“Commenti” Il Lavoro ingessato – di C.Dell’Aringa

09/12/2002




            7 dicembre 2002

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            IL LAVORO INGESSATO


            DI CARLO DELL’ARINGA

            Il problema della scarsa competitività e della insufficiente innovazione sta tornando al centro dell’attenzione e il Rapporto Censis lo dimostra ampiamente. È un segnale che fa seguito ad altri, altrettanto preoccupanti. Ha iniziato qualche settimana fa il World Economic Forum, il quale, interpellando i manager delle principali multinazionali, ha stilato una graduatoria dei Paesi in relazione al loro grado di competitività: l’Italia in un anno perdeva più di dieci posizioni e si collocava agli ultimi posti fra i Paesi sviluppati. La serie è proseguita poi con i dati dell’Eurostat sulla spesa per la Ricerca e Sviluppo nei Paesi della Comunità: l’Italia è risultata all’ultimo posto. Ha continuato infine l’Istat con i dati sulla grande industria, dati che segnalano mese dopo mese perdite di occupazione: ormai siamo a -15% in sei anni.
            Si leggono poi i resoconti quotidiani e drammatici su Fiat, Marconi, hi-tech e quant’altro. Da buona ultima la Banca d’Italia avverte che il "clup" (costo del lavoro per unità di prodotto) cresce nel settore industriale al 6,4 per cento. E questo non è dovuto tanto al fatto che le retribuzioni aumentano fuori linea, ma al fatto che la produttività rimane ferma e talvolta persino diminuisce. Per fortuna in questi anni l’occupazione è cresciuta, e anche molto, e tutto ciò è fonte di soddisfazione. Ma nasce spontaneo un interrogativo: per quanto tempo continuerà a crescere l’occupazione se la produttività, l’efficiemza, l’innovazione, la qualità non progrediscono e non migliorano? I rimedi, come al solito devono venire sia dai meccanismi e dagli attori del mercato, sia dagli interventi efficaci dei responsabili di politica economica. Per limitarsi al problema, fra i tanti, del mercato e delle politiche del lavoro, da tempo si sostiene che occorre procedere nel processo di riforma, avviato ma non concluso. Il governo e le parti sociali si aspettavano molto dal patto sottoscritto qualche mese fa. Non solo e non tanto per l’introduzione di nuovi istituti di flessibilità che potrebbero dare una mano ulteriore per risolvere i problemi di contenuto quantitativo dell’occupazione (ricordiamo che gli anziani e le donne abbandonano troppo presto il mercato del lavoro), quanto per il rafforzamento delle politiche attive, senza le quali è illusorio pensare di migliorare la qualità dei posti di lavoro, sia di quelli esistenti sia di quelli da creare di nuovo. Fino a quando gli strumenti di intervento saranno utilizzati per risolvere le crisi aziendali (senza peraltro molto successo) vuol dire che non si è capito molto su come questi strumenti vanno attivati e implementati. Essi devono essere finalizzati non tanto a scopi congiunturali, quanto a obiettivi di tipo strutturale, di carattere preventivo, consistenti nel miglioramento del potenziale di qualità e di efficienza della nostra forza di lavoro. Governo e parti sociali si sono impegnati ad affrontare questo deficit di competitività applicando i principi della sussidiarietà e del dialogo sociale che la Commisione suggerisce, con insistenza, a tutti gli Stati membri. E nel Patto sottoscritto quest’estate, governo e parti sociali si sono impegnati a sviluppare il partenariato sociale e istituzionale e a rafforzare la bilateralità nella progettazione e nell’implementazione delle politiche attive del lavoro. Da un impegno forte e congiunto può effettivamente derivare una spinta decisiva al cambiamento. Si ricordi che la Commissione Ue ogni anno ci rimprovera di adottare politiche del lavoro e della formazione professionale ancora troppo poco incisive e inadeguate per arrivare a utilizzare meglio e di più le risorse umane disponibili nel nostro Paese. Ma per ora tutto è fermo e il rischio è che i problemi dell’emergenza occupazionale, che vanno comunque affrontati, inducano a trascurare gli interventi e le riforme che, adottando un approccio preventivo, dovrebbero appunto impedire che quegli stessi fenomeni possano ripetersi, almeno nella consistenza e con la gravità con cui si presentano oggi.