“Commenti” Il programma di ridurre il potere d’acquisto – di A.Grandi

02/12/2002

            1 dicembre 2002
            Quello di pensioni e salari e delle fasce più deboli,
            naturalmente…La totale assenza del Governo in materia di
            lotta all’inflazione è destinata a generare pesanti effetti negativi

            Il programma di ridurre il potere d’acquisto

            ALFIERO GRANDI

            L’inflazione in Italia cresce ancora. Ci sono ragioni di seria preoccupazione. Per questo vale la pena di concentrare l’attenzione sulle ragioni della sua crescita. È impressionante confrontare quanto è scritto nel documento – redatto dal Governo – per l’aggiornamento del Patto di Stabilità per l’Italia, e inviato a Bruxelles, che prevede il 2,6% di inflazione per il 2002 mentre la realtà dei fatti ci dice che siamo già al +2, 8%.
            Il Governo fa questa previsione sbagliata a soli due mesi dalla fine dell’anno, cioè quando la previsione dovrebbe essere ormai fatta con precisione millimetrica. I dati Istat più recenti infatti registrano il 2,8%, con un ritmo di aumento di 0,1% al mese. Questo vuol dire, in altri termini,
            che la tendenza dell’inflazione italiana è tuttora a crescere e che in realtà è
            oggi esattamente il doppio dell’inflazione programmata prevista all’1,4% nella Finanziaria 2003. Obiettivo che non ha alcuna possibilità di essere realizzato nel 2003 con un livello così alto di inflazione alla fine del 2002. Questo ha come conseguenza che i rinnovi contrattuali (e l’aggiornamento delle pensioni) nel 2003 recupereranno circa la metà dell’inflazione reale. Fatti salvi risultati contrattuali migliori nelle poche aziende in cui i rapporti di forza lo consentiranno. In altri termini il risultato che si avrà nel 2003 è la programmazione della riduzione del potere d’acquisto dei salari e delle
            pensioni, attraverso la crescita dell’inflazione, con conseguenze pesanti per il livello dei consumi. Anche volendo trascurare – e non è possibile – l’iniquità della riduzione del potere d’acquisto che graverà soprattutto sugli strati più deboli della società, l’effetto economico di un potere d’acquisto che non terrà il passo dell’inflazione sarà la riduzione della domanda
            interna, proprio nel momento in cui ci sarebbe bisogno di sostenerla.
            Quindi la crescita economica dell’Italia ne risentirà negativamente, con conseguenze sull’insieme dell’economia. Nemmeno la riduzione del prelievo fiscale sui redditi previsto dalla legge finanziaria per il 2003, pari a circa 3,5 miliardi di Euro, riuscirà a compensare il risultato negativo dell’aumento dell’inflazione sul potere d’acquisto. Infatti il già citato documento redatto dal Governo valuta in 3,490 miliardi di Euro lo sgravio Irpef nel 2003. Quindi meno dello 0,5% del Pil con un evidente incapacità di compensare gli effetti dell’aumento dell’inflazione. Il potere d’acquisto da recuperare sarà la differenza tra l’1,4% programmato e il livello reale d’inflazione. Va aggiunto che da questo conto sono esclusi gli effetti negativi della Finanziaria 2003 sui redditi reali per i tagli previsti alla
            spesa sociale; sia per quelli diretti che per quelli «girati» alle Regioni e agli Enti Locali. Quindi il risultato sarà una perdita netta di potere d’acquisto. Un ulteriore problema è che questa non è un’inflazione da domanda e quindi il contenimento dei redditi, in questa situazione, non ha effetti di riduzione dell’inflazione perché non è originata dall’eccesso di domanda, che – al contrario – è già fin troppo fiacca. Anzi il rischio principale è
            oggi la cosiddetta stagflazione, cioè l’assenza di crescita con in più l’inflazione. Quindi la totale assenza del Governo in materia di lotta all’inflazione è destinata a generare pesanti effetti negativi. Tutto questo se non si aggiungerà l’attacco all’Iraq. Perché se al contrario dovesse esser-
            ci l’attacco all’Iraq oltre le terribili conseguenze umane e politiche ci sarebbe anche l’aumento dei prezzi petroliferi. Effetto che potrebbe essere devastante, con contraccolpi pesanti sull’economia italiana. Questa preoccupazione non sembra essere condivisa dal Governo che semplicemente ignora le possibili conseguenze. Eppure Greenspan, il governatore della Banca centrale Usa, ha già avuto occasione di mettere in guardia sugli effetti negativi che una prospettiva di guerra potrebbe avere sullo sviluppo americano e mondiale.
            L’opposizione deve riprendere con forza l’iniziativa per porre all’attenzione il tema della lotta all’inflazione, nell’interesse del paese. Tanto più che la maggioranza di centro destra durante la discussione sulla Finanziaria 2003 ha respinto ogni tentativo di affrontare il problema. L’esperienza ci dice che il primo presupposto di una politica antinflazionistica è sgombrare il campo dal clima creato dall’accordo separato (il cosiddetto Patto per
            l’Italia) e creare al contrario un clima di fiducia tra i vari soggetti sociali interessati, che allo stato sembrano invece tentati di partecipare alla guerra di tutti contro tutti, scaricando gli oneri dell’inflazione sugli altri. In questo quadro alcuni campi di iniziativa possono essere i seguenti:
            1) ripristinare un meccanismo di riduzione del prelievo fiscale sui prodotti derivati dal petrolio, tanto più in presenza di una possibile crescita dei prezzi internazionali che provocano di per sè un aumento surrettizio della tassazione;
            2) monitoraggio dei prezzi al consumo, avendo particolare attenzione ad un pacchetto di beni di consumo importante per i redditi bassi, con l’introduzione di un meccanismo di sorveglianza e prevedendo un intervento simile a quello che nel settore del credito provoca la messa
            in accusa per usura. Gli strumenti di intervento per scoraggiare aumenti immotivati possono essere tanti e il più temuto è certamente decidere il controllo fiscale a tappeto nei settori e nelle aree territoriali in cui si verificano aumenti fuori da ogni ragionevole parametro;
            3) risoluzione parlamentare rivolta alle Autorità che presiedono al controllo della concorrenza nei diversi settori per ottenere che la riduzione dell’inflazione diventi un parametro costitutivo delle decisioni che debbono adottare. Naturalmente possono essere utili anche iniziative decentrate, delle Regioni e dei Comuni, per concordare con le parti sociali e con le organizzazioni di rappresentanza dei cittadini iniziative di controllo e monitoraggio, come è avvenuto a Roma. Queste iniziative sono importanti per creare il clima necessario ad una coscienza diffusa che il gioco al più uno in materia di inflazione provoca inevitabilmente colpi seri all’equità, perché colpisce silenziosamente i più deboli, e alla coesione sociale e indebolisce seriamente la forza del sistema economico.
            Il Governo purtroppo è assente e questo comportamento è quantomeno sospetto. Infatti si ha l’impressione che un aumento dell’inflazione possa essere l’occasione per ridistribuire le risorse nel corpo sociale (togliere con una mano quello che viene dato con l’altra) e anche per aumentare in modo surrettizio le entrate dello stato che sono in diminuzione attraverso quella vera e propria tassa occulta che è l’inflazione.