“Commenti” Il lavoro a termine non è precariato (N.Forlani)

08/02/2006
    mercoled� 8 febbraio 2006

    Pagina 4- Primo Piano

    L’opinione

      Ma il rapporto di lavoro a termine non � precariato

        di Natale Forlani
        amministratore delegato Italia Lavoro

          Il tema del lavoro precario dei giovani sta assumendo una grande centralit� nella discussione politica ed � diventato uno degli argomenti forti della campagna elettorale.

            Questo non � un viatico per discussioni serene data l’inevitabile estremizzazione e semplificazione delle argomentazioni, che le polemiche elettorali comportano ma pur comprendendo tutto questo credo sia opportuno ricondurre il tema alle analisi argomentate pena, altrimenti, il fuorviare le possibili soluzioni ai problemi.

              Il primo elemento da confutare � l’assimilazione del concetto di precariet� al rapporto di lavoro a termine. Nessuno studioso in Europa accetterebbe questa identificazione. Non a caso, a livello di Unione europea si valuta il tasso di occupazione, cio� il numero di persone che lavorano rispetto a quelle che lo potrebbero fare, come indicatore principale del livello di precariet� in un determinato mercato del lavoro, e non il numero dei contratti a termine sul totale. Per meglio comprendere l’assunto: � assai meglio avere un mercato del lavoro con il 70% di tasso di occupazione, sia pur con un 15% di lavoro a termine, che uno con il 57%, come nel caso italiano, e con un 11% di contratti a termine.

                � ragionevole, infatti, che lavorando pi� persone i redditi delle famiglie ne risentano positivamente, a vantaggio di un miglioramento delle reti sociali di protezione. Per questa ragione, le legislazioni nazionali in Europa incentivano i cosiddetti contratti di inclusione, i tirocini, l’apprendistato, i contratti a termine e il part-time ovvero le cosiddette forme atipiche che favoriscono la crescita dei livelli di occupazione con risultati ovunque positivi.

                  Si pu� ben comprendere la distanza che esiste tra questi orientamenti e la caratteristica delle discussioni italiane tendenti, al contrario, ad assimilare l’incremento di questi rapporti alla stregua di un aumento del precariato. A questo proposito � bene ricordare che il tasso di occupazione in Italia � aumentato di quattro punti percentuale negli ultimi cinque anni.

                    Un secondo argomento presente, e accettato come veritiero, sostiene che sia aumentata l’occupazione ma solo in conseguenza della crescita dei contratti a termine.

                      Ebbene tutto questo non � affatto vero, particolarmente per gli ultimi 5 anni. Infatti l’incremento dell’occupazione � aumentato dal 2000 al 2005 di oltre 1,5 milioni di persone, essenzialmente per il lavoro dipendente e delle quali oltre 1,2 milioni sono assunzioni a tempo indeterminato. Sul totale dell’occupazione i contratti a termine non superano l’11-12% (il 14% considerando la quota dei collaboratori cosiddetti co.co.co.) percentuale inferiore a quella degli altri stati Europei. Dati che portano l’Italia al massimo storico assoluto del numero dei contratti a tempi indeterminato.

                        Il terzo argomento da confutare � quello che sostiene che la concentrazione del lavoro a termine riguardi soprattutto il segmento del mercato del lavoro giovanile. I dati Istat rilevano, invece, che la gran parte del 1,5mln dei lavori a termine e di 430 mila co.co.pro. riguarda, invece, la fascia degli over 30.

                          In realt� l’occupazione giovanile con contratti a termine al di sotto dei 29 anni (circa 800 mila unit� sui 4,5 milioni di occupati totali del segmento compresi i co.co.pro.) � una percentuale anche in questo caso inferiore alle medie europee. In questa quota, tra l’altro, sono compresi circa 400 mila di contratti di apprendistato che sono contratti con finalit� formativa e ad alta percentuale di trasformazione in occupazione stabile.

                          Confutati i luoghi comuni, restano comunque da interpretare le ragioni di una cos� diffusa percezione della precariet�, che gi� in s� � un dato politicamente rilevante. Individuo alcune ragioni. Una prima riguarda il cambiamento del contesto generale. La bassa crescita economica e il diffondersi di notizie non esaltanti sulla produzione creano certamente un clima di incertezza per le aspettative delle persone e delle famiglie e amplifica la preoccupazione rispetto alle prospettive del lavoro e ripropone la centralit� dei temi legati alla sicurezza sociale.

                            E ci sono poi alcuni problemi seri. Il fatto che non sia comprovato l’aumento della precariet� in assoluto non significa affatto che non esistano aree del mercato del lavoro e dei rapporti di lavoro che presentino problematicit� rilevanti come ad esempio quella degli ex co.co.co., che hanno certamente una protezione previdenziale e sociale debole.

                              Su questo versante la legge Biagi ha fatto compiere passi in avanti pi� rilevanti di quanto si dica, come testimoniato dai dati forniti dall’Inps che vedono un calo degli utilizzi dei co.co.pro. probabilmente determinata dalle norme antielusive che limitano l’utilizzo di questo tipo di rapporto per le forme del lavoro subordinato di fatto.

                                Un altro passo in avanti � stato fatto con la recuperabilit� dei contributi del fondo dei collaboratori e la possibilit� di cumularli con quelli da lavoro subordinato ai fini della pensione.

                                  Passi in avanti importanti ma c’� ancora molto da fare per migliorare i livelli di protezione sociale. Ma occorre guardare in avanti, senza suscitare polveroni che producono solo l’esito di contrastare le riforme che hanno prodotto risultati positivi per l’occupazione, per aumentare la qualit� del mercato del lavoro e che costituiscono le precondizioni per migliorare le tutele. (riproduzione riservata)