“Commenti” Il Cavaliere e il Cinese due destini incrociati – di Claudio Rinaldi

12/07/2002


VENERDÌ, 12 LUGLIO 2002
 
Pagina 17 – Commenti
 
Il Cavaliere e il Cinese due destini incrociati
 
 
 
          Il leader della Cgil opera in condizioni difficili e, intanto, non possiede aziende editoriali Però ha idee chiare e anche risorse I big dell´Ulivo farebbero meglio a non snobbarlo
          L´impegno post-sindacale di Sergio Cofferati, se davvero ci sarà, ricorda la "discesa in campo" di Silvio Berlusconi Tra le somiglianze, un esordio nel vuoto politico
 
CLAUDIO RINALDI

In una certa sinistra oggi è di moda accusare Sergio Cofferati di massimalismo, perché si oppone al governo in modo risoluto e a volte diserta i tavoli di trattativa. E da destra gli si muove un´obiezione ancora più radicale: di voler fare politica, snaturando e tradendo la funzione del sindacato. Il caso Cofferati, però, mal si presta a letture banali o moralistiche.
Silvio Berlusconi non è credibile quando addebita al leader della Cgil una bieca invasione di campo. Non soltanto perché lo stesso anatema colpisce anche i giornalisti, anche i magistrati: chiunque faccia il suo mestiere senza a priori inchinarsi a Lui viene additato al pubblico vituperio come un intrigante e un usurpatore. Ma soprattutto perché la discesa in campo di Cofferati, ammesso che ci sia, ricorda molto da vicino quella che il Cavaliere medesimo attuò nel ´93-94. Entrambe nascono dall´improvvisa apertura di un vistosissimo vuoto nel cuore del sistema politico.
Nove anni fa il padrone di Mediaset ebbe chiaro che i partiti suoi amici, Dc e Psi, erano in decomposizione; allora decise di riempire lui stesso il vuoto: e si sentì legittimato a entrare in politica proprio perché proveniva, parole sue, «dalla trincea del lavoro». Adesso Cofferati si trova in una situazione pressoché identica. Anch´egli proviene dalla trincea del lavoro, eccome; a spingerlo verso un ruolo politico sono, più che le personali ambizioni, le evidenti debolezze dei partiti più vicini alla Cgil: e non c´è motivo di credere che i gruppi dirigenti dei Ds e dell´Ulivo, sempre sconfitti dal ´98 a oggi, risalgano presto la china. Se il Cavaliere disperava dei Craxi e dei Forlani, il Cinese non nutre illusioni sui Rutelli e sui Fassino. Ma le analogie non finiscono qui.
Tratto comune ai due è una feconda ambiguità. Anche Cofferati, come Berlusconi, appare a un tempo vecchio e nuovo: vecchio nel senso che si trascina dietro un pesante bagaglio di appartenenze sociali e culturali, nuovo perché irrompe sul palcoscenico della politica con la freschezza e la grinta di un debuttante.
Poi c´è la studiata gradualità. Per entrambi l´avventura prende le mosse da un lungo tira-e-molla con le oligarchie partitiche di riferimento. Da imprenditore, Berlusconi passò mesi a trattare con Mino Martinazzoli e Mariotto Segni; alla fine li scaricò, tirando dritto per la sua strada. Da sindacalista, Cofferati apre consultazioni con i big del centro-sinistra; ma si prepara a una lotta sua, nei tempi e modi che saranno possibili. L´uno e l´altro, in vista del decollo, fanno il pieno di cherosene dove il carburante c´è: Berlusconi negli ex dc, nei post-fascisti, nella Lega; Cofferati, scrive Mario Pirani, in «tutto l´arco della sinistra anti-riformista, fino agli intellettuali che aspirano a un´opposizione permanente». Poi si vedrà. È certo, però, che né il signor Mediaset né il signor Cgil si lasciano cooptare e fagocitare da nomenklature in declino.
Contro tutti e due, all´inizio, milita il plateale scetticismo dell´establishment. Per Gianni Agnelli il Berlusconi aspirante politico era una barzelletta, per l´"Economist" addirittura Burlesquoni; poi si vide che con gli elettori moderati sapeva toccare le corde giuste. Cofferati di questi tempi è dipinto come un relitto del passato, eppure milioni di cittadini gli vanno dietro. L´uno e l´altro, saggiamente, badano più alla gente che alle élite.
Per entrare in politica il Cavaliere usò l´arma impropria che aveva in casa, Publitalia; il Cinese quella dei cinque milioni e mezzo di iscritti alla Cgil. Il primo partì come animatore di club, soltanto dopo parecchi mesi fondò un movimento che poi trasformò in partito. Il secondo continua a dire che finito il mandato alla Cgil tornerà in Pirelli, anche se nessuno gli crede. Ma ciò che davvero impressiona è la somiglianza degli stili, che si ispirano a modelli populistici.
Berlusconi nel ´94 non cincischiò intorno a libreschi programmi di governo. Si limitò a dire che sull´Italia incombeva un pericolo grave: i comunisti. Allo stesso modo Cofferati ironizza sullo statuto dei lavori elaborato dalle teste d´uovo uliviste, mentre alle masse segnala il rischio mortale della compressione o cancellazione dei diritti. In ambedue i casi l´appello ai rispettivi popoli è di una semplicità assoluta, rimanda a passioni e paure, e non disdegna accese forzature dei toni.
Molti, a sinistra, condannano Cofferati per aver definito «scellerato» il patto governo Cisl-Uil; ma anche Berlusconi, nella prima intervista tutta politica ("La Stampa", 23 novembre ´93), chiamò testualmente «scellerata» la legge elettorale da poco approvata. Il ricorso a un´aggettivazione sanguigna non ha nulla a che vedere con il presunto massimalismo. Nella moderna civiltà dei mass media, le sottigliezze eccessive sono palle al piede. Chi sa liberarsene ha più chance di successo.
Anche Cofferati, come Berlusconi a suo tempo, sta giocando d´azzardo. La sua è una scommessa che può essere persa, e lui lo sa. Proprio questo però dà al suo impegno una coloritura romantica che a tanti piace. Mentre fa cadere le braccia, a sinistra, la gelida razionalità di chi proclama che le uniche battaglie degne sono quelle già quasi vinte in partenza.
Cofferati perderà la scommessa se non riuscirà a tenere unita la Cgil, e se le iniziative di questa faranno un buco nell´acqua. In caso contrario diventerà lui, come osserva Ilvo Diamanti, il vero anti-Berlusconi sulla piazza. E lo diventerà anche e soprattutto per aver capito, prima e meglio dei suoi compagni, le ragioni profonde dell´ascesa berlusconiana.
Rispetto al Cavaliere di nove anni fa, egli opera in condizioni più difficili. Non possiede un impero editoriale, E i superstiti apparati dei Ds e della Margherita, per quanto deboli, non sono stati spazzati via da una tempesta paragonabile a Mani Pulite.
Ciò non toglie, tuttavia, che nel centro-sinistra la Cgil sia la la forza con le idee più chiare, pur se discutibili, oltre che di gran lunga la più ricca di risorse organizzative e anche finanziarie. Per questo i big dell´Ulivo commettono un serio errore se si incaponiscono nell´erigere intorno al Cinese un muro di diffidenza e mal dissimulata ostilità. Snobbare il patrimonio della Cgil, in nome di un´opposizione sedicente costruttiva che finora non è servita a niente di niente, sarebbe assurdo. E farebbe inevitabilmente pensare a mediocri disegni personalistici.