“Commenti” Eccesso di penalizzazioni – di M.Perini

02/10/2002






2 ottobre 2002
FINANZIARIA 2003
Eccesso di penalizzazioni


di Michele Perini*
*Presidente Assolombarda

Chi è abituato ad andar per mare sa cosa fare quando il mare è grosso: non si deve perdere la calma ma intervenire con decisione, contando su un team coeso che condivida le decisioni di chi ha la responsabilità. Oggi, il moto ondoso dell’economia italiana non richiede un comportamento diverso. Di fronte a un’informazione sulle condizioni economiche non buone e sulla scarsa crescita del Paese che è arrivata tardi, non dobbiamo farci prendere dal panico, ma ragionare sulle scelte possibili: programmare una politica economica rispetto alla quale ciascun soggetto assuma un atteggiamento responsabile e consapevole delle difficoltà in essere. Che le cifre della contabilizzazione dell’anno 2000 siano state confermate solo alla fine del giugno 2002 ci ha stupito. Che a fine mandato 37.000 miliardi di lire siano finiti in spesa corrente anziché in investimenti, invece, non ci ha stupito per nulla. Ma il fatto che si sia trattato di un tipico comportamento preelettorale non ne attenua l’effetto negativo: quei 37.000 miliardi di lire non sono una cifra molto diversa dai 20 miliardi di euro che la nuova Finanziaria è ora costretta a mettere in gioco. E se è vero che un celebre modo di dire napoletano suggerisce di scordare il passato, in politica come in economia la memoria corta non paga: ad esempio, se i quasi 6.000 miliardi spesi in più nel 2001 per cancellare i ticket sanitari fossero stati investiti in infrastrutture, potremmo avere già opere avviate: qui in Lombardia, i primi lavori per la Pedemontana, o per i collegamenti con il Polo esterno di Fiera Milano, o per la nuova tangenziale Est attorno al capoluogo sarebbero stati un segno importante, da parte del Governo, nei confronti dei cittadini e delle imprese. E lo stesso varrebbe per il resto del Paese. Il Governo attuale non ha contabilizzato queste uscite in tempo utile per varare manovre correttive fin dall’inizio dell’anno, e si ritrova a farlo mettendo a punto una manovra a tre mesi dalla fine dell’esercizio, col rischio di una contrazione degli investimenti. I recenti interventi fiscali adottati d’urgenza penalizzano chi ha programmato in un contesto diverso la gestione della propria impresa. La finanziaria ha inoltre un peso considerevole per il mondo produttivo che ritiene vitale non rinunciare a risorse per lo sviluppo. Aggiungiamo una situazione congiunturale internazionale che conosciamo fin troppo bene, aggravata dall’11 settembre, e che dipende anche da passate euforie, da manager irresponsabili che pur di staccare pacchetti di stock option hanno dato false informazioni sulle società quotate in borsa, e da un mondo finanziario, da certificatori e da auditor decisamente "distratti". La reazione del risparmiatore non si è fatta attendere: la sfiducia lo ha spinto a investire nel mattone (probabilmente causando un’altra bolla speculativa), a investire in obbligazioni o a cucire i soldi nel materasso. Personalmente, lo capisco. È vero che per tutto l’anno tutti coloro che producono previsioni di crescita le hanno a più riprese riviste verso il basso. La crescita del Pil prospettata vicina al 3% si ritrova allo 0,6: tutto ciò turba i risparmiatori e gli investitori, ma la situazione non è paragonabile né al 1976 né al 1992. La linea di politica economica da adottare ha una strada tracciata e condivisa: quella dei principi del Patto di Stabilità. Che poi vi siano distinzioni nel modo in cui opposizione e maggioranza la interpretano è normale: ma deve esserci rispetto dei reciproci ruoli perché il confronto di idee e proposte sia costruttivo, e bene ha fatto il Capo dello Stato a richiamare Governo e forze politiche su questo punto. Lo stesso vale per le parti sociali, sindacati e imprenditori. Una rappresentanza sana è il presupposto per una contrattazione sana; e una rappresentanza sana è estranea alla polemica tra i partiti come una contrattazione sana, quella che ci auguriamo per la prossima stagione, è svincolata dalle pressioni politiche. La necessità di contenere l’inflazione, ma anche quella di portare qualche risorsa economica in più nel salario netto dei lavoratori, non possono essere principi demagogici, ma obiettivi a cui tendere. Il Paese ha bisogno di impegno: di rigore e di serietà, ma anche di coraggio e di sviluppo. Ha bisogno che nei valori più alti dell’impresa si riconoscano tanto i cittadini quanto la classe dirigente. Valori come la dignità del lavoro, la responsabilità, la trasparenza e la tolleranza: presupposti indispensabili per rendere salde e far crescere l’economia e la società.