“Commenti&Analisi” L’Economist aveva torto su Berlusconi; è lui il più adatto a governare l’Italia – di M.Vitale

28/02/2003
il Riformista
 

              28 Febbraio 2003

              BILANCI. EVASIONE FISCALE, SPESA SANITARIA, CALCIO-CRAC
              di Marco Vitale
              L’Economist aveva torto su Berlusconi
              E’ lui il più adatto a governare l’Italia
              Il paese reale è quello che nega i problemi o spera di risolverli con un trucco

              Sfogliamo insieme, sui fatti, per così dire, minori di casa nostra, i quotidiani di una giornata qualsiasi, ad esempio il 10 febbraio. Cerchiamo di cogliere qualche indizio della direzione verso la quale si sta muovendo la struttura socio-economica italiana: evasione fiscale a livelli record; spesa sanitaria esplosa; il calcio, di fronte al baratro al quale lo hanno portato la dissennatezze dei suoi "imprenditori" e dirigenti, ottiene un provvedimento legislativo ad hoc che esenta le società dagli obblighi e dalle responsabilità del codice civile. Nell’insieme sembra di leggere il bollettino di una nuova Caporetto.
              Ma quello che mi colpisce in queste notizie è soprattutto il filo sottile che le unisce: sono tutte caratterizzate dalla loro prevedibilità e dal fatto che alle relative emergenze si risponde non affrontando la radice dei problemi reali, ma con dei meri marchingegni, delle trovate se non dei trucchi. Era così difficile prevedere che l’orgia di condoni, forfetizzazioni, sconti fiscali, allucinazioni come il concordato preventivo, premi agli evasori avrebbe portato ad un incremento dell’evasione? In realtà il governo dovrebbe essere fiero di questo risultato e di questa prova di grande efficienza. E’ il caso di dire: obiettivo raggiunto! E quale altro può essere l’obiettivo di una legislazione sistematicamente premiante l’evasione, se non l’incremento della stessa? Eppure non ce lo aveva insegnato proprio Vanoni che dalla giungla fiscale non si esce dalla sera alla mattina con facili marchingegni, ma con tasse possibilmente eque e con l’azione tenace, paziente, competente, perseverante di una amministrazione onesta? E nonostante tante cadute e ritirate, non è vero che i comportamenti fiscali di una componente se non maggioritaria certamente importante del Paese (media impresa e professionisti seri) aveva fatto passi in avanti enormi ed aveva ormai raggiunto i migliori standard internazionali? Tanto che si fa una grande fatica a risospingerla indietro verso un livello che non è solo pre-vanoniano ma che si inquadra nell’ordinamento e nelle prassi fiscali preunitarie dello Stato Pontificio (e non è sicuro che ci si riesca). Eppure in cantiere vi sono solo nuovi marchingegni, nuove trovate, nuovi trucchi.
              La spesa sanitaria ospedaliera è esplosa. I motivi di fondo sono i soliti e strutturali. Quanto più la medicina ha successo nell’allungare la vita media, tanto più la spesa sanitaria è destinata a crescere perché la medicina allunga la vita ma non la qualità della vita: gli anziani vivono di più, ma hanno più bisogno di assistenza sanitaria. Ma a questo dato strutturale si aggiunge una violenta accelerazione degli ultimi tempi. Dovuta a una causa sola e specifica: lottizzazione. Che non è mai stata così alta, indecente, indecorosa e corruttrice come oggi. Quando fu approvata la riforma che introdusse negli ospedali il direttore generale monocratico di nomina regionale, scrissi sul Sole 24 Ore che neppure nelle aziende private esisteva un potere dirigenziale così assoluto e fui facile profeta nel prevedere una stagione di lottizzazioni indecenti, dal primario al fattorino. Allora mi rispose, criticandomi, un serio, competente ed onesto esperto come Elio Borgonovi, favorevole alla soluzione del dirigente monocratico. E oggi, su Il Sole 24 Ore, lo stesso Borgonovi, in chiave di ripensamento critico, detta: «Quattro idee per cambiare». Mentre si annunciano nella Sanità nuovi ribaltoni tutti pensati in chiave politica e astratti; nessuno basato su una onesta concreta e leale lettura dei problemi reali.
              Il calcio è diventato un emblema della parte irresponsabile del nostro Paese. Che fosse avviato al baratro finanziario è chiaro da alcuni anni e da alcuni anni alcuni grilli parlanti lo documentano. Ma si è continuato a rinviare il problema, sperando in chissà cosa, nello stellone d’Italia. Oggi che il problema è scoppiato, bisognerebbe approfittare della crisi per affrontarlo nell’unico modo corretto: rinegoziare i contratti con i giocatori e con tutta la catena di procuratori- allenatori-dirigenti-maneggioni che sono i responsabili principali e interessati dell’inflazione dei costi e riportare i conti economici in una situazione accettabile; cosa non facile ma non impossibile. Invece di indirizzare il caravanserraglio su questa via, cosa ti combina la catena dei procuratori-allenatori-dirigenti-maneggioni che rappresenta la classe dirigente del calcio? Si fa fare una leggina che li esenta dalle centenarie regole di buona amministrazione del codice civile e si esibisce in un fuoco d’artificio di nuovi marchingegni (allargare la serie A e nello stesso tempo chiuderla; raddoppiare la serie A; blocco delle retrocessioni). Soluzioni che hanno un unico vero motivo ispiratore: aiutare i dirigenti a dribblare o a rinviare i problemi; permettere ai presidenti-azionisti di continuare a fare i capitalisti senza capitale investito; evitare o rinviare il ricambio di una classe dirigente che ha ridotto il calcio in questa situazione e che da decenni non si rinnova. In realtà il calcio è il più fedele specchio dell’Italia, di una certa Italia che, in questo momento, è l’Italia che conta. E’ inutile pensare ad un’Italia diversa che non esiste.
              L’Italia vera è quella che nega i problemi o li rinvia o pensa che si risolvano con trucchi e marchingegni, siano essi di fatto o consentiti da leggine speciali, formulate da un Parlamento che è ormai solo una cassa di compensazione delle varie lobby e delle varie leggine richieste dai vari gruppi. Un mano lava l’altra e tutte e due portano a casa il malloppo. Per tutti gli altri la parola d’ordine è: non ci sono più soldi. L’Economist del 28 aprile-4 maggio 2001 dedicò una famosa copertina a Berlusconi con il titolo: «Why Silvio Berlusconi is unfit to run Italy». Molti patrioti si offesero. In realtà nessuno osservò che, se offensiva per Berlusconi, in realtà quella copertina era estremamente positiva per l’Italia. La vera offesa per l’Italia sarebbe stata se quella copertina avesse detto: «Why Silvio Berlusconi is perfectly fitting to run Italy». E temo che questa seconda versione sarebbe stata quella realistica e centrata.