“Commenti” Fisco e lavoro, passi ancora incerti – di T.Boeri e R.Perotti

03/10/2002


            3 ottobre 2002



            COMMENTI E INCHIESTE
            Fisco e lavoro, passi ancora incerti


            di Tito Boeri
            e Roberto Perotti

            La Finanziaria 2003 incorpora la prima fase della riforma fiscale. A regime, la riforma dovrebbe portare a un sistema di imposizione sulle persone fisiche a due sole aliquote. La prima fase della riforma, quella che dovrebbe entrare in vigore fin dal gennaio 2003, è principalmente orientata ai redditi medio-bassi. La riduzione delle tasse proviene dall’innalzamento della soglia di esenzione totale – a beneficio soprattutto dei lavoratori dipendenti, in linea con quanto stabilito nel Patto per l’Italia – dato che l’aliquota iniziale aumenta dal 18 al 23 per cento. Il costo della riforma, in termini di calo del gettito fiscale, è stimato in 5,5 miliardi di euro, quasi mezzo punto percentuale del Pil. Come sottolineato dai ministri Roberto Maroni e Giulio Tremonti, la riforma ha due obiettivi: redistribuire reddito a favore delle famiglie con redditi bassi e stimolare l’offerta di lavoro, o più in generale, aumentare l’efficienza dell’ economia. Entrambi gli obiettivi sono lodevoli e condivisibili. Probabilmente però non è ottimale usare lo stesso strumento per raggiungere due obiettivi così diversi.
            Redistribuire il reddito. Per quanto riguarda il primo obiettivo, cioè redistribuire il reddito, crediamo vi siano strumenti più efficaci e meno costosi. Ogni modifica dell’Irpef che aumenti la fasce di esenzione totale non potrà mai beneficiare proprio i più poveri, coloro che già adesso non pagano tasse perché hanno redditi al di sotto della no-tax area (i cosiddetti "incapienti", pari a circa il 14% delle famiglie italiane). Per questi motivi gli sgravi fiscali per i redditi bassi tendono spesso ad aumentare l’intensità della povertà, ossia la distanza nei livelli di reddito fra chi è povero e chi sta appena al di sopra della soglia di povertà. Per i non-incapienti, le proprietà redistributive della riforma possono essere meglio valutate prendendo come riferimento le famiglie, anziché gli individui. Questo perché vi possono essere contribuenti con bassi livelli di reddito individuale anche in famiglie ricche (ad esempio donne impiegate part-time e coniugate a un manager di grande impresa). Massimo Baldini e Paolo Bosi sul sito www.lavoce.info stimano gli effetti della riforma sulla distribuzione del reddito familiare, sulla base di un modello di microsimulazione fondato sui dati dell’inchiesta Banca d’Italia. I loro risultati indicano che circa due terzi della riduzione del gettito andrà a favore del 50% delle famiglie con redditi più alti e che la dispersione nella distribuzione del reddito verrà solo impercettibilmente modificata dalla riforma. Un "minimo" garantito. Per favorire davvero i più poveri non sembrano esserci alternativa all’introduzione di un reddito minimo garantito, un trasferimento che porti tutti – indipendentemente dalla categoria cui si appartiene (lavoratori dipendenti o autonomi, di settori più o meno sindacalizzati, impiegati nella piccola o nella grande industria) – ad avere un livello minimo di reddito. Il reddito minimo garantito esiste in 13 su 15 Paesi Ue: le eccezioni sono la Grecia e, appunto, l’Italia. Nella passata legislatura, uno strumento simile – il cosiddetto "reddito minimo di inserimento" – è stato introdotto sperimentalmente in circa 300 comuni italiani, garantendo a tutti i cittadini un reddito di almeno 258 euro mensili. Finora questo istituto sembra aver funzionato piuttosto male, in parte perché non è stato accompagnato da una seria politica di controlli e incentivazioni ad accettare un’occupazione, e in parte perché è stato spesso usato in modo clientelare. Ma una sua versione ben funzionante è fattibile, come proponiamo nel nostro libro Meno pensioni, più Welfare, e costerebbe poco più di 3 miliardi di euro, vale a dire circa la metà dei costi (in termini di minori entrate per lo Stato) associati alla riforma fiscale.
            Più lavoro. Per quanto riguarda il secondo obiettivo, aumentare l’offerta di lavoro, la riduzione delle tasse va nella direzione giusta, ma solo se – è importante sottolineare – è accompagnata da riduzioni della spesa pubblica anziché da maggiore indebitamento (cioè tasse future). Inoltre è difficile attendersi effetti sostanziali da una riduzione delle tasse così modesta, e in condizioni congiunturali difficili. Anche in questo caso è opportuno pensare a interventi meno costosi e più mirati che sembrano aver funzionato in altri Paesi, in particolare sgravi fiscali o sussidi condizionati all’accettazione di un lavoro. Per esempio, negli Usa, l’Earned Income Tax Credit costa circa un terzo di punto percentuale del Pil in termini di mancate entrate erariali e sembra aver funzionato abbastanza bene nello stimolare l’impiego di certe categorie svantaggiate, come donne sole e povere. Un altro strumento che può essere attivato da subito con costi contenuti è un sussidio all’impiego di lavoratori a basso salario. Questo andrebbe, peraltro, a beneficio soprattutto delle imprese e dei lavoratori del Mezzogiorno (dove sono concentrati i salari più bassi). Il sussidio andrebbe concesso in modo duraturo, perché continue modifiche delle normative hanno costi amministrativi elevati e, soprattutto, aumentano l’incertezza di famiglie e imprese sulla portata effettiva dello strumento. Il sussidio potrebbe assorbire molti degli schemi di incentivazione esistenti (attualmente spendiamo circa lo 0,6% del Pil in cosiddette politiche attive del lavoro dall’esito assai incerto), quindi con modesti oneri sul bilancio dello Stato.
            Controlli efficaci. Queste e altre misure possono funzionare solo in presenza di un efficace sistema di controlli e di sanzioni nei confronti dei beneficiari del Welfare state. L’amministrazione delle politiche del lavoro e dell’assistenza deve essere messa in grado di sanzionare chi non coopera, offrendo ai beneficiari uno scambio reciproco di obblighi e prestazioni, per cui il sostegno al reddito e l’aiuto nella ricerca di un impiego vengono forniti in cambio di un impegno attivo del beneficiario a cercare un lavoro. I controlli e le sanzioni potranno essere impopolari, ma sono necessari. L’esperienza internazionale ci insegna anche che politiche del lavoro indifferenziate – come i corsi di formazione – sono raramente efficaci; ogni categoria di disoccupati (donne, giovani, disoccupati più anziani, disoccupati di lunga durata, ecc.) necessita di politiche specifiche. Per entrambe queste ragioni, una componente fondamentale della riforma del Welfare italiano dovrà consistere nella professionalizzazione della sua amministrazione, e nella introduzione di controlli e sanzioni efficaci.