“Commenti” Concertazione? Sì, ma per innovare

14/02/2001


Concertazione? Sì, ma per innovare



di Alessandra Del Boca*
L’impegno della classe dirigente europea è riscrivere il modello dell’economia sociale di mercato, diceva Carlo Azeglio Ciampi il 1° maggio 2000; e continua ad affermarlo anche oggi, nel momento in cui sembrano più basse le probabilità di successo della concertazione.

L’Italia ha il Governo più debole dell’Unione europea, il debito più alto, una legislazione del lavoro ancora tra le più restrittive, un sistema contrattuale ancora centrato sul livello nazionale di categoria, un sistema elettorale che ha bisogno di coalizioni multi-partito che ostacolano le riforme. Il centro dello sforzo riformatore può essere solo una concertazione vera, dove le parti sociali si prendano le loro responsabilità: non firmino impegni generici a favore dell’innovazione e della flessibilità per poi smentirli nel momento decisivo.

Ma si può fare una concertazione vera quando la distanza tra gli obiettivi di quelli che sono intorno al tavolo si allunga? Maastricht aveva trovato nel Governo Prodi un’autorità fortemente motivata a seguire un’agenda economica disciplinata, e la concertazione era stata uno strumento essenziale, che in parte Prodi aveva ereditato da Ciampi. Il Governo D’Alema si è trovato, nel dicembre 1998, a rinnovare l’accordo del luglio ’93, ma ha rilanciato la concertazione in maniera congeniale al suo stile di governo. Nell’accordo di Natale ha messo sul tavolo della concertazione tutta la politica economica, dal sistema assistenziale alla formazione, dagli assetti contrattuali al fisco: quindi ha massimizzato la propensione alla firma di impegni generici.

Il patto di Natale è l’emblema del "ritorno della politica" che ha connotato il Governo D’Alema. Il vero problema all’ordine del giorno, gli assetti contrattuali, è comparso solo alla fine della trattativa. Le posizioni erano lontane, esattamente come adesso. Confindustria chiedeva di potenziare la contrattazione aziendale, la Cisl era aperta a discuterne con una proposta di contrattazione territoriale, la Cgil era decisamente contraria a toccare gli assetti esistenti. Di fronte alla difficoltà di dialogo si è scelto di lasciare tutto come stava: le ambiguità e i problemi dell’accordo ’93 sono stati lasciati intatti. Lo scontro tra Confindustria e una parte del sindacato è stato spostato e risolto sulla fiscalità generale. La trattativa dei metalmeccanici che si è trascinata per mesi è stata la prova che l’oggetto del contendere era proprio il ruolo dei due livelli di contrattazione e del premio di risultato. Adesso il ministro Salvi dice che fu un errore gettare sul tavolo di una contrattazione fallita in partenza una miriade di temi laterali, per far gridare al successo.

La richiesta di Confindustria di potenziare la contrattazione aziendale e discutere il ruolo del contratto nazionale era ed è importante per la crescita, la competitività e l’occupazione. I Paesi, come la Francia e l’Inghilterra, che hanno incentivato la dimensione aziendale e la retribuzione flessibile hanno posto una base importante per il governo delle relazioni industriali.

Nel dicembre 1998 la partita fiscale è sembrata a Confindustria l’unica cosa che le imprese potevano ottenere. Ora ha capito che questa concertazione, basata su una molteplicità d’impegni generici, ma che non affronta la riforma delle regole, rafforza proprio quello che Confindustria non vuole: la condivisione d’interessi estranei ai suoi obiettivi di competitività. Non si può rendere l’economia italiana favorevole agli investimenti delle imprese e alla crescita dell’occupazione, lasciando la liberalizzazione del mercato del lavoro incompiuta. Le concessioni fiscali dell’accordo di Natale hanno solo fatto perdere tempo.

D’altra parte, Amato ha detto all’inizio del suo mandato che la concertazione è strumento essenziale di governo, sempre che non diventi amplificatore di interessi di categoria. La concertazione non è un dogma: se le riforme sono necessarie, vanno fatte anche senza i sindacati. Cofferati gli ha già risposto e continua a rispondere che non vede motivo di modificare le regole della contrattazione, né crede ad altre soluzioni per flessibilità e occupazione che quelle firmate con Ciampi nel 1993 e confermate da D’Alema nel 1998.

In questo momento il sindacato deve ricordare che la concertazione, il coinvolgimento nella politica economica gli è stato vitale. Per il sindacato la concertazione è un bene più irrinunciabile che non per la controparte: la sfida di questi ultimi giorni ne è la prova. Ma concertare non vuol dire lasciare che siano le parti sociali a dire l’ultima parola: vuol dire decidere quello che per il Paese è importante in quel momento (è questo lo spirito delle ultime affermazioni del presidente Ciampi).

Il sindacato sa anche che le questioni su cui è arroccato in posizione "conservatrice" si stanno muovendo in direzione opposta. Sa che non si può difendere dall’innovazione: può solo farla propria. Tutti i Paesi Ocse si sono avviati, in modi diversi, a una decentramento della contrattazione, e stanno riformando il Welfare e la previdenza.

Essere remunerati in base al risultato sta entrando nella mentalità della gente: la sicurezza del lavoro si protegge rendendo più forte il capitale umano sul mercato, non affidandosi a storiche garanzie. Non dico siamo ancora vicini all’Olanda, dove si sta diffondendo la preferenza per lavori temporanei, che permettano una mobilità che fa crescere la capacità contrattuale; ma anche in Italia le nuove generazioni, più consapevoli del proprio valore, hanno meno paura del cambiamento. La pur timida esperienza dell’accordo ’93 ha modernizzato la mentalità e i rapporti in molte aziende. Le stock options si stanno diffondendo al di sotto dei livelli manageriali, ai quadri intermedi, alle segretarie. E la valutazione dell’impresa dipende sempre più dalla valutazione di Borsa.

Quello che verrà fuori dal confronto sulla struttura contrattuale potrà essere un sistema regionale, a metà strada tra la centralizzazione e la contrattazione d’impresa, con clausole d’uscita di tipo tedesco, o una soluzione di tipo francesce: la direzione è rafforzare il livello aziendale e la retribuzione flessibile, dove la produttività viene creata e il contributo individuale valutato. Questa è la base di regole più solide e coraggiose su cui basare la nuova concertazione. I sindacati italiani non devono perdere l’opportunità di definire solide e stabili istituzioni decentrate: altrimenti la difesa del livello nazionale li spazzerà via, come è successo al sindacato francese.

La tecnologia e la concorrenza impediranno presto di mantenere minimi contrattuali uniformi a livello nazionale. Il sindacato deve difendere la sua identità collaborando a quelle che sono trasformazioni inesorabili. Le nuove idee circolano, e stimoleranno velocemente la comparsa e la concorrenza di nuovi agenti rappresentativi. La crescita del capitale umano rende decisivo il merit pay, il premio di risultato. La tecnologia rende l’organizzazione del lavoro sempre più libera e in continuo cambiamento: lavoro temporaneo, a distanza, interinale, atipico, part time. Inutile cercare di mettere i freni alla rivoluzione tecnologica che abbiamo la fortuna di vivere. Tutto cambia con una velocità che ci lascia a bocca aperta: perché non anche il sindacato, perché non la Cgil?

*Università di Brescia

Mercoledì 14 Febbraio 2001

 
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