affrontare la questione dell’eccessiva stagionalità ha presentato un progetto per aumentare le vacanze scolastiche di due settimane, fra Pasqua e un altro periodo, riducendo (forse) quelle estive. Le settimane extra dovrebbero essere utilizzate «nel territorio», anche per venire incontro alla crici del turismo di montagna. Non mi pare sia stato detto come ci si proponga di assicurarsi che ciò avvenga: forse con permessi di soggiorno e di viaggio come nella ex Unione sovietica?

        A nessuno viene im mente che, se la gente va meno in vacanza in montagna, questo potrebbe avvenire perché sono cambiate le preferenze o perché i prezzi sono saliti a preferenze immutate. La soluzione non ha niente (nel primo caso) o poco (nel secondo) a che fare con l’intervento dello Stato. In realtà, la spiegazione più semplice per la crisi del turismo italiano è che l’avvento dei voli low-cost ne ha messo a nudo la mancanza di competitività sui prezzi. Non so se questa spiegazione resisterà a una seria indagine empirica, ma averla esclusa a priori non è molto produttivo se si vogliono affrontare i problemi del turismo.

        È per questo che il caso del turismo è paradigmatico dell’intera politica economica italiana. Sicuramente nel breve periodo è più semplice e politicamente più comodo concentrarsi su misure che aumentino la domanda aggregata. Ma se i costi salgono più della produttività, aumentare la domanda o fornire qualche sussidio può servire a curare i sintomi per qualche tempo; nel lungo però rafforza le cause del problema, tra le quali vi sono l’eccessiva regolamentazione e il mercato del lavoro. Prima o poi, queste cause vanno affrontate: ignorare pervicacemente il fastidioso ruolo dei prezzi significa nascondere la testa sotto la sabbia.

        roberto.perotti@unibocconi.it